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venerdì 27 giugno 2025

sacro perché spezzato

La festa di oggi può restare sempre un appuntamento lontano, che ci parla di una realtà così mistica da sembrarci lontana. Certo, il cuore di Dio, soprattutto quello rappresentato con tanto di corona di spine e di fiamma, in mano a Gesù, resta un'icona "classica" ma spesso anche ormai incomprensibile e magari ci lamentiamo che non dice nulla alla nostra vita. Spesso infatti un'iconografia attribuita ad una realtà, ci "disturba" nella possibilità di cogliere cosa, anche oggi il Signore ci vuole comunicare. Beh, vediamo insieme che forse viene fuori qualche cosa.  Quel che dice Gesù oggi di sé o meglio del suo cuore mite ed umile, si verifica negli attimi immediatamente seguenti la morte di Gesù in croce. Una morte precoce, a quanto pare, perché il cuore gli viene trafitto proprio perché già morto. Serviva questo gesto? Pare che sia stato compiuto per accertare la morte. Ma ci sono degli studiosi che dicono che la causa immediata della morte di Gesù è stato un infarto, o meglio una rottura del cuore (ma per gli aspetti scientifici possiamo fare ricerche autonomamente). Il suo Cuore noi oggi lo festeggiamo come sacro. Sacro significa messo da parte per Dio. Strano no, che il cuore di Dio (ovvio che sia messo da parte per Dio, se è suo), non sia stato immune dalle rotture e dalla sofferenza? Beh alle volte io penso che può essere sacro solo ciò che è spezzato
La chiusura non ha nulla a che fare con Dio, il quale è relazione, è il fluire dell'amore, è un continuo dare e ricevere, che si può attuare solo attraverso delle aperture. Ecco perché ciò che è spezzato può essere sacro (ma, attenzione, non necessariamente lo è!). Le ferite, come già ha detto qualcuno, possono essere feritoie comunicanti la vita. Ecco perché si dice che dal costato del Signore con l'acqua e il sangue è sgorgata la Chiesa, il segno visibile del suo amore. E così anche la chiesa resta sacra solo quando aperta, quando disponibile per essere anche ferita, squarciata, per testimoniare questo amore. Ma veniamo a noi: a me e a te. Hai presente quel momento in cui ti è venuto proprio un "infarto", il tuo cuore è stato spezzato, ferito, quando ti sei sentito usato, quando hai sofferto? Sicuramente sì. Tutto questo è sacro, se tu ne trai vita. Se ti concentri sulla morte, la ferita va in cancrena, si diffonde su tutta la tua persona e non ti permetterà di vivere felice. Ma se tu guardi la tua ferita, il tuo essere trafitto, come occasione di apertura, di "scuola" in cui imparare qualcosa della vita, forse di apertura agli altri, ancora più sofferenti di te. Quando il Papa Francesco ci invitava ad USCIRE, voleva dire proprio questo: di non rimanere chiusi, di non lasciarci rubare la possibilità di purificare la nostra vita. Uscire e far entrare aria nuova, lasciare che con essa la ferita, che è luogo di passaggio, sia guarita e diventi apertura per la luce, per l'acqua pura, per quest'aria, per le persone bisognose della nostra accoglienza.
Questa è la tua e la mia possibilità di avere dei cuori che assomigliano a quelli di Gesù, che tendono ad essere quello per cui sono stati creati: sacri, appartenenti a Dio. 





domenica 4 giugno 2023

il segreto della felicità

Gv 3,16-18


Mi fa tanto bene al cuore, immaginare questa scena di Gesù e Nicodemo in un colloquio notturno e pensare come risuonano le parole che dice. E' come se stesse affidando a Nicodemo il segreto della felicità, in questo momento di intimità. E' come se stesse svelando appunto a lui, il segreto della Trinità che festeggiamo oggi. E, a quanto pare tutto questo, è molto più semplice di quanto ce lo potessimo immaginare. Perché, suggerisce Gesù, la felicità non dipende da ciò che facciamo nella vita... ma prima delle opere viene una relazione o forse più relazioni. Il Figlio infatti è stato donato a noi, non perché noi ci sentissimo inferiori davanti a lui e quindi frustrati, perché imperfetti, ma per scorgere la luce che viene da Lui e... accoglierla, sceglierla ogni giorno di nuovo (non una volta per tutte, eh!). Una relazione con Lui, con loro Tre... una relazione luminosa, che poi rende tutte le relazioni più luminose, dopo influisce anche sul nostro fare: appunto, perché chi è nella luce, le sue opere sono luminose. Non hanno bisogno di essere perfette, come la persona non ha bisogno di essere "all'altezza", perché sperimenta la felicità nell'essere il massimo di quello che è, con semplicità e schiettezza. E qui si realizza la salvezza operata dal Figlio: nel nostro essere felici, perché la gloria di Dio è l'uomo vivente. Non so se Nicodemo ha capito... non so se ho capito nemmeno io! Del resto la felicità è un cammino che mai finisce in questa vita. Buon cammino a noi, allora, verso la felicità eterna!

sabato 13 novembre 2021

il tempo da te definito


Lc 18,1-8
Spesso sentiamo dire dalle persone che conosciamo: "Dio vede questo e non fa niente", "Dio non c'è, altrimenti non permetterebbe tutto questo". Sono affermazioni curiose provenienti dal nostro mondo automatizzato e appartenente all'era dell'"oltre digitale". La nostra non è più nemmeno la logica del "premo il tasto e rispondo ad un bisogno". Questi ragionamenti appartengono all'epoca dell'assistente Google, il quale ci ascolta per rispondere al momento opportuno a ciò che pretendiamo da lui. Ha "visto", o più precisamente, ha sentito, e reagisce, senza riflettere, esaminare né rispettare i tempi opportuni. Sì, Dio non è Alexa e nemmeno Siri, da cui esigiamo quasi che sappiano i nostri pensieri e rispondano ad ognuno di essi. Dio scruta ed esamina i nostri bisogni e i nostri desideri, per rispettare il tempo in cui sapremo distinguere gli uni dagli altri e decideremo cosa davvero ci è utile e necessario. Ma Dio non ascolta tutto ciò passivamente, come una macchinetta che attende i comandi. E il Vangelo di oggi fa la giusta domanda: ci farà aspettare a lungo? La risposta sta dentro di noi. La risposta sta nel tempo della nostra fede, dunque, nel tempo che viene definito dalla nostra capacità di domandare e di fidarci. La risposta che arriva prontamente, è esattamente quella che arriva quando siamo pronti, quando il Figlio trova la fede sulla terra del nostro cuore, che grida giorno e notte a Lui. Perché solo un cuore che si rivolge continuamente a Lui, sa distinguere con sempre più precisione il bene da scegliere. E' un allenamento, questa libertà che altro non è che capacità di scegliere appunto il bene in ogni situazione. E allora i tempi coincidono alla perfezione, perché non sono più definiti dall'ansia del "tutto e subito",  ma dalla sapienza del "qui ed ora", tempo della fede, tempo di Dio. 





venerdì 3 settembre 2021

Liberi o schematizzati?

Lc 5, 33-39

"Si è sempre fatto così". La fatidica frase che deve rivendicare un presunto bene, diventa rivelatrice di un rischio tanto grande quanto subdolo... Comode le nostre sicurezze: chi ce le tocca? Tutti digiunano, anch'io digiuno, anche tu devi digiunare, siamo a posto. Non importa se è momento giusto, che cosa è bene per una singola persona...lo facciamo tutti e così "siamo al sicuro". E così, andiamo avanti, tanto si è sempre fatto così e siamo convinti dentro di noi che la sicurezza ci verrà da questa ripetizione infinita degli "schemi salvifici". Poi però ci lamentiamo, perché le giornate sono tutte uguali, perché non arriviamo mai a nessun "dunque" nella nostra vita... Anche questa può essere quella che Papa Francesco chiama la vita da "divano", rischio tanto per le nuove che per le vecchie generazioni. E se decidessimo di liberare questi nostri due muscoli fondamentali: il cuore e il cervello? Se cominciassimo ad allenarci ad usarli costantemente, per leggere i segni dei tempi, per mettere in moto una carità creativa? Se invece di ripetere gli schemi, laddove essi risultano obsoleti, cominciassimo a fermarci, da soli o meglio ancora, insieme, per vedere cosa è che oggi ci chiede la vita? Forse non ci chiede il digiuno...forse appunto finché lo Sposo è con noi, non c'è da digiunare, ma da stare consapevolmente al cospetto del mondo, del prossimo e della vita. E questo comporta la capacità di pensare ogni volta che si fa una scelta: perché saper scegliere il bene non è scontato, ma è espressione della massima libertà, il più bel regalo che Dio ci fa. 

domenica 30 maggio 2021

non capirci niente

Mt 28,16-20
Comunque andare, anche quando ti senti svanire... Così canta Alessandra Amoroso. E io oggi ascoltando mi domando se per caso i discepoli oggi si sentono svanire anche loro, almeno un po'? Non è passato molto tempo da quel momento in cui erano praticamente convinti che tutto ciò che avevano vissuto con il Signore, fosse una farsa. Lì sicuramente sarà stato un momento in cui si erano sentiti morire... Però Lui è risorto! L'hanno visto, si è riaccesa la speranza della sua Presenza, ma ecco, ora lo vedono sparire di nuovo. Come dunque andare avanti? E' come con ogni persona cara: se la vedi andarsene, addirittura ripetutamente, ogni volta se ne va un pezzo del tuo cuore. Ed è normale che sia così. E ogni volta occorre trovare la propria dimensione per continuare a vivere. Loro si prostrano, cercano di accettare il fatto più grande di loro a cui stanno assistendo. Ma nel cuor loro dubitano. Ecco, devono andare anche nel dubbio. Il Signore, che conosce i cuori, sa che loro stanno di nuovo dubitando, che sono lì come su delle sabbie mobili. E, consapevole di questo, li invia. Si, si tratta di andare anche o proprio perché ci sono dei dubbi nel cuore. Forse è proprio qui il punto cruciale della giornata di oggi: che se tu non hai dei dubbi, non metti in discussione te stesso, gli altri, la relazione con Dio, non puoi essere un inviato credibile. Se sei troppo sicuro di te, troppo fissato, potrai portare in giro delle dottrine rigide, quelle che non si mettono in discussione, ma non avrai né davanti né dietro a te quell'alone dello Spirito che ti e ci trascina dove vuole Lui, senza darci sicurezze e scombinando ogni volta tutti i piani prestabiliti. Qui sta la vita vera. Comunque andare, anche solo per capire o per non capirci niente, però all'amore poter dire: ho vissuto nel tuo nome. Buona festa della Trinità!



