In questi giorni tante volte mi domando, quale forza interiore deve avere un uomo consapevole che presto dovrà lasciare questo mondo. Con quali sentimenti e pensieri vive i suoi ultimi giorni? Quale tensione deve esserci, quale lotta tra l'intelletto e il cuore? Leggo le parole del Vangelo alla ricerca di ciò che mi possa parlare dei pensieri e dei sentimenti di Gesù. Oggi Egli sembra molto diretto: inizia dal dire chiaro chiaro, che presto ci sarà un tradimento da parte di uno dei suoi. Mi colpisce la sua schiettezza, ma ancora di più mi colpisce la semplicità con cui Giovanni interagisce con il Signore. I discepoli, alla notizia del tradimento, si guardano l'un l'altro per capire chi di loro sarebbe stato... un cenno a Giovanni e quello parte con la domanda diretta: Signore, chi è? Chi ama, non ha bisogno di tante sfarfallate e di tanti discorsi, ma va al cuore della questione. Gesù è ormai volto al passaggio decisivo e si percepisce che, come ogni persona umana in queste condizioni, è arrivato a badare solo all'essenziale. Non racconta più parabole, dà invece dei segni chiari. Sebbene non di tutto possa parlare chiaramente, forse a tutela della fragilità umana (come nel caso di Pietro, al quale non rivela esattamente ciò che sarebbe successo, perché non è umano sapere il futuro...), comunque risponde direttamente. E non solo: parla perfino al traditore, dandogli il via per agire... E Giuda non esita, obbedisce. E anche se sono giorni in cui guardiamo le vicende di Gesù a rilento, rispetto all'andamento dell'anno liturgico, ora le cose cominciano a scorrere secondo la logica che lo porterà alla croce. Si, semplicemente lì. Direttamente lì. Così come direttamente e semplicemente al cuore del suo Signore arriva il discepolo amato. Forse allora sta anche a noi vivere questa settimana, con il cuore appoggiato sul suo petto, ascoltando i suoi battiti, semplicemente lì, direttamente con Lui, ascoltando, osservando e rivivendo i suoi stessi sentimenti, sentimenti che saranno coronati con la gioia della risurrezione.
Lo sapevi che sei l'infinito? Si, l'infinito, edizione limitata! Qui troverai e, spero, condividerai, tutto ciò che Dio depone nel nostro cuore!
martedì 11 aprile 2017
giovedì 6 aprile 2017
conoscere, riconoscere, assomigliare
Una volta un frate francescano, missionario in Africa mi raccontò questo episodio. Si trovava su un treno, non aveva la sua tonaca addosso quindi, se anche le persone che viaggiavano con lui, dovessero riconoscere chi fosse dall'abito, non era possibile. Ma durante il viaggio a un certo punto lui prese in mano il breviario e cominciò a pregare. Incuriosito il giovane uomo seduto accanto a lui, ogni tanto dava un'occhiata al libro che il frate aveva in mano. Aperto sulla pagina che stava leggendo, il breviario era segnato con un'immagine della Madonna. Dopo alcuni minuti, il ragazzo si fece coraggio e, indicando il santino chiese: "mi dici chi è questa donna?". Il frate, un po' sorpreso dalla domanda, dopo un attimo di riflessione rispose: "è mia Madre". Al ché il suo interlocutore lo guardo attentamente in faccia, poi spostò gli occhi verso l'immagine e quando guardò di nuovo il frate, concluse: "ma tu non le assomigli per niente!". Il frate prese questo episodio come un importante spunto di riflessione per la sua vita. Raccontandomi l'accaduto mi disse: "ho pensato dentro di me: infatti, Lei è mia Madre...ma io la conosco? Le assomiglio veramente?".
