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martedì 27 ottobre 2020

osare la piccolezza


Mt 13,24-43

Cosa può dire una persona umana al proprio animo, vedendo come esso tende sempre alle cose più grandi, più nobili, più elevate, rispetto a ciò che già è, possiede ecc.? Quale il lavoro interiore da fare, che faccia sì che l'uomo viva serenamente e in pace il fatto che, mentre tende sempre verso l'alto per natura, riesce realmente a stare nella pace solo se riconosce e ama la sua piccolezza? Non stiamo qui oggi a fare dei trattati di scienze umane, psicologiche... tuttavia la domanda senz'altro ci si pone. Sant'Agostino parla del cuore inquieto finché non giunge a riposare in Dio, finché non arriva a Lui, dunque parla di una tensione verso l'infinito, una tensione che "sfinisce" l'uomo, sì, ma solo se Egli pensa di poterci arrivare attraverso una falsa perfezione da raggiungere con le proprie forze. Il punto da tenere presente è questo: Dio, non avendo bisogno dei nostri sforzi, ma amando alla follia la sua creatura, è venuto tra noi. Ed è questo il senso del Regno di Dio di cui parla Gesù. L'ha portato lui e non c'è bisogno che ci sforziamo per introdurlo nel mondo, perché c'è già. Il nostro compito cristiano è farlo venire fuori dagli eventi, dalle circostanze, dalle persone. Ma prima di fare questo bisogna che siamo convinti che è già qui, bisogna che siamo donne e uomini di speranza, risorti. Ecco dove acquista il senso la consapevolezza della nostra piccolezza. Essa è rivelazione del Regno. Se pretendiamo di essere e/o di mostrarci grandi, intanto inciampiamo nella falsità, perché il limite e la limitatezza, fanno parte integrale della nostra vita. Mentre la capacità di sentirci piccoli ma amati, è proprio quel canale per far venire fuori il Regno nascosto nelle pieghe della vita. Il granello di senape: una realtà quasi invisibile, eppure di un'efficacia straordinaria. Infatti, noi non siamo infiniti, noi siamo solo coloro che fanno partire delle reazioni a catena. A un certo punto, il nostro compito finisce, perché siamo solo strumenti. Ma che strumenti! Collaboriamo al piano della salvezza! Dunque, occorre osare la piccolezza, occorre tornare sempre e sempre di nuovo, quando si affaccia la tentazione della grandezza "fai da te", a Colui che è sorgente e fine di ogni cosa. Solo il guardare l'uomo - Dio ci permette di coniugare e integrare all'interno della nostra persona umana, la sua innata piccolezza e l'altrettanto innato desiderio di grandezza, desiderio di Dio. Il diavolo si nasconde nei dettagli, si usa dire.  Sì, ed è così proprio perché nelle piccole cose di ogni giorno si nasconde anche il Regno. La lotta tra il male e il bene, la bellezza e la bruttura avviene lì. E il Regno vince, quando noi stessi siamo capaci di riconoscere in queste piccole cose, il passaggio di Dio. 

martedì 15 settembre 2020

il ritorno della bellezza


 Gv 19,25-27

Vi propongo oggi questa meditazione, lettura spirituale del brano di Maria ai piedi della Croce.

