Visualizzazione post con etichetta essere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta essere. Mostra tutti i post

domenica 17 dicembre 2023

Amare quello che non siamo

Gv 1,6-8.19-28

Viene sempre un dubbio quando ci attribuiscono cose che in fondo sappiamo che non ci appartengono. Ci sentiamo confusi. All'istante incomincia la lotta tra quello che siamo e quello che non siamo. Spesso quando sentiamo delle cose buone sul nostro conto, anche se non vere, c'è quell'attimo in cui dobbiamo fare un respiro profondo per dire: no, io non sono questo (senza cadere poi nella falsa umiltà, ovviamente). Esattamente così fa Giovanni Battista, quando dice chiaramente che non è il Cristo. Nel profondo del nostro essere vorremmo che il bene che alle volte si dice di noi, ci appartenesse. Qualcuno può chiamarlo superbia e forse alle volte lo è. Ma forse è anche il "sintomo" del nostro tendere sempre verso l'alto, verso Dio. Credo che se il nostro desiderio è essere più virtuosi, ammirati ecc., è solo perché ancora non conosciamo il bene che in noi è stato deposto e di conseguenza non amiamo ciò che siamo e... ciò che non siamo. Saper essere "voce" che annuncia la Parola e sapere che questa voce ha dei limiti. E che se la voce è fragile, è invece infinitamente forte la Parola, che l'amico dello sposo è presente, ascolta, ma esulta quando risuona la voce dello Sposo. Ed ecco la responsabilità per la nostra felicità. Non corriamo dietro a delle false identità, proposte da chi ci vuole diversi, "migliori", anche da chi, per gratificarci, ci dice delle dolci parole. Perdiamo invece un po' più di tempo per conoscerci ed amarci. Forse in questo nuovo anno, per amarci un po' di più.

mercoledì 22 novembre 2023

ho molto e avrò di più

 


Lc 19,11-28

Non sembra giusta questa storia. Noi gridiamo che ai poveri bisogna donare quello che a loro appartiene, quello che a loro manca, quello che non hanno. Cioè a chi non  ha bisogna dare, e così finalmente avrà, non, come dice il brano di oggi a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quindi, come la mettiamo? Si ripresenta sempre la questione della gestione. C'è chi ha poco ed è felice, e chi ha molto e non lo è. C'è chi è in grado di moltiplicare il suo poco e moltiplicare il benessere, attraverso una vita semplice e onesta, invece c'è chi riduce il suo tanto, sperperandolo. Chi è allora realmente colui che ha molto? E' colui che per questo molto ha molto lavorato. E non è questione di quantificazione. Il mio molto non è lo stesso tuo, eppure nessuno può mettere in discussione che sia molto. Siamo una piccolezza e un poco che è chiamato ad essere molto, secondo la propria misura, quella molto personale. Questa è precisamente la ragione per cui a chi ha, sarà dato di più. Attenzione non dice: a chi ha molto, ma semplicemente a chi ha. Per non cadere nella contabilità. Ma se tu "hai", ne sei consapevole e te ne prendi cura, di quel che hai, avrai in abbondanza, perché lo vivrai in profondità, godendone appieno, e non devono essere per forza i beni materiali, ma anche i tuoi doni naturali. Se invece non hai , cioè non prendi consapevolezza di ciò che è tuo e di ciò che fa sì che tu sei tu, sarai sempre più povero, ti sentirai sempre più vuoto. Tutto sta nel guardarci dentro e vedere cosa abbiamo, per avere di più. 