Leggo i Vangeli di questi giorni...ritorna la domanda che la gente fa a Gesù, un po' stupita, un po' scandalizzata: "ma tu chi sei?", "chi credi di essere?". E Lui continua a rispondere che loro non conoscono Dio perché se lo conoscessero, avrebbero riconosciuto nelle sue opere il Padre. C'è dunque una somiglianza che ci sfugge proprio quando ci crediamo già somiglianti (come loro, che dicevano di avere l'unico Padre, Dio). Forse sarebbe bene ripetere spesso la domanda: "ma tu chi sei?" e magari aggiungere ciò che aggiunse Ramazzotti nel suo brano Un angelo disteso al sole: "ci credi che non lo so dire?" Forse meno sappiamo dire chi è Lui e più lo cerchiamo, più, inavvertitamente cominceremo ad assomigliare a Lui. Si, perché credo che è la ricerca che ci rende veri, così come Dio ci ha fatti, assetati di Lui, assetati dell'eternità.
Leggo i Vangeli di questi giorni...ritorna la domanda che la gente fa a Gesù, un po' stupita, un po' scandalizzata: "ma tu chi sei?", "chi credi di essere?". E Lui continua a rispondere che loro non conoscono Dio perché se lo conoscessero, avrebbero riconosciuto nelle sue opere il Padre. C'è dunque una somiglianza che ci sfugge proprio quando ci crediamo già somiglianti (come loro, che dicevano di avere l'unico Padre, Dio). Forse sarebbe bene ripetere spesso la domanda: "ma tu chi sei?" e magari aggiungere ciò che aggiunse Ramazzotti nel suo brano Un angelo disteso al sole: "ci credi che non lo so dire?" Forse meno sappiamo dire chi è Lui e più lo cerchiamo, più, inavvertitamente cominceremo ad assomigliare a Lui. Si, perché credo che è la ricerca che ci rende veri, così come Dio ci ha fatti, assetati di Lui, assetati dell'eternità.
sabato 25 marzo 2017
un colpo chiaro e forte
Non ti aspettavi un colpo
così chiaro e così forte
Conoscevi già la sua mano, il suo tocco
ma non conoscevi te stessa
Hai scoperto un’altra corda
ancor più nel profondo della tua anima
in attesa
ancor più sensibile,
ancor più toccata
Ora non sapevi cosa accadeva
nella tua solitudine
Era tenero come tocco
di un’ala angelica
Era forte
come l’onnipotenza
Hai scoperto di essere
alla Sua Presenza,
ti sei rallegrata
E non sapevi più se l’Ave risuonava
dentro di te o fuori
Nella tua solitudine hai scoperto
la pienezza di grazia.
Ciò che desideravi con tanto ardore,
ma non conoscevi,
ora era in te
Hai conosciuto
la dolcezza dell’essere in pieno
e non sapevi più se era la vita
o già l’eternità
Come il tuo saluto d’addio all’angelo
FIAT
ed è partito, ti ha lasciato
ma non più nella solitudine
Il tuo grembo
gravido dell’Eternità,
che da ora per sempre
rimarrà con te.
giovedì 23 marzo 2017
la solitudine necessaria
Inevitabilmente associamo la parola solitudine a qualcosa di negativo... come se non riuscissimo ad accettare che le relazioni autentiche si costruiscono anche a partire dalla capacità di stare soli, e stare "felicemente soli". Che l'amore si nutre anche della solitudine.
E qui do la parola a qualcuno che ne ha parlato con molta maestria...
Senza la
solitudine, l’Amore non può rimanere a lungo nella vita di una persona.
Poiché
l’Amore necessita anche di distacco e di riposo, in modo da poter vagare nei
cieli e manifestarsi in altre forme. Senza la solitudine, non esiste una pianta
o un animale che possa sopravvivere, né un terreno che sia produttivo per molti
anni, né un bimbo che sappia apprendere le regole della vita, né un artista che
riesca a dar forma alle sue creazioni, né un lavoro che sia in grado di
appagare, di crescere e di trasformarsi.