Qualche anno prima, si erano ritrovati davanti a lei in quella sala nuziale, tremando, dicendo che stava finendo il vino. E forse lei non sapeva nel primo momento se era un bisogno o un desiderio. L’essenza del momento più bello della vita di una persona, conditio sine qua non, la bellezza stessa. La bellezza… è un desiderio di cui abbiamo bisogno ed è un bisogno che desideriamo. Un cuore leggermente spento, se conserva la nostalgica nota attraverso la quale desidera il desiderio, è sulla strada verso la bellezza. Madre del desiderio sei allora, Maria, colei che precede il vuoto che si sta creando. Stabat Mater: il tuo posto fisso è lì, ai piedi della Croce. È proprio lì che tu guadagni per noi questo desiderio che tante, troppe volte è lucignolo fumigante, nelle nostre vite distratte dai vuoti che non colmano il cuore. Il bisogno più grande, tu lo intuisci così: non fuggi dalla croce. La bellezza ora ha sembianze di ecce homo, uomo morente e senza confini. Ritorna attraverso la tua maternità, la dignità di ogni persona umana, ritorna l’inequivocabile verità sulla bellezza che risiede in ciascuno di noi. Alzare il capo per vedere tuo figlio che muore per ridare la bellezza a tutto il mondo, alla storia. Far violenza al nucleo della propria maternità. Sentire la spada trafiggere il cuore. Scopri che la tua missione non era affatto compiuta con il dare al mondo il suo Redentore. E non termina nemmeno con il suo: Donna, ecco il tuo figlio. La missione è compiuta quando tu e Lui, due vite distrutte, rovesciate più o meno consapevolmente la logica della morte. Due corpi martoriati, di cui uno morente, immagini di bellezza che rinasce oltre ogni aspetto estetico. Lì, sul colle del Golgota, tu hai alzato lo sguardo per contemplare tra le lacrime, il volto sfigurato di Lui, precedi il vuoto che si sta creando. Precedi, con il tuo atteggiamento, ciò che non è stato intuito subito dopo la sua crocifissione e non viene intuito nemmeno oggi, tante volte. Ti accorgi che ciò di cui abbiamo più bisogno, quel desiderio dei desideri, si nasconde nel brutto. Si sta facendo buio su tutta la terra, per far risplendere la Luce con ancora più forza. Non desidereremmo la vita, se non avessimo dentro la nozione della nostra mortalità. Non potremmo mai vedere e apprezzare la bellezza, se non conoscessimo, per contrasto, la bruttezza. Sono contrasti a cui non badiamo, quando il vuoto si affaccia ai nostri cuori. Eppure è possibile non vedere nulla per eccesso di luce. Non sentire più nulla per eccesso di dolore. E proprio laddove ci sentiamo incapaci di provare alcun sentimento, quando i sensi si mettono a tacere, la bellezza e la vita esplodono: anche in mezzo all'orrore e alla morte. Probabilmente qualche esperto della vita spirituale lo chiamerebbe purificazione, oppure notte dei sensi. Ma quando quel dolore generativo diventa esperienza dello spirito e persino della carne, si comprende quanto è limitante vestire di parole un’esperienza. Le nostre lingue, soprattutto quelle moderne, quelle che con sfrenata corsa scappano dalle espressioni che chiamano per nome la sofferenza, fingendo che da essa si possa fuggire nella vita, arrivano solo fino a un certo punto. Dopo resta solo lo spazio di silenziosa condivisione di quello che succede nell’animo umano. Linguaggio oltre ogni linguaggio. 


giovedì 30 aprile 2020

il buco nel cuore

Gv 6,44-51

Avete presenti quelle giornate in cui uno si aggira per la casa... avrebbe voglia di qualcosa, non si sa se da mangiare o meno, insomma una sensazione che qualcosa ci manca. Sperimentiamo questo vuoto, che alle volte pensiamo sia un buco nello stomaco: avrei voglia di assaporare qualcosa, ma non so cosa... provo con una cosa, poi con l'altra, non sono soddisfatto. Sappiamo bene che l'alimentazione nella nostra vita è legata strettamente agli affetti, alle relazioni, all'amore che ci scambiamo. Spesse volte il vuoto che proviamo, il nostro gironzolare in cerca di qualcosa... ci richiama al fatto che siamo incompleti in questa vita. Che c'è una nostalgia dentro di noi, che c'è qualcosa che ci attira, ma sentiamo di non poterlo raggiungere pienamente ancora. Ce lo spiega oggi Gesù nel Vangelo. E' il Padre che ci attira a sé, attraverso quel Pane che è Gesù. Forse in molti sentiamo in quarantena la fame di quel Pane. Ecco. Lui dice di essere il Pane vivo  e che chi ne mangia, raggiungerà quella sazietà che si realizza nella vita eterna. Non c'è da scappare, se sentiamo questa inquietudine, questo buco nel cuore,  questa fame, questo desiderio. Non c'è da preoccuparsi. C'è invece da guardarla profondamente e da prendere coscienza che noi siamo davvero fatti per l'eternità, e che questa vita è veramente un passaggio per quella che è la nostra vera patria, la nostra vera realizzazione, il nostro vero compimento. Ma solo guardando con attenzione questa fame, potremo raggiungere il traguardo, come dice un canone solo la sete ci illumina, ci guida. Se scappiamo, rischiamo di andare in cerca dei surrogati, mentre non siamo chiamati a questo. Sì, è proprio questo desiderio, che ci fa andare nella direzione giusta, laddove c'è la verità del nostro essere noi stessi, nella pienezza della nostra bellezza, la bellezza con la quale ci ha creati Dio. 

lunedì 18 marzo 2019

il carnevale è finito? [1]


La Quaresima è sempre tempo propizio per riflettere di più sulla nostra vita. Chi sono? Perché vivo?