domenica 6 novembre 2022

punti di riferimento

Lc 20,27-38

Funziona così e non può essere diversamente. Finché siamo su questa terra, cerchiamo e cercheremo sempre dei punti di riferimento umani, secondo i quali definire noi stessi. E' un processo normale. Ogni persona, che lo voglia o meno, fa riferimento con se stessa ai propri genitori, siamo sempre figli, genitori, sposi, zii, amici, conoscenti, nemici, collaboratori ecc, di qualcuno. Da qui parte l'interrogativo dei sadducei, che, sebbene furbo e fortemente risonante della loro opposizione verso le novità proposte da Gesù, fa comunque parte del patrimonio antropologico di ogni essere umano. In questo preciso caso possiamo intuire qualche nota di convenzioni e di abitudini che fanno di persone, cose. Ad esempio il fatto che una moglie passi quasi come una macchina da un fratello all'altro, in funzione dell'eredità che deve essere data al primo dei fratelli. E ancora, sempre come se fosse una cosa: a chi apparterrà nell'eternità?
Ed ecco che la risposta di Gesù non è solo il voler distogliere chi lo interroga, dalla logica di legami terreni. E' anche il far vedere che nell'eternità decadono tutti i rischi provenienti dalla reciproca appartenenza degli esseri umani. Rischi, appunto, quali: reificazione, uso, dipendenza, strumentalizzazione tra le persone, quelle cose che producono comunque totalmente o parzialmente, la morte dell'essere umano a quello che è davvero. Perché se io, se tu, siamo usati dai nostri simili, non siamo più uguali a loro, non siamo più davvero uomini e donne, ma veniamo trattati come oggetti. E spesso rispondiamo diventando oggetti, appunto. Il Signore ci dice invece che l'eternità è fatta di un solo punto di riferimento, a fronte dei tanti, terreni. Il Riferimento per eccellenza: l'amore totalizzante e liberante per sempre di Dio, che fa sì che non abbiamo di fatto più bisogno gli uni degli altri, perché Dio finalmente è tutto in tutti e così tutti ci ritroviamo a vivere dello stesso eterno Amore. 

domenica 10 gennaio 2021

fare o essere?

Mc 7,1-11

E' verissimo, quando diciamo che non sono le parole che qualificano la vita della persona, ma le sue opere. Non so se vi è mai capitato (a me sì), di seguire gli scritti di una persona che non necessariamente stimate come persona (cioè per quel che fa). E' un'arte. Da un lato quella di saper attingere del buono anche quando la persona parla bene, ma razzola male, dalle sue parole, che possono oggi essere preziose per noi. D'altra parte ci fa esercitare la pazienza e l'istintiva voglia di buttare il "bambino con l'acqua sporca"... Oscilliamo dunque tra la voglia di attingere alle cose che possono aiutare la nostra vita e l'altrettanta voglia di mandare tutto all'aria, quando vediamo le opere di chi sa parlare bene. 
E poi ci sono i farisei... che parlano bene, che soprattutto comandano bene, fanno delle pressioni efficaci... ma poi loro stessi non fanno ciò che dicono. Il problema di molti leader, qui aggravato dal fatto che le loro parole sono comandi. Questa incoerenza, così spesso messa in luce dalle generazioni più giovani, nei confronti della chiesa e chi la rappresenta oggi, ha le sue radici nella noncuranza del nostro essere. Occupiamo posti, ci prendiamo responsabilità, ci viene data fiducia e ci permettiamo di tirare fuori la nostra autorità. Ma tutto precocemente, perché prima non abbiamo curato il nostro essere, non ci siamo guardati abbastanza dentro, per vedere se siamo disposti, ma soprattutto se siamo in grado di affrontare ciò che ci tocca insieme alla responsabilità, quanto alla coerenza della vita. Perché il leader vero è quello che si sporca per primo le mani, perché sa di essere "uno tra tanti" e di essere posti lì a servire. E se, a livello dell'essere, non è disposto a servire, non deve parlare e tantomeno ricoprire degli incarichi. Questo non sempre è legato alla cattiveria o malavoglia. Spesso abbiamo semplicemente a che fare con un'incapacità a livello dell'essere. E qui si apre il famoso discorso del non prenderci il peso che va oltre la nostra persona, come pure quello sul non chiedere alle persone ciò che non possono essere. Tanto difficile, a quanto pare, conoscere se stessi e il proprio limite... Ma tanto necessario. Salvo il normale margine di debolezza che ognuno porta in sé, ogni "fare", in effetti, "fatto bene" e coerentemente, si basa su un robusto "essere". Ed è quello, per primo, da curare, ogni giorno. 