La
solitudine non è l’assenza dell’Amore, bensì il suo complemento. La solitudine
non è l’assenza di un compagno o di una compagna, ma il momento in cui la
nostra anima può parlarci liberamente e aiutarci a prendere delle decisioni
riguardo alle nostre vite. Ecco perché sono benedetti coloro che non temono la
solitudine. Che non rifuggono la sua presenza, che non si affannano alla
ricerca di un impegno, di uno svago, di qualcosa sul quale esprimere un
giudizio. Chi non è mai solo, non può veramente conoscere se stesso. E chi non
conosce se stesso, spesso si ritrova nella condizione di aver timore
dell’assenza, del vuoto.
Per coloro
che non temono la solitudine disvelatrice di misteri, ogni frammento
dell’esistenza avrà un sapore diverso. Nella solitudine, essi scopriranno
l’Amore – che potrebbe arrivare in silenzio e quasi di soppiatto. Nella
solitudine, comprenderanno e rispetteranno l’Amore che li ha abbandonati. Soli
con se stessi, sapranno decidere se è opportuno chiedergli di tornare, o se è
preferibile che entrambi seguano un nuovo cammino. Nella solitudine,
impareranno che dire ‘No’ non è sempre una mancanza di generosità, così come
rispondere ‘Sì’ non rappresenta inequivocabilmente una virtù. (Paulo Coelho)
mercoledì 22 marzo 2017
l'Amore che scombina
Hai presente quel momento in cui nella tua vita appare quella persona (o anche più di una) che con tutta la disinvoltura del suo essere, e senza rendersene conto, ti scombina tutti i piani e mette sottosopra ciò che ti eri già programmato/a?
Beh, a quanto pare Gesù era un po' così... dovunque non si presentava, invertiva le logiche, gli schemi, persino ciò che si pensasse fosse una legge. Ma c'è di più: Egli conosce il fastidio e il disturbo che noi proviamo in questi momenti, conosce la nostra insicurezza. Per questo specifica nel Vangelo di oggi: non sono venuto ad abolire ma a dare il pieno compimento. Se noi crediamo che il compimento è costituito dall'amore libero, allora capiremo che anche in quelle situazioni della vita in cui qualcuno ci dà particolarmente fastidio con la sua capacità puntuale di mettere i bastoni tra le ruote (perché forse così lo percepiamo), può avere il ruolo del Signore, che vuole colmare ciò che noi compiamo quotidianamente, con un tocco di libertà, di flessibilità. Si, alle volte occorre pensare che non si tratta di sconvolgere per sconvolgere, ma per poter aggiungere, sostituire oppure liberarci dall'osservanza rigida. Si, c'entra comunque l'osservare come ob-servare, serbare verso. Serbare gli eventi della vita, il loro combinarsi e scombinarsi, intuendo il passaggio di Dio nella nostra storia. Significa sostanzialmente accogliere la salvezza: completare ciò che manca ai patimenti di Cristo, direbbe san Paolo, cioè camminare nella legge con libertà di risposta, giorno dopo giorno, certi che nulla avviene senza che Dio lo voglia o lo permetta, per amore, per il nostro bene maggiore.
domenica 19 marzo 2017
era mezzogiorno
Dietro di te.
Ho creduto
alle orme dei
tuoi piedi
E quando
terra è diventata sabbia
instabile,
insicura,
m’hai fatto
fare corsa
perché le
orme scompaiono presto
nel deserto.
M’hai fatto
strada
e poi hai
parlato al mio cuore.
Era
mezzogiorno,
al pozzo dell’oasi,
dove non
c’era se non l’acqua viva.
Ho attinto,
mi hai detto tutto.
E poi mi hai
lasciato
Signore, nel
deserto
perché
cercassi le tue orme,
perché
avessi sete.
Forse non
volevo più una terra arida,
ma tu
scrivevi con il dito sulla sabbia
i miei
quaranta giorni
nel deserto,
le mie
quaranta notti
nel deserto.
La pelle
screpolata,
le membra
deboli,
una sola
certezza:
“non di solo
pane vive l’uomo”
“chi berrà
di quest’acqua
non avrà più
sete in eterno”
Non m’hai
lasciato sola nel deserto,
eri la mia
vita.