Forse è proprio importante farlo ora, visto che di solito siamo intrappolati in mille cose... cerchiamo di fare bella figura professionale, ci aggrappiamo alle persone, dobbiamo essere efficienti in tutto...

Nella rete delle maschere

E nel frattempo ci nascondiamo dietro un'immagine che, più o meno consapevolmente, creiamo di noi stessi. Vogliamo essere visti come persone di successo, a cui le cose vanno bene, sia al lavoro, che nella vita privata. Problemi? No, ora si chiamano "sfide". Esigiamo sempre di più da noi stessi, viviamo a velocità sempre più elevata. E la nostra felicità? E' direttamente proporzionale a tutto ciò? Questo eterno correre richiede da noi moltissime energie. Tuttavia non ci fermiamo su ciò che abbiamo raggiunto, vogliamo sempre di più. Solo che (forse per fortuna per noi) arriviamo poi ad un punto in cui le energie non ci sono più. All'improvviso non ce la facciamo più, siamo fragili, abbiamo bisogno di aiuto degli altri... magari anche di Dio! Queste esperienze ci dicono che abbiamo costruito un'autostima basata sui successi, sul desiderio sfrenato di autosuperamento. Ovviamente, la sana crescita comporta anche questo, quando è equilibrata e rispetta i tempi dovuti e le energie a disposizione. E comunque occorre che ci domandiamo se nella vita facciamo quel che desideriamo o quel che "bisogna fare"? La differenza è fondamentale. Se seguo ciò che è il mio desiderio, significa che cerco di vivere in armonia con me stesso e con ciò che sono. Il dovere invece viene di solito imposto dall'esterno, oppure è frutto di voci introiettate nel corso della vita. Quando seguiamo soprattutto questi imperativi il nostro autentico "io", quello che davvero siamo, di solito viene trascurato. Tralasciamo noi stessi  e anche i nuovi successi e traguardi non ci danno gioia e non colmano il nostro cuore.


Il fatto che indossiamo delle maschere, ha come base i nostri bisogni primari: quello di essere accolti e accettati. Abbiamo bisogno di avere successo presso le persone, ma lo conquistiamo nei modi sbagliati, cioé attraverso la nostra continua spinta al fare. Non diamo il valore al nostro essere. In questa maniera abituiamo gli altri al modo in cui funzioniamo, per ricevere il tornaconto e sentire di valere qualcosa ai loro occhi. E, perché no, vogliamo far vedere anche a noi stessi, quanto siamo bravi. Nutriamo il nostro falso "io", che così cresce e diventa una seconda pelle, qualcosa che entra dentro di noi e ci fa appassire. Quando queste dinamiche vengono coltivate a lungo, allora il "distacco della maschera" diventa poi un processo lungo e doloroso, accompagnato di solito anche dalla paura di non essere in grado di accettare la verità di noi stessi, che inevitabilmente emerge, quando la maschera cade. Inoltre, dopo anni in cui andiamo avanti in questa maniera, possiamo avere anche davvero dei seri problemi nel saper definire ciò che davvero conta per noi, quali sono i nostri veri valori. E' allora che dobbiamo porci la domanda: di che cosa ho veramente bisogno? Quando ci scontriamo finalmente con questa domanda, possiamo finalmente cominciare a camminare verso l'autenticità o crescere in essa.
Del resto, lo sappiamo, la vera relazione con l'altro, possiamo costruirla solo ed esclusivamente, quando facciamo vedere la verità di noi stessi, il nostro io: fragile, imperfetto, ma tanto autentico.
E allora, rispondiamo oggi sinceramente a noi stessi: il carnevale è finito? Facciamo cadere le nostre maschere?

[continua]