lunedì 28 dicembre 2020

To be or not to be


Mt 2,13-18
Quando un bambino è piccolo, noi percepiamo fortemente il suo esserci, ma ancora non tanto il suo essere...è normale perché il suo esserino deve ancora crescere e cominciare a formare ed esprimere i tratti personali, che gli faranno distinguere chiaramente dagli altri. Forse per questo, come dice il Vangelo di oggi, una madre di fronte alla scomparsa del suo figlio, sente che lui "non è più". Di fronte alla morte dei bambini, quando scompaiono tante vite piccole ed innocenti, ancora tutte in potenza, non possiamo non fare una riflessione sull'essere del nostro mondo. Privare i bambini di vita e della possibilità di crescere significa condannare il mondo al "non essere", che è molto peggio del "non esserci", cioè non rendersi presenti. Dio è colui che è e in Lui tutto esiste, anche ciò che noi volontariamente o meno, annientiamo.  E vuole che noi tutti siamo e ci siamo! A noi dunque, la decisione sul "TO BE OR NOT TO BE", nostro e quello del nostro mondo.

martedì 10 novembre 2020

quando non serve servire

Lc 17,7-10


Quanta paura al pensarci inutili... Tutti sperimentiamo qualche volta, abituati alle corse quotidiane, quello smarrimento strano di quando all'improvviso si presenta un momento in cui non abbiamo nulla da fare! Come se la nostra identità si dovesse costruire e mantenere in piedi a partire dal nostro fare... Eppure Gesù ci suggerisce che beati sono quei servi che sanno essere inutili, cioé sanno dire: ecco, ora ho finito, non devo cercare altri motivi per correre ancora. Si, ci vuole il coraggio per essere inutili. Inutili, inutilizzabili, senza utilità. Perché la nostra vita non è da utilizzare. Siamo fatti per stare, "inutilmente" davanti al Signore, per lasciarci riempire da Lui. Riposare in Lui, in questo senso, è indispensabile per saper invece servire davvero, quando è tempo di servire. Perché se è vero che si impara a servire, servendo, è altrettanto vero che si serve con tutto se stessi, quando la condizione ordinaria di vita non è il vortice del fare, come modo di fuggire dal senso di essere inutili. Se il lavoro è il prolungamento e la partecipazione all'opera della creazione, allora è legittimo ciò che Dio fece, quando si fermò nel creare e vide che tutto ciò che fece era una cosa buona. E questa bontà e bellezza si possono scorgere solo se l'animo si ferma sull'importanza dell'essere che viene prima del fare.

giovedì 29 ottobre 2020

la sua visita in te



Lc 13,31-35

Quanto doveva amare Gesù la città di Gerusalemme... le sue parole lasciano trapelare un amore di predilezione. L'amore vero ha un duplice sguardo: mentre vede come idealmente potrebbe essere una persona o realtà, vede anche molto realisticamente i "difetti" del proprio oggetto d'amore. Ecco Gesù che  vede che questa città "eletta" non è come Dio l'ha voluta. Le parole che seguono sanno del profetismo, che pur rilevando la sventura proclama il momento in cui vi si riverserà l'amore di Dio verso il suo popolo. Gli eventi futuri mostreranno che questo amore è più forte di ogni cosa e continua a "visitare", sta alla porta e bussa... C'è qualcosa che entra dagli occhi e qualcosa che esce dagli occhi. Per Gesù il vedere Gerusalemme "passa dalle parti del cuore" e ritorna agli occhi nella forma di una futura possibile bellezza. Si attiva il meraviglioso funzionamento dell'emotività umana presente nel Dio che si incarna. Le sue parole apparentemente di rimprovero, ripuliscono la città di Dio di ciò che Egli le rimprovera. Questo si chiama riprendere per amore. Quando io intravvedo, con gli occhi puliti dall'amore, l'opera di Dio in te, la meraviglia che sgorga dalla sua visita in te. E ti auguro che tu ti lasci visitare da Lui, per essere ciò che sei.

martedì 9 giugno 2020

sii ciò che sei

Mt 5,13-16

Qualcuno una volta ha detto, per ridere, che in qualche parte del mondo è stata inventata l'acqua in polvere, solo non si sa in cosa scioglierla... Sarà pure una battuta, farà forse ridere, tuttavia ci dice una grande verità. L'acqua in polvere non è acqua. E' una polvere che per diventare ciò che dovrebbe essere ha bisogno della sua autenticità. Può sembrare un discorso filosofico. Ma è esattamente ciò che dice Gesù oggi nel Vangelo. Noi siamo il sale della terra e la luce del mondo. Ma se il sale perde il sapore non è più sale: non dona sapore, non conserva, insomma non serve a nulla. Perché per renderlo ciò che dovrebbe essere, ci vorrebbe...il sale. La stessa cosa per la luce. Se non illumina, non è più luce, non dona energia, non porta vita, senza l'illuminazione infatti la vita non c'è. Io e te siamo chiamati a dare sapore al mondo e a renderlo vivo, questo è il vero senso della vita cristiana. Questo non significa fare chissà quali grandi cose oppure esibirsi con chissà quali parole. Questo significa essere semplicemente ciò che siamo e cercare giorno dopo giorno ciò che Dio vuole che siamo, nella semplicità di chi sa che pur non essendo salvatrice/salvatore del mondo, ne è elemento importante, perché come disse già qualcuno, quando siamo nati, è perché Dio ha deciso che il mondo non poteva andare avanti senza di noi. Essere dunque ciò che siamo, ecco cosa dona sapore e vita al mondo. Questo comporta molta libertà interiore, che si esprime anche nel fatto di non sentirci in dovere di essere simili a qualcuno, di imitare una persona, di sottostare alle aspettative degli altri, cosa che spesso ci rende stressati e infelici. Io e te abbiamo un colore, mettiamolo a fuoco perché senza di esso, il mondo è meno colorato. 

martedì 31 marzo 2020

una compagnia certa

Gv 8,21-30

Lo confesso. Quando leggo questi testi in cui Gesù parla in una maniera un po' enigmatica... non mi piace. Mi piace il parlare chiaro. Il Signore pone delle distanze nel suo discorso di oggi, sottolinea le differenze tra lui e i suoi ascoltatori. Magari passerebbe la voglia di ascoltarlo, quando dice tutto questo e soprattutto quando sembra che non si spiega. Ma in realtà anche oggi lui ci riporta a una verità tutta da sperimentare, soprattutto di questi tempi. Io sono, l'unica cosa importante: Dio è. Una presenza, una compagnia certa, in cui credere. Gesù si fa testimone di questa presenza, soprattutto se ne farà testimone il giorno del venerdì santo, quando sarà abbandonato da tutti gli uomini e gli sembrerà di essere abbandonato persino dal Padre. Quando sarà innalzato, ci farà conoscere ancora quel Dio che sin dall'Antico Testamento si presenta come Colui che è, facendolo ritornare alla vita, nel giorno della risurrezione. Badiamo bene, qui non si tratta di Dio che c'è in una data situazione, che c'è quando lo invochiamo, c'è quando soffriamo, quando torniamo a Lui perché improvvisamente ne abbiamo bisogno. Qui si parla di uno che è, di una presenza, di una costante, e costante eterna. Forse nel tempo di disagio che stiamo vivendo, non sarà molto di consolazione a livello emotivo, ma di certo sarà una verifica della permanenza di questa Presenza nello "sfondo" della nostra vita. Uno sfondo che diventa rivestimento in cui riposare in ogni situazione, anche la più difficile e assurda. Per sperimentare ancora che non potremmo reggerci da soli, se, ininterrottamente e sa sempre e per sempre non ci fosse Lui, che è. Poche compagnie, durante la quarantena. Viene dunque a galla quest'unica e la più importante compagnia. La scopriamo restando nella casa del nostro cuore, mentre dobbiamo restare nelle nostre case. Vogliamo stare in essa?