Nel deserto
voglio
vivere di te.giovedì 16 marzo 2017
Dis-illusione
Chissà, come dice una famosa vignetta che gira per il web, se i bambini nel grembo della madre, credono nella vita dopo il parto... Tutto il loro mondo (e l'abbiamo vissuto tutti), si racchiude lì, in questo spazio ristretto, al sicuro, dove le giornate dei primi nove mesi scorrono quasi alla stessa maniera, se non fosse la crescita e la progressiva crescente capacità percettiva e di relazionarsi con ciò che li circonda. Ma ancora l'illusione permane, fino al giorno in cui veniamo alla luce. Il primo grande giorno della disillusione: il giorno della nostra nascita. Fare un passo in avanti e avere coraggio di andare avanti, significa lasciare dietro a sé qualcosa e aprirsi al cambiamento. Il mondo all'improvviso è molto più vasto, rispetto al grembo materno. Appare invivibile, sconosciuto e pericoloso. L'illusione dell'eterno vivere uniti alla madre tuttavia, non riguarda solo la vita prenatale. Quotidianamente ci troviamo a vivere o a sentir parlare delle grandi disillusioni che viviamo. Chiaramente, a livello emotivo tutto ciò sottintende scoraggiamento, delusione (quanto assomiglia alla parola disillusione!), smarrimento, sfiducia. Certamente nulla di positivo. Ebbene, per quanto viviamo questi momenti con una nota di amarezza, dovremmo considerarli delle grandi opportunità. Sono infatti delle nuove nascite, in cui crollano le nostre illusioni. Si, perché veniamo alla luce, dopo un periodo (forse alle volte una vita?) in cui non abbiamo visto la verità. Vivere nell'illusione sulle persone, sulle cose, sulle realtà è da bambini. Ma attenzione, non necessariamente nel senso negativo! Nella vita, per non soccombere prendendosi troppo sul serio, occorre restare bambini, considerandolo una dimensione costruttiva della nostra vita. L'illusione, se poi ci pensiamo, significa appunto che c'è qualcosa oltre, che c'è una nascita, un'opportunità da sfruttare, un passo da fare. Rimane vero che se il passo noi non lo facciamo (e a volte non ne abbiamo capacità oggettivamente), è la vita che si affretta a disilluderci. Cosa faremo con questa nuova nascita che ci viene proposta? Ci lamenteremo che respirare con i propri polmoni provoca dolore? Metteremo in risalto i sentimenti negativi? Scaricheremo la responsabilità su qualcosa o qualcun altro? C'è un'altra possibilità ancora: lasciar passare del tempo, lasciar sfumare i sentimenti, non fare nulla di particolare e... tornare alle nostre illusioni. Capita anche questo. Soprattutto nei confronti delle persone. Ogni disillusione rispetto agli atteggiamenti che riscontriamo negli altri, dovrebbe iniettarci una buona dose di realismo quanto all'idealizzazione che talvolta portiamo avanti dentro di noi. La delusione in questo senso ci aiuta a capire che abbiamo davanti delle persone umane e che non possiamo esigere da nessuno ciò che non può darci. Dunque, aiuta a ridimensionare le nostre illusioni e a trovare il beneficio nella conoscenza sempre più oggettiva, sempre più adulta del mondo e delle persone. E di conseguenza anche una presa di responsabilità sempre più adulta per tutto ciò di cui è fatta la nostra vita. Occorre che ci permettiamo di essere bambini bisognosi di nascite e rinascite, anche attraverso il crollo delle illusioni. Altrettanto poi siamo chiamati a prendere le nostre disillusioni e trasformarle nella capacità di guardare il mondo con sano realismo. Perché se siamo solo bambini, saremo infelici nelle nostre delusioni e se siamo solo adulti, non sapremo approfittare mai della capacità meravigliosa di sognare. Un'altra volta vediamo come la felicità dipende da noi e da come reagiamo alla vita. Ripetiamoci ogni tanto con Giovanni Paolo II "Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro".
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