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martedì 13 luglio 2021

il vero realismo



Mt 11,20-24

Oggi è decisamente quel giorno in cui la Parola di ci invita a guardarci attentamente dentro. Gesù richiama alla memoria quei luoghi in cui ha compiuto più miracoli. E sì, si mette a rimproverarli. Cioè mette davanti a loro tutto il bene che hanno ricevuto e fa loro capire come potrebbe essere la loro vita, se avessero approfittato di tutta la grazia ricevuta. Via tutti i buonismi falsi e il piangersi addosso! 
Forse ogni tanto bisogna che anche noi rivediamo la nostra vita per comprendere le proporzioni in cui viviamo e di cui occupiamo la nostra mente e il nostro cuore. Perché se crediamo che ogni uomo è una meraviglia... dobbiamo ricordare che Dio non era obbligato a fare tanti miracoli o a compiere tante meraviglie nella nostra vita, eppure pare che ne abbia fatto. Il vero problema non è dunque quello che noi denunciamo come problema, quella cosa che monopolizza la nostra attenzione, su cui piangiamo così tanto (che tante volte significa piangerci addosso). Anche la nostra imperfezione gioca qui un ruolo significativo. Spesso ci lamentiamo che la nostra vita non va bene perché "non siamo capaci" e  questo diventa una scusa. E cosa sarebbe se, invece di seguire i pensieri sulla nostra imperfezione, provassimo a contare le benedizioni? Proviamo ad immaginare come cambia la qualità della nostra vita, quando abbandoniamo il negativo attorno al quale si concentrano i nostri pensieri e cominciamo a voler vedere il bene? Il vero problema è qui: non riusciamo a vedere tutte le ricchezze che abbiamo sia dentro che fuori di noi, non riusciamo ad essere felici, perché non siamo grati. Non siamo grati perché siamo concentrati altrove, su quell'altrove che però intristisce la nostra vita costantemente. Gesù ci dice: guai... ma i guai, proprio in questa maniera, ce li cerchiamo noi... Alziamo il capo, dunque, la nostra redenzione è già all'opera, le meraviglie stanno accadendo. E solo se riusciremo a vederle, sottolinearle e contarle, saremo veri seminatori di pace e di bellezza. Perché il realismo non significa negatività, ma il vero realista sa chiamare per nome sia cose poco buone, che quelle buone e quelle meravigliose. Si tratta di vivere nel reale e decidere ancora oggi di abbracciare quella parte del reale, che spesso ci sfugge, perché ci scomoda nella forma di quella grazia, che una volta donata, diventa dono ma anche sfida. 

martedì 6 aprile 2021

toccati senza trattenere

Gv 20,11-18

Povera Maria... va a trovare il suo Signore, e non lo trova. E non può essere diversamente. In realtà Maria va ad incontrare un personaggio che non è realmente il suo Signore, ma lei non lo sa ancora. Infatti, fino alla Pasqua è difficile che si capisca chi davvero sia Gesù. Lo si intuisce, ma che sia davvero Dio, non si sa, anche perché finché la risurrezione non rivela il Dio della vita, chi cammina anche affianco a Gesù, non comprende ancora chi sia Dio. Ebbene, su questa scia, Maria cerca un cadavere. Vuole vedere questo corpo ormai senza vita. La sicurezza che le darebbe, vedere il corpo di Colui che è il suo Signore, è direttamente proporzionale all'attaccamento che noi abbiamo al materiale, attaccamento giusto, perché non viviamo solo dei moti dell'anima ma anche della nostra corporeità, per cui, specie dopo la morte, è normale che noi andiamo al cimitero, cerchiamo il luogo fisico, dove abbiamo deposto il corpo della persona scomparsa. La fisicità ci dà sicurezza, ci parla di una presenza. E fin qui tutto OK. Se non che questo Signore, non è un cadavere, ma è il Vivente. Maria cerca il morto e ritrova nel corpo glorioso di Gesù, Colui che vive per sempre. E solo lì riesce finalmente a riconoscere chi Egli è davvero. Ma ancora, per la stessa esperienza del bisogno della fisicità, vuole che Egli si fermi con lei. E Gesù ribadisce chiaramente: non mi trattenere. La traduzione latina direbbe: non mi toccare. E' lui che tocca. Sì, l'esperienza di Dio e del Dio risorto, è sfuggente, sfuggente per i nostri sensi, per la nostra razionalità, per le nostre categorie. Non possiamo trattenerla, in due sensi. Non possiamo racchiuderla nel nostro intelletto, ma non possiamo nemmeno tenerla per noi. Ecco perché, dopo essere stata sfiorata dalla Nuova Vita, Maria deve correre ad annunciarlo. Va' dai miei fratelli e dì loro! (...) Hai fatto esperienza dell'incontro, del tocco di questa Esplosione di Vita? Vai, annuncia, parla, comunica! Spesso dopo le feste si dice: "e vabbé, finite anche queste feste". Cadaveri sepolti. Qualcosa inizia e qualcosa finisce. Invece Pasqua non è questo. Pasqua è: ora inizia la festa, ora inizia la vita! Probabilmente, nella chiusura delle nostre case, forse fatichiamo a viverla così. Ecco dunque la vera sfida: ciò che comunichiamo a chi ci sta accanto. Comunichiamo un'altra festa che è finita o comunichiamo il Festeggiato che ci promette la vita senza fine? Ecco l'invio missionario, pur restando in casa: non trattenere l'esperienza di essere stati toccati da Lui. Comunicarla, anche nelle dimensioni spicciole della nostra vita quotidiana. 