lunedì 8 aprile 2019

reggersi da soli

Gv 8,12-20


Oggi mi viene da fare una riflessione "girata di 180°" rispetto a ciò che dicevamo qualche giorno fa. Osservavamo Gesù che non pretendeva che si credesse solo nella sua testimonianza, ma diceva di avere altri testimoni. Oggi punta invece sulle parole che Egli stessi dice di sé, e sul Padre, che purtroppo coloro che lo ascoltano, non vedono e non riescono a percepire. Bene, vediamo quante volte nella nostra vita, specie parlano di noi stessi, diciamo "ti giuro che..." e "puoi chiedere a...". Insomma a tutti i costi cerchiamo di convincere le persone che sono attorno a noi che una cosa, un evento, una nostra caratteristica, davvero sono come noi le presentiamo. Certamente nella vita serve delle volte farlo. E di solito lo facciamo nei confronti delle persone a cui ci teniamo. E fin qui comunque è tutto normale. Il problema comincia, quando a noi crolla il mondo solo perché le persone non ci credono. Quando d'istinto cominciamo a fare di tutto e a cercare di convincere, magari spendendo forze, tempo, energie, rincorrendo le persone a cui dobbiamo provare qualcosa... solo per avere l'approvazione. E Gesù dice: "anche se io do testimonianza a me stesso, la mia testimonianza è vera". E basta. Le frasi che pronuncia dopo, non sono per nulla volte a convincere i farisei della sua veridicità, anzi, sembra che la distanza tra lui e chi ascolta si stia anche allungando. 
Eh sì. Bisogna imparare da lui a reggersi da soli. Certo, siamo esseri in relazione, abbiamo bisogno di curarle ecc. Tuttavia siamo anche soli davanti a Dio, che ci vede per quel che siamo e solo Lui ci vede nella nostra verità. Perché rincorriamo le persone e cerchiamo a tutti i costi la loro approvazione? Forse perché spesso non sappiamo reggerci in piedi da soli e cerchiamo un bastone, cioé una persona che ci regga la vita, che ci dia il ritorno del suo valore. E non ci ricordiamo più che valiamo solo perché esistiamo... Quando ci viene da giurare e da voler convincere qualcuno di qualche cosa, invece di corrergli dietro, forse potremmo fermarci, prendere un bel respiro profondo e dirci: "ma cosa mi cambia, se non mi crede?" Forse scopriremmo che in fondo non ci cambia nulla, che il nostro valore resta lo stesso perché siamo sempre amati, anche quando il rifiuto di qualcuno momentaneamente ci ferisce. Forse anche questo è un passettino verso la libertà interiore: sapere che i legami sono necessari, ma che devono essere sani e che in ogni amore ci vuole anche la giusta distanza, quel respiro appunto, che ci permetta di assaporare lo sguardo d'amore sempre rivolto su di noi al di là del fatto che riceviamo le approvazioni o meno. Questo significa in fin dei conti amare, relazionarsi, ma non essere dipendenti. Questo ci apre alle relazioni libere e all'amore di Dio. 


sabato 16 giugno 2018

gustare il limite

Egli ha messo pace nei tuoi confini
e ti sazia con fior di frumento 
(Sal 147)


Spesse volte ci lamentiamo che non si capisce più in questo nostro mondo, dove sia il limite del buon senso, dell'assurdità, della "cattiveria", ecc.
In effetti, sembra che non ci siano più limiti, semplicemente perché noi non li consideriamo più. Non ammettiamo più il pensiero dell'esistenza dei limiti nel nostro vivere e lo chiamiamo "libertà". Nulla di più sbagliato. L'altro giorno meditavo su questo piccolo brano del salmo 147 e mi è sembrato illuminante. Infatti questa cosiddetta "libertà" rende liquido il confine tra gli opposti, o tra cose differenti, di qualsiasi tipo esse siano. Ma porta anche al rinnegamento totale del limite, a vivere come fossimo senza limiti, senza confini. Cerchiamo dunque di negare qualsiasi tipo di limitazione, nel funzionamento della nostra società. Ma tutto ciò parte da una percezione sempre più liquida della nostra persona (magari Bauman qui avrebbe ancora qualcosa da dire). 
La verità sulla libertà si cela altrove o, proprio nell'esatto opposto. E sta nel fatto che tu riesci a gustare la vita solo quando hai fatto pace con i tuoi confini. L'essere saziati col fior di frumento: quello altamente selezionato e nutriente, ricco di carboidrati che saziano ogni fame, non può avvenire se non permetti che Dio metta pace nei tuoi confini. Tuttavia c'è un passo previo: riconoscere i propri confini e i propri limiti. E, da ricordare, non sono la stessa cosa. I confini servono nelle nostre relazioni. Esistono per distinguere me da te, ad esempio anche i confini del mio corpo che fa sì che io non sono uno con te. Ma anche i confini della mia mente e della mia psiche, che fanno sì che io sappia fin dove posso arrivare nel mio donarmi in una relazione e dove questo può essere devastante, proprio perché oltrepassa la mia "capacità", il confine appunto, ciò che mi costituisce, perché come oltre la mia testa, guardando più in alto, io non ci sono più, così anche nella mia interiorità esistono i confini, oltre i quali io non posso andare, perché lì "non ci sono", cioè non posso arrivare. E se io conosco questi miei confini mentali, psicologici e spirituali, se essi per me sono chiari, saprò rispettarli, e rispettare gli altri, cosciente dei loro confini. Vivrò appunto le relazioni, gustandole, gustando la vita. Ora pensiamo a tanti conflitti relazionali, a tanti rapporti interpersonali allacciati e spezzati, ogni giorno, sempre di più, alle tante ferite che ne vengono fuori. Ecco, non conosciamo e non rispettiamo i nostri confini. Invadiamo il confine dell'altro e lasciamo che l'altro invada il nostro. Ne veniamo fuori sconfitti, spezzati (ognuno vada a sbirciare nella propria vita gli esempi concreti...). E, attenzione, non si tratta di alzare i muri, ma di accogliere ciò che costitutivamente è in noi: il nostro essere finiti, o meglio, come dal nome di questo blog, il nostro essere l'infinito, edizione limitata. I limiti sono nostre debolezze, inconsistenze, alle volte peccati (si, diciamocelo!!!). Negarli significa vivere una vita falsificata, immersa nella non-verità. Accoglierli e accettarli in noi stessi ci facilita nel fare lo stesso per gli altri. Ci ricorda la nostra condizione creaturale e ci aiuta ad essere umili. E, sorpresa, alle volte ci aiuta persino a superare qualcuno di questi limiti, senza che ce ne accorgiamo. Perché un limite può essere oltrepassato solo se riconosciuto, altrimenti non esiste a priori e quindi la questione non si pone. 
Queste due dimensioni: confini e limiti, chiamate per nome nella nostra vita, ci portano a sperimentare quella pace, di cui parla il salmo. E' quella pace che viene quando non ci sono più le contese da un lato o dall'altro del confine. Proviamo ad usare la fantasia. Se siamo dai due lati di un confine e io tiro da una parte e tu dall'altra, il confine, il limite è in guerra, non è chiaro, non è rimarcato e quindi sembra che non ci sia. Ecco cosa succede nella nostra vita: facciamo finta che non ci siano i limiti e così essi sono sempre in guerra, finché noi non li lasciamo lì, non li guardiamo proprio laddove stanno, smettiamo di tirarli di qua o di là. Allora diventano chiari, si vedono, e questo ci fa problemi: gli altri vedono i nostri limiti, essi all'improvviso sono accentuati. Ed è quello il momento per dire SI al proprio limite, dargli un nome, perché questo è proprio il momento in cui il Signore può mettere la pace nei nostri confini. E noi cominciamo a gustare la vita. E, una volta sperimentato questo, sarà più chiaramente definito il nostro essere, de-finito, cioè riconosciuto finito e delimitato. E, per assurdo, è nel riconoscerci dentro i limiti che noi ci cibiamo di fior di frumento, perché nel nostro limite appare un gusto. Sembra strano: ma quando il confine non è più sfumato, tutto ha un altro sapore. Perché non vai più correndo per dimostrare che sei un supereroe/una eroina, ma vivi compiendo quello che il tuo confine ti permette. Spesso non ci rendiamo conto, ma questo significa far spazio a Dio, lasciare che Lui sia l'onnipotente, l'onnipresente, il salvatore, e non noi. Difendiamo dunque il nostro limite e il nostro confine, perché sono preziosi e hanno il sapore della vita vera, di chi diventa consapevole che tende verso l'infinito, ma per ora ne resta un'edizione limitata, piccola, ma infinitamente amata. 

martedì 14 novembre 2017

quando non serve servire

Quanta paura al pensarci inutili... Tutti sperimentiamo qualche volta, abituati alle corse quotidiane, quello smarrimento strano di quando all'improvviso si presenta un momento in cui non abbiamo nulla da fare! Come se la nostra identità si dovesse costruire e mantenere in piedi a partire dal nostro fare... Eppure Gesù ci suggerisce che beati sono quei servi che sanno essere inutili, cioé sanno dire: ecco, ora ho finito, non devo cercare altri motivi per correre ancora. Si, ci vuole il coraggio per essere inutili. Inutili, inutilizzabili, senza utilità. Perché la nostra vita non è da utilizzare. Siamo fatti per stare, "inutilmente" davanti al Signore, per lasciarci riempire da Lui. Riposare in Lui, in questo senso, è indispensabile per saper invece servire davvero, quando è tempo di servire. Perché se è vero che si impara a servire, servendo, è altrettanto vero che si serve con tutto se stessi, quando la condizione ordinaria di vita non è il vortice del fare, come modo di fuggire dal senso di essere inutili. Se il lavoro è il prolungamento e