sabato 24 aprile 2021

sembra il cinese

Gv 6,60-69

E' vero che a ciascuno di noi è capitato nella vita di leggere o ascoltare qualcosa che sembrava completamente incomprensibile, per dirla come siamo soliti dire "sembrava il cinese"? Possono essere state lezioni di matematica, discorsi scientifici, la Divina Commedia, scritta in un italiano difficilmente comprensibile oggi, può essere stato qualcuno che ci assegnava un compito difficile... può essere stata la Parola di Dio. Di fronte a certe cose incomprensibili, facciamo molto presto a convincerci, che "tanto non le capiremo mai". Questa convinzione, specie negli adulti, diventa presto un'accomodante scusa per non affrontare un discorso, oppure per non crescere, per non realizzare i propri sogni... "Eh, troppo difficile, c'ho provato ma niente". 
Alle volte manca la pazienza, altre volte manca l'autostima, altre ancora manca l'umiltà per chiedere l'aiuto... Ciascuno di noi ha le proprie scuse. Ovviamente senza generalizzare, tenendo presente che tutti abbiamo dei limiti oggettivi, perché siamo umani. Ma ci sono delle cose nelle nostre vite, che hanno questa sfumatura di una sorta di nostalgia. Il sapore di quella resa che abbiamo deciso troppo presto. Il sapore di qualche cosa che ci siamo preclusi e che, mentre da un lato lo giustifichiamo, ci crea dentro quel sentimento di malinconia per qualche cosa che ci manca. Se sbirciamo nel nostro cuore, probabilmente lo troviamo con facilità. 
I discepoli nel Vangelo di oggi fanno proprio così. Ascoltano la Parola di Gesù e costatano che essa è "troppo dura" e che non si può ascoltare. La sorpresa sta invece proprio nel superamento di questo dubbio. Il sentimento dell'impotenza di fronte a qualche cosa che non capiamo, è spazio di fiducia, se lo accogliamo. Così anche la stessa parola di Gesù: sembra pesante, lontana, sembra cinese. Eppure, se ci fidiamo e se semplicemente rimaniamo con essa, potremmo scoprire un giorno che essa, più spesso è frequentata, più comincia ad parlare alla nostra vita e a penetrarla in profondità. E' così perché la Parola è per noi la presenza stessa del nostro Dio, la Parola è viva ed è efficace anche laddove il nostro intelletto non riesce a seguirla. La parola d'ordine resta: fiducia! Dio può rendere fruttuoso anche ciò che noi non vediamo efficace. 

mercoledì 31 marzo 2021

un incontro mancato


Mt 26, 14-25

Oggi viene un po' di paura al sentire le parole di Gesù, che per l'uomo che l'ha tradito, venduto, sarebbe stato meglio non essere mai nato... Ma che cosa è realmente successo a Giuda? Oppure forse potremmo riflettere sul che cosa non è successo nella sua vita...? Ogni persona umana nasce da una relazione e vive a partire dalle relazioni che intesse. C'è un sacco di gente oggi in giro che si finge autosufficiente, confondendo l'autosufficienza propria di ogni essere umano maturo, con l'individualismo che porta alla morte, perché interrompe la relazionalità che è fondamento della vita umana. La stessa cosa vale non solo a livello interpersonale ma anche quando parliamo della relazione fondamentale per la nostra vita, quella con Dio. Ed è qui che sta l'insufficienza di Giuda. Ma come? - potrebbe domandarsi qualcuno - ma Giuda non era stato scelto tra i 12, quelli più vicini a Gesù, i suoi discepoli? Certamente. Ed è per questo che la sua situazione è ancora più pesante e tragica. Ci fa vedere come anche noi, scelti per essere amici di Dio, possiamo scivolare se... non lo incontriamo veramente nella nostra vita. In che senso incontrarlo? Ma non lo incontriamo noi credenti nella Parola, nell'Eucarestia ecc? Sì. Tuttavia spesso questo incontro si riduce a un Dio che si dona a noi mentre noi vaghiamo da qualche parte, assenti. Forse oggi, durante le varie restrizioni, (quando non si sa se andare o meno in chiesa, oppure se semplicemente ci stiamo tutti durante queste feste già vicine) in qualcuno di noi si sveglia ancora questa coscienza del dono che sono i sacramenti, che è la Parola di Dio... forse ci rendiamo conto che non apprezziamo abbastanza questa Presenza nella nostra vita, fino a quando non comincia a mancare. Ma colui/colei che ha davvero incontrato il Signore nella propria vita, oggi, quando per caso non può ricevere l'Eucarestia, vive del ricordo, che, attenzione, non è un andare con la mente per dire "ah che bello era quando...". Ri-cor-dare, significa ridare al cuore, o più precisamente significa "ripassare dalle parti del cuore", ritornare al primo amore, quello forte, totalizzante, che è incontro autentico con Lui. Per questo la prima domanda per tutti noi oggi è: dove e quando ho incontrato il Signore, tanto da aver sentito il mio cuore invaso dalla sua Presenza...? Spesso questo momento coincide con il nostro cuore spezzato e ferito. Infatti il cuore ferito si apre... si dispone alla Presenza del Signore, diventa indifeso, non si oppone più, molla le resistenze e allora... l'Incontro può avvenire, perché Dio finalmente trova la porta aperta. 
Non so se c'abbiamo mai fatto caso che nei Vangeli appaiono di qua e di là i nomi dei Dodici, ma praticamente mai, fino al momento della passione di Gesù, quello di Giuda. Come se appunto non l'avesse mai seguito fino in fondo, come se non si fosse mai lasciato scomodare da questa presenza del Signore, che scomoda davvero! E quindi appare ora, pronto a tradire, mostrando la superficialità del suo rapporto con Gesù, facendoci vedere cos'è mancare all'appuntamento con Lui. Il frutto di questo incontro mancato è... la morte. E' una meccanicità della sequela di Gesù che porta a cercare qualsiasi distrazione dalla routine, e porta purtroppo anche ai gesti della portata di quello di Giuda. Egli stesso ci conferma la distanza che lo separa da Gesù, quando a differenza degli altri, mentre domanda ironicamente a Gesù "sono forse io", non lo chiama come altri discepoli "Signore", ma solo "Rabbì", maestro. E intuiamo immediatamente la differenza di relazione tra una persona e il suo Signore e una persona e il suo maestro. E' vero che Gesù è maestro, ma per un discepolo è anche molto di più. E' appunto Colui che, quando lo si incontra, cambia la nostra vita e la riporta alla Vita vera, alla prospettiva di vita eterna. Possa essere questa Pasqua, una festa del RICORDO, come ci propone la Chiesa, un riportare alla realtà il Mistero e col cuore che si immerge di nuovo in questo Incontro che ridona il senso e la vitalità alla nostra esistenza. 

mercoledì 24 marzo 2021

abbassarsi fino al... cuore

Gv 8, 31-42

Ecco che nel Vangelo di oggi assistiamo a un enorme malinteso tra i due interlocutori. Gesù e i giudei. Gesù vuole spiegarli delle verità sul suo ruolo nella storia della salvezza, loro continuano a ragionare con le loro categorie. Ad ogni affermazione, la risposta. Sembra che non si capisca quando finisce questo botta e risposta, appunto. Ed è chiaro che si sta viaggiando su due binari paralleli, che non si stanno incontrando. Gesù sta spiegando qualcosa di più profondo, qualcosa che richiede il cuore aperto e ricettivo allo Spirito, per essere compreso. Loro restano sui dati della realtà che elaborano con le loro menti, convinti di poter inquadrare quello che Gesù spiega loro, in una logica intellettuale. Niente di più errato. Verrebbe da dire: scusate, ma se Gesù capisce che stanno viaggiando su due frequenze diverse, perché continua ad insistere, pure lui? Ricordate quando eravamo piccoli e i genitori ci dicevano determinate cose che non capivamo? Magari anche a voi sarà successo come a me, di aver sentito "un giorno ti ricorderai queste parole e capirai". Quel giorno fatidico è giorno in cui fai l'esperienza di vita che ti porta a rileggere le parole ascoltate alla luce dei fatti e dire: "avevano ragione". Ma quel giorno per gli interlocutori di Gesù, non è ancora arrivato. E va bene così, perché ad ogni cosa il suo tempo. Infatti Gesù sta indicando che non è più il tempo di ragionamenti sofisticati, ma di scendere e abbassarsi fino al proprio cuore, per depositare lì le cose, e lasciarle vivere lì, soprattutto facendo spazio e creando una culla anche ai nostri sentimenti. In futuro saranno esperienze preziose. E' esattamente ciò che faceva Maria, quando, invece di controbattere mille volte quando ad esempio ha sentito il piccolo Gesù dire "dovevo occuparmi delle cose del Padre mio", tace e deposita nel cuore, per comprendere dopo. 
Anche noi stiamo vivendo tempi non facili in cui non è scontato comprendere cosa ci sta dicendo la storia, la vita, l'universo... cosa sta permettendo Dio e cosa anche con questo vuole dirci. Ha veramente tanta utilità dare tutte le spiegazioni cervellotiche di quello che sta accadendo? Oppure varrebbe la pena fare un po' come Maria... lasciare che le cose, pur col dolore, vivano dentro di noi e ci permettano di essere interiormente presenti a noi stessi? Perché ai nostri sensi esteriori, quelli corporei, corrispondono i sensi interiori, che si nutrono di ciò che decidiamo di trattenere dentro di noi. E' così che si impara a fiutare la presenza di Dio nella storia. Anche nei suoi momenti più tragici. Esattamente come si riconosce un sapore, un profumo ecc già conosciuto, così anche, allenandoci interiormente a dare più spazio al cuore che al cervello, ci alleniamo a scorgere la presenza di Dio, che c'è sempre. 









martedì 9 febbraio 2021

cose o persone?


Mc 7,1-13


È sempre più comodo trattare con una cosa che non con una persona. Una persona è un mistero ed è imprevedibile, devi sforzarti molto per capirla e convivere con lei. Dio è una persona e, dal punto di vista dell'impegno, è molto più difficile convivere con Lui che compiere determinati riti automaticamente. Dio è una persona ed è invisibile o, meglio, visibile nel cuore e con il cuore puro e sincero. Per convivere con Lui bisogna continuamente sforzarsi con tutta la vita di essere vivi, di avere il cuore vivo e docile alla Sua voce e al Suo insegnamento. Chiaramente il motore di questa convivenza è l'amore: l'amore infinito di Dio e il mio amore, finito ma pur sempre unito all'infinito desiderio di Dio vivo. La convivenza vera esclude automatismi, perché tutto dipende dalla lettura della sempre nuova situazione che devo affrontare. Questa lettura avviene nel cuore umano che deve essere vivo, sensibile e pieno d'amore. È come nel matrimonio, l'uno chiede all'altra, continuamente, essendo nelle nuove situazioni: "amore mio che facciamo adesso?" Così è nella convivenza con Dio: o Dio, Amore mio adesso che facciamo? Questa ricerca della giusta decisione costa una fatica, ma è indispensabile perché restiamo vivi e veri. Altrimenti comincio a crearmi la mia religione composta da prescrizioni vuote da eseguire. Anch'io devo stare attento ad essere vivo e autentico nella mia fede. Finché sono innamorato di Dio e Gli chiedo: "Amore mio che facciamo?", posso stare anche tranquillo per le mie scelte. Ma questo cammino esige un dialogo continuo nel mio cuore con Colui, che essendo innamorato di me, vuole continuamente comunicarmi non solo la luce per le mie scelte, ma soprattutto il Suo amore che mi dona la forza per affrontare le fatiche del cammino della vita.

giovedì 29 ottobre 2020

la sua visita in te



Lc 13,31-35

Quanto doveva amare Gesù la città di Gerusalemme... le sue parole lasciano trapelare un amore di predilezione. L'amore vero ha un duplice sguardo: mentre vede come idealmente potrebbe essere una persona o realtà, vede anche molto realisticamente i "difetti" del proprio oggetto d'amore. Ecco Gesù che  vede che questa città "eletta" non è come Dio l'ha voluta. Le parole che seguono sanno del profetismo, che pur rilevando la sventura proclama il momento in cui vi si riverserà l'amore di Dio verso il suo popolo. Gli eventi futuri mostreranno che questo amore è più forte di ogni cosa e continua a "visitare", sta alla porta e bussa... C'è qualcosa che entra dagli occhi e qualcosa che esce dagli occhi. Per Gesù il vedere Gerusalemme "passa dalle parti del cuore" e ritorna agli occhi nella forma di una futura possibile bellezza. Si attiva il meraviglioso funzionamento dell'emotività umana presente nel Dio che si incarna. Le sue parole apparentemente di rimprovero, ripuliscono la città di Dio di ciò che Egli le rimprovera. Questo si chiama riprendere per amore. Quando io intravvedo, con gli occhi puliti dall'amore, l'opera di Dio in te, la meraviglia che sgorga dalla sua visita in te. E ti auguro che tu ti lasci visitare da Lui, per essere ciò che sei.

martedì 15 settembre 2020

il ritorno della bellezza


 Gv 19,25-27

Vi propongo oggi questa meditazione, lettura spirituale del brano di Maria ai piedi della Croce.

Qualche anno prima, si erano ritrovati davanti a lei in quella sala nuziale, tremando, dicendo che stava finendo il vino. E forse lei non sapeva nel primo momento se era un bisogno o un desiderio. L’essenza del momento più bello della vita di una persona, conditio sine qua non, la bellezza stessa. La bellezza… è un desiderio di cui abbiamo bisogno ed è un bisogno che desideriamo. Un cuore leggermente spento, se conserva la nostalgica nota attraverso la quale desidera il desiderio, è sulla strada verso la bellezza. Madre del desiderio sei allora, Maria, colei che precede il vuoto che si sta creando. Stabat Mater: il tuo posto fisso è lì, ai piedi della Croce. È proprio lì che tu guadagni per noi questo desiderio che tante, troppe volte è lucignolo fumigante, nelle nostre vite distratte dai vuoti che non colmano il cuore. Il bisogno più grande, tu lo intuisci così: non fuggi dalla croce. La bellezza ora ha sembianze di ecce homo, uomo morente e senza confini. Ritorna attraverso la tua maternità, la dignità di ogni persona umana, ritorna l’inequivocabile verità sulla bellezza che risiede in ciascuno di noi. Alzare il capo per vedere tuo figlio che muore per ridare la bellezza a tutto il mondo, alla storia. Far violenza al nucleo della propria maternità. Sentire la spada trafiggere il cuore. Scopri che la tua missione non era affatto compiuta con il dare al mondo il suo Redentore. E non termina nemmeno con il suo: Donna, ecco il tuo figlio. La missione è compiuta quando tu e Lui, due vite distrutte, rovesciate più o meno consapevolmente la logica della morte. Due corpi martoriati, di cui uno morente, immagini di bellezza che rinasce oltre ogni aspetto estetico. Lì, sul colle del Golgota, tu hai alzato lo sguardo per contemplare tra le lacrime, il volto sfigurato di Lui, precedi il vuoto che si sta creando. Precedi, con il tuo atteggiamento, ciò che non è stato intuito subito dopo la sua crocifissione e non viene intuito nemmeno oggi, tante volte. Ti accorgi che ciò di cui abbiamo più bisogno, quel desiderio dei desideri, si nasconde nel brutto. Si sta facendo buio su tutta la terra, per far risplendere la Luce con ancora più forza. Non desidereremmo la vita, se non avessimo dentro la nozione della nostra mortalità. Non potremmo mai vedere e apprezzare la bellezza, se non conoscessimo, per contrasto, la bruttezza. Sono contrasti a cui non badiamo, quando il vuoto si affaccia ai nostri cuori. Eppure è possibile non vedere nulla per eccesso di luce. Non sentire più nulla per eccesso di dolore. E proprio laddove ci sentiamo incapaci di provare alcun sentimento, quando i sensi si mettono a tacere, la bellezza e la vita esplodono: anche in mezzo all'orrore e alla morte. Probabilmente qualche esperto della vita spirituale lo chiamerebbe purificazione, oppure notte dei sensi. Ma quando quel dolore generativo diventa esperienza dello spirito e persino della carne, si comprende quanto è limitante vestire di parole un’esperienza. Le nostre lingue, soprattutto quelle moderne, quelle che con sfrenata corsa scappano dalle espressioni che chiamano per nome la sofferenza, fingendo che da essa si possa fuggire nella vita, arrivano solo fino a un certo punto. Dopo resta solo lo spazio di silenziosa condivisione di quello che succede nell’animo umano. Linguaggio oltre ogni linguaggio. 


giovedì 10 settembre 2020

a chi assomigli?


Lc 6,27-38

Sono certa che ciascuno di noi si è messo almeno una volta nella vita a pensare in cosa assomiglia ai propri genitori. Di solito qui saltano fuori delle sorprese piacevoli e quelle meno piacevoli. Però non so se ti sei mai messo/a a cercare in cosa assomigli al Padre del cielo. "Ah in nulla", già sento le risposte immediate. Tanto immediate quanto false. Veniamo costantemente fregati dal senso di inferiorità, da una sorta di falsa modestia. Sì, tu assomigli al Padre. Anche se non lo sai, non lo credi, vuoi respingere lontano da te questo pensiero, tu assomigli al Padre. In cosa? Vai a scoprirlo! Nel Vangelo di oggi c'è un suggerimento: siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso. Cosa significa essere misericordiosi? Misericordia è la capacità di miseris-cor-dare, cioè di dare il cuore ai miseri, ai bisognosi. Il cuore di Dio è questo: dona costantemente a noi che abbiamo bisogno di Lui. E noi anche in questo, somigliamo a Lui. E smetti di ripeterti, mentre leggi, che no, che tu non hai nulla da dare, perché sei tu stesso/a poveretto/a o peccatore/peccatrice. Si, certamente lo sei, certamente siamo tutti deboli. Ma tu sei figlia/o, e assomigli al Padre. Il tuo cuore è fatto per essere donato a chi ha più bisogno, non di te, ma di Dio, del Padre a cui tu assomigli. Cosa significa tutto ciò? Te lo spiega il resto del brano del Vangelo: non giudicate, non condannate, perdonate, date...   queste cose avvengono nella consapevolezza invece della fratellanza. Se sei figlia/o, sei anche sorella/fratello. Sei alla pari. E quindi non ti ergi sopra nessuno. Sì, sta appunto tutto nella somiglianza al Padre. Perché giudichiamo, condanniamo, non perdoniamo, non condividiamo, quando ci sentiamo superiori, cioè quando ci mettiamo al posto di Dio, quando ci sostituiamo a Lui. Ma Lui non ha bisogno di sostituti. Lui dona gratuitamente e chiede a noi di essere suo prolungamento. Prolungamento e non salvatori della patria. Questo semplifica molte delle nostre azioni e ci rimette "al nostro posto", di collaboratori di Dio, di figli amati e misericordiosi proprio perché amati. 












 

martedì 11 agosto 2020

il luogo di fuga

 


Mt 18,1-5.10.12-14

 Oggi la mia attenzione viene ancora attratta dal pastore che lascia le pecore per andare a cercare l'unica smarrita. Dove si dirige il Signore, quando va in cerca della pecora che si è persa? A pensarci bene, ho impressione che lui già sappia dove andare a recuperarla, perché conosce perfettamente i nostri luoghi di fuga, gli spazi dello smarrimento dei nostri cuori... quindi di nuovo ci è maestro nel farci capire quali debbano essere i nostri rapporti: solo la conoscenza profonda accompagnata dal rispetto della persona che vive accanto a noi, ci spinge ad andarle dietro quando si smarrisce, perché l'amore verso chi si smarrisce ci spinge... e vice versa. Ci dia dunque il Signore il dono di questa conoscenza, che fa di noi strumenti della sua misericordia, persone pronte ad andare e a lasciare tutto ciò che, secondo una logica sarebbe assurdo lasciare, per amore, quello vero, quello che lascia andare e che è pronto a "riportare al gregge", quando ce n'è bisogno.

sabato 8 agosto 2020

sempre la stessa storia

 Mt 17,14-20

Una reazione tanto simpatica, quella di Gesù nel Vangelo di oggi, tanto umana e tanto conosciuta a ciascuno di noi. "Fino a quando dovrò sopportarvi?" Un Gesù scocciato insomma. Certo la scocciatura espressa con il linguaggio diverso da quello che quotidianamente usiamo noi, ma il senso resta lo stesso. Portatelo qui, ci devo per forza pensare io perché voi non ce la potete fare. E quindi la domanda che sorge è: ma poteva Gesù esigere dai suoi discepoli che facessero un miracolo? Dio davvero esige questo da noi? Probabilmente la risposta ciascuno di noi può trovarla da solo. Ciò che il Signore chiede ad ognuno di noi, in termini di fede, può essere diverso, perché ogni cammino è diverso e non ce ne sono due uguali. Ma la mancanza di fede che fa sì che non cresciamo, non avanziamo nel nostro cammino e solo continuiamo sullo stesso piano, che prima o poi, diventa piatto, è un ritornello ricorrente a cui corrispondono appunto le parole di oggi di Gesù. Uffa! Ma perché non fai quello sforzo di fede in più, che potrebbe cambiare la qualità della tua vita? La fede infatti non è l'andare in chiesa o il dire determinate preghiere, ma è la capacità di affidarsi completamente a Dio, quando le cose sembrano irragionevoli. E continuare a camminare, senza lasciarci portare dall'autocommiserazione, senza sederci per strada con la scusa di non riuscire perché "non capiamo". La guarigione, la liberazione dal demonio, nel caso del Vangelo di oggi, è un atto di fede. Non è magia, ma è fiducia, non sono formule da recitare, ma il cuore che si abbandona. Ecco perché, paradossalmente, la reazione di Gesù non è solo o non è tanto un rimprovero, quando un promemoria. Senza di Lui non possiamo far nulla. La fede è relazione con Lui, è capacità di ricorrere a Lui in necessità. E non potremo mai fare a meno di questa relazione. Anche perché questa relazione è quella che porta guarigione all'altro. Se ci fidiamo solo di noi stessi, ci indeboliamo e falliamo, e i miracoli non succedono. Mentre con quest'altra "storia di sempre", quella che ci fa tornare sempre a Lui, possiamo vivere nella certezza che nulla accade a caso e che, se glielo chiediamo, non saremo mai lasciati alle nostre sole forze. Ben venga allora la scocciatura che Gesù esprime, perché ci stimola a ritornare sempre a Lui! 

lunedì 15 giugno 2020

una vendetta senza sapore

Mt 5,38-42


Sicuramente almeno una volta ognuno di noi (anche il più santo/la più santa) ha sperimentato dentro di sé la voglia di vendetta per il torto ricevuto. C'è chi vive triste e sempre arrabbiato e proietta le proprie difficoltà sugli altri, attirandosi così le antipatie e anche i veri e propri torti che gli vengono fatti. Tutto per poter dare dopo la colpa agli altri e continuare a dar retta ai pensieri di vendetta. Queste persone sono abituate a vendicarsi, spesso anche in una maniera subdola, perché il lungo dimorare nei loro cuori di questi pensieri, raffina le modalità di agire, anche quando non se ne rendono conto. C'è infatti purtroppo un sapore di appagamento nella vendetta. Essa infatti colma quell'asimmetria che si crea quando uno fa del male all'altro, prevaricando su di lui (consciamente o meno). Sembra che la bilancia per un attimo sta in equilibrio. Ma presto scopriamo che questo è un falso equilibrio, quando si perpetua il meccanismo di ripicche oppure quando di fronte alla vendetta da noi operata, scopriamo che l'altro non si immaginava di averci fatto del male. Il sapore dunque è passeggero e dal dolce che era in bocca, diventa amaro nelle viscere... un veleno insomma. E ciò che il Signore ci insegna oggi è il modo di smascherare la presenza di questo veleno. Se al veleno infatti togli immediatamente il gusto dolce, esso non sarà più attraente e non farà il suo effetto. Ed è qui la sapienza del porgere l'altra guancia. Perché se uno ti schiaffeggia, nella sua mente o nel suo cuore avrà elaborato un motivo per farlo, che responsabilizza te. Ma tu puoi fermare il veleno, indipendentemente dalla tua reale responsabilità. Puoi cioè trasformare questa responsabilizzazione in una reale presa di responsabilità rispetto al veleno che viene messo in circolazione. Se tu porgi l'altra guancia, la cattiveria che ti viene fatta attraverso lo schiaffo, non ha più sapore... Chiaramente escludiamo qui i casi patologici e incontrollabili, parliamo della nostra vita quotidiana. Dunque grande è la nostra responsabilità personale perché in primis veniamo interpellati sulla vigilanza sul nostro cuore, affinché non siamo quelli che schiaffeggiano, che tolgono la tunica... ma anche perché possiamo fermare il circolo vizioso della vendetta, togliendo ad essa il suo falso sapore. E ridare alla stessa maniera, al cuore che cerca la vendetta, la fame del gusto vero della vita, perché no, anche a partire da una relazione rappacificata e risanata. 





giovedì 7 maggio 2020

al bivio (6): la libertà

Il coraggio di cui parlavamo ieri, ha una figlia che è contemporaneamente madre.
Si chiama libertà: nasce dal coraggio di svincolarsi e genera il coraggio sempre più autentico.
La libertà oggi pare essere il più altro dei valori. Siamo pronti ad uscire sulle strade, al solo pensiero che qualcuno potesse limitarcela. Vogliamo decidere autonomamente sulla nostra vita, senza pensare se per caso facendo così, non limitiamo la libertà altrui. La cosa sorprendente è che, allo stesso tempo, quasi non ci curiamo affatto della nostra libertà interiore (e non lo sappiamo nemmeno). Con tanta ingenuità siamo pronti ad affidarci a dei dispositivi elettronici, oggetti, ideologie, voglie e persone (!) fino a diventare loro schiavi, continuando però ad urlare il nostro diritto ad essere liberi. 
E invece proprio la libertà del cuore che determina le svolte importanti della nostra vita. Se desideriamo fare delle scelte sapienti, seguendo la voce di Dio, dobbiamo creare quello spazio, in cui Dio potrà proporci anche delle cose che da soli non avremmo mai scelto. Se rimaniamo nelle nostre abitudini, sicurezze, seguendo rigidamente solo la nostra stessa visione del mondo, e le nostre idee, sarà difficile attraversare questo delicato confine. 
Sant'Ignazio parlava spesso della santa indifferenza. Non si tratta ovviamente del menefreghismo e del disinteresse verso le realtà che ci toccano. Si tratta di vivere in modo che "non desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza piuttosto che la povertà, l'onore piuttosto che il disonore, una vita lunga piuttosto che una vita breve" (Esercizi spirituali, 23). Ecco l'ideale della libertà interiore: essere pronti ad accogliere qualsiasi cosa ci accada e qualsiasi piano di Dio. 
Se vuoi sinceramente cercare la tua strada e domandare a Dio che direzione prendere, non potrai sfuggire la domanda sulla libertà del cuore. Non è infatti una scelta, se prendi in considerazione una sola possibilità. Non lasciarti schiavizzare dai ragionamenti che ti vende una massa: spiega le ali e vola, anche verso lo sconosciuto, sii libero! 

domenica 3 maggio 2020

al bivio (2): una voce

Abbiamo cominciato, nella puntata precedente, a considerare come solo a partire da una relazione possiamo stare al bivio chiamato "vocazione" e sentire una voce. Per approfondire questo particolare aspetto, andiamo a vedere alcuni passaggi degli Atti degli Apostoli. In questo libro della Bibbia troviamo varie storie riguardanti appunto quelli che sono stati più vicini a Gesù. Da un lato raccontano cose affascinanti e curiose. Dall'altro però possono sembrare cose astratte e impensabili. Filippo sente e va e agisce, come pure Anania. Pietro ha una visione... insomma, sembra fantascienza. O meglio, pensiamo spesso: queste cose oggi non succedono. Ok avere qualche relazione con Dio, provare a parlare con Lui, sforzarsi di riconoscere la sua presenza, ma proprio sentire le voci? No, per carità, sono fiabe. Ed è vero! La voce di Dio dentro di noi è soave, per questo fatichiamo nel sentirla. Possiamo proporci tre passaggi per aiutarci in questo. Fermati, fai silenzio e guardati dentro. Che proposta ti sembra in un mondo in cui ci viene insegnato da tutte le parti di correre con le cuffie nelle orecchie e di guardare più fuori che dentro di noi? Un po' controcorrente forse... Ma non deve essere necessariamente così, però. Se tu davvero vuoi scegliere la giusta direzione, mentre senti di trovarti al bivio, puoi iniziare dal dedicare del tempo per fermarti con Dio e con calma guardare i tuoi sentimenti e i tuoi pensieri e cominciare a comprendere, cosa Egli ti dice attraverso di essi. 
Forse ti è capitato di aver fatto sforzo a lungo per sentire la voce di Dio, ma non hai visto risultati. Non è motivo per scoraggiarsi, anzi, vedrai che la tua perseveranza ti ripagherà, quando finalmente i tuoi tempi si incroceranno con quelli di Dio. Hai un'importante certezza: Lui è Dio e non ti abbandona nemmeno quando a te sembra di non sentire quando Lui parla. Sii paziente con te stesso. Ma tieni le "antenne" e gli occhi del tuo cuore sempre vigilanti. 
La voce che indica la direzione, la vocazione, appunto, può risultare molto particolare. Anzi, c'è di più: delle volte è una voce anche molto forte, che noi cerchiamo di silenziare a tutti i costi. Se dentro di te qualcosa ti "disturba", in un misto di fascino e paura, non abbassare il volume, ma tendi l'orecchio. Ascolta, non te ne pentirai. 👂


giovedì 30 aprile 2020

il buco nel cuore

Gv 6,44-51

Avete presenti quelle giornate in cui uno si aggira per la casa... avrebbe voglia di qualcosa, non si sa se da mangiare o meno, insomma una sensazione che qualcosa ci manca. Sperimentiamo questo vuoto, che alle volte pensiamo sia un buco nello stomaco: avrei voglia di assaporare qualcosa, ma non so cosa... provo con una cosa, poi con l'altra, non sono soddisfatto. Sappiamo bene che l'alimentazione nella nostra vita è legata strettamente agli affetti, alle relazioni, all'amore che ci scambiamo. Spesse volte il vuoto che proviamo, il nostro gironzolare in cerca di qualcosa... ci richiama al fatto che siamo incompleti in questa vita. Che c'è una nostalgia dentro di noi, che c'è qualcosa che ci attira, ma sentiamo di non poterlo raggiungere pienamente ancora. Ce lo spiega oggi Gesù nel Vangelo. E' il Padre che ci attira a sé, attraverso quel Pane che è Gesù. Forse in molti sentiamo in quarantena la fame di quel Pane. Ecco. Lui dice di essere il Pane vivo  e che chi ne mangia, raggiungerà quella sazietà che si realizza nella vita eterna. Non c'è da scappare, se sentiamo questa inquietudine, questo buco nel cuore,  questa fame, questo desiderio. Non c'è da preoccuparsi. C'è invece da guardarla profondamente e da prendere coscienza che noi siamo davvero fatti per l'eternità, e che questa vita è veramente un passaggio per quella che è la nostra vera patria, la nostra vera realizzazione, il nostro vero compimento. Ma solo guardando con attenzione questa fame, potremo raggiungere il traguardo, come dice un canone solo la sete ci illumina, ci guida. Se scappiamo, rischiamo di andare in cerca dei surrogati, mentre non siamo chiamati a questo. Sì, è proprio questo desiderio, che ci fa andare nella direzione giusta, laddove c'è la verità del nostro essere noi stessi, nella pienezza della nostra bellezza, la bellezza con la quale ci ha creati Dio. 

sabato 25 aprile 2020

lontano dagli occhi, vicino al cuore

Lc 24,13-35

Ancora una volta, in giro di pochi giorni, ci troviamo sulla strada di Emmaus, affianco ai due fuggitivi. 
Questa volta possiamo spostare la nostra attenzione sul momento preciso in cui loro hanno riconosciuto il Signore nello spezzare del pane. La conseguenza dell'illuminazione che vivono, è istantanea, Egli sparisce dalla loro vista. Mah, insomma, proprio quando l'hanno riconosciuto e potevano finalmente godere della sua presenza, doveva sparire? Invece è proprio così che succede anche a noi. Quando davvero incontriamo il Signore nella nostra esperienza di vita, spesso proprio nel momento di lutto e di difficoltà, egli in qualche maniera sparisce. Non si fa sentire, perlomeno non come noi vorremmo percepirlo... da un lato questo succede proprio perché Lui è Dio e non può essere inquadrato nelle nostre categorie, e nessuno lo può "possedere" del tutto in questa vita, anche se la tentazione è sempre quella. D'altra parte succede questo, nell'incontro con Lui, perché Lui passa dagli occhi, al cuore e vi prende dimora. Il vero incontro con Dio fa sì che noi cominciamo a "portarlo in giro" e non perché Lui sta appiccicato a noi, ma perché la nostra vita, il nostro cuore comincia pian piano ad assomigliare a Lui e noi... evangelizziamo. Anche senza parole. Diventiamo missionari. Con le nostre opere e con i nostri modi di stare al mondo, noi evangelizziamo tutto ciò che tocchiamo. Il cuore arde. In questo senso infatti, lontano dagli occhi, ma di certo non lontano dal cuore, anzi più vicino. Coltiviamo allora questa presenza dentro di noi. Se sai che Lui abita dentro di te, pensa: gli hai detto oggi che lo ami? Parlagli: lui ti aspetta proprio lì, lontano dagli occhi, vicino al cuore. 

giovedì 16 aprile 2020

donne e uomini della risurrezione

Lc 24,35-48

Oggi non posso far a meno dell'immaginarmi gli occhi dei protagonisti del Vangelo. I due, ritornati da Emmaus, con gli occhi ormai illuminati, da quando l'hanno riconosciuto, mentre spezzava il pane. Occhi spalancati per lo stupore e probabilmente anche per l'incredulità mista alla paura, all'apparire di Gesù. Occhi illuminati di gioia, quando capirono che era veramente lui. E chissà... forse anche occhi pieni di lacrime, per la commozione, per la gratitudine, per aver capito che la morte è vinta, davvero! Infine, le parole chiave: di questo voi siete testimoni! Le parole chiave che oggi vengono dette proprio a me e a te. Siamo noi quegli inviati ad essere testimoni della Pasqua, della risurrezione, testimoni della vita che trionfa su tutto. Ciò non significa, che saremo privi di sofferenza, di paura, di preoccupazione... ciò significa che dentro di noi può fiorire l'evento che va oltre e supera tutto questo. Noi sappiamo riconoscere immediatamente, guardando gli occhi delle persone, cosa stanno vivendo, cosa affiora nel loro cuore. E conosciamo quegli sguardi, anche tristi e addolorati, ma pieni di luce. Questo esattamente è lo sguardo di donna e uomo della risurrezione. Non sguardo di chi vuole banalizzare le difficoltà della vita, ma di chi è inviato ad essere testimone. E' lo stesso sguardo che, dopo aver visto il Risorto, nell'esperienza di incontro intimo con Cristo, saprà vedere la sua presenza dovunque, senza avere stretta necessità di cercarlo solo in chiesa o nei contesti religiosi. Donne e uomini della risurrezione, illuminano il mondo, perché vi portano lo sguardo illuminato dalla sua Pasqua e attraverso di esso, vedono i germi di bene seminati nei solchi della storia. 
Per fare questo, ancora oggi e tutti i giorni, siamo chiamati a ritornare con il nostro cuore, all'evento dell'incontro con Lui, di quando lui è apparso vivo e vivente dentro di noi, quando ci ha cambiato la vita. Sarà successo una volta, più volte... sarà successo molto tempo fa, o poco, ci ridona la vita e la luce. A noi e agli altri. Vale la pena dunque, ricordarselo, perché è principio della nostra vocazione di cristiani.