lunedì 18 marzo 2019

il carnevale è finito? [1]


La Quaresima è sempre tempo propizio per riflettere di più sulla nostra vita. Chi sono? Perché vivo?

Forse è proprio importante farlo ora, visto che di solito siamo intrappolati in mille cose... cerchiamo di fare bella figura professionale, ci aggrappiamo alle persone, dobbiamo essere efficienti in tutto...

Nella rete delle maschere

E nel frattempo ci nascondiamo dietro un'immagine che, più o meno consapevolmente, creiamo di noi stessi. Vogliamo essere visti come persone di successo, a cui le cose vanno bene, sia al lavoro, che nella vita privata. Problemi? No, ora si chiamano "sfide". Esigiamo sempre di più da noi stessi, viviamo a velocità sempre più elevata. E la nostra felicità? E' direttamente proporzionale a tutto ciò? Questo eterno correre richiede da noi moltissime energie. Tuttavia non ci fermiamo su ciò che abbiamo raggiunto, vogliamo sempre di più. Solo che (forse per fortuna per noi) arriviamo poi ad un punto in cui le energie non ci sono più. All'improvviso non ce la facciamo più, siamo fragili, abbiamo bisogno di aiuto degli altri... magari anche di Dio! Queste esperienze ci dicono che abbiamo costruito un'autostima basata sui successi, sul desiderio sfrenato di autosuperamento. Ovviamente, la sana crescita comporta anche questo, quando è equilibrata e rispetta i tempi dovuti e le energie a disposizione. E comunque occorre che ci domandiamo se nella vita facciamo quel che desideriamo o quel che "bisogna fare"? La differenza è fondamentale. Se seguo ciò che è il mio desiderio, significa che cerco di vivere in armonia con me stesso e con ciò che sono. Il dovere invece viene di solito imposto dall'esterno, oppure è frutto di voci introiettate nel corso della vita. Quando seguiamo soprattutto questi imperativi il nostro autentico "io", quello che davvero siamo, di solito viene trascurato. Tralasciamo noi stessi  e anche i nuovi successi e traguardi non ci danno gioia e non colmano il nostro cuore.


Il fatto che indossiamo delle maschere, ha come base i nostri bisogni primari: quello di essere accolti e accettati. Abbiamo bisogno di avere successo presso le persone, ma lo conquistiamo nei modi sbagliati, cioé attraverso la nostra continua spinta al fare. Non diamo il valore al nostro essere. In questa maniera abituiamo gli altri al modo in cui funzioniamo, per ricevere il tornaconto e sentire di valere qualcosa ai loro occhi. E, perché no, vogliamo far vedere anche a noi stessi, quanto siamo bravi. Nutriamo il nostro falso "io", che così cresce e diventa una seconda pelle, qualcosa che entra dentro di noi e ci fa appassire. Quando queste dinamiche vengono coltivate a lungo, allora il "distacco della maschera" diventa poi un processo lungo e doloroso, accompagnato di solito anche dalla paura di non essere in grado di accettare la verità di noi stessi, che inevitabilmente emerge, quando la maschera cade. Inoltre, dopo anni in cui andiamo avanti in questa maniera, possiamo avere anche davvero dei seri problemi nel saper definire ciò che davvero conta per noi, quali sono i nostri veri valori. E' allora che dobbiamo porci la domanda: di che cosa ho veramente bisogno? Quando ci scontriamo finalmente con questa domanda, possiamo finalmente cominciare a camminare verso l'autenticità o crescere in essa.
Del resto, lo sappiamo, la vera relazione con l'altro, possiamo costruirla solo ed esclusivamente, quando facciamo vedere la verità di noi stessi, il nostro io: fragile, imperfetto, ma tanto autentico.
E allora, rispondiamo oggi sinceramente a noi stessi: il carnevale è finito? Facciamo cadere le nostre maschere?

[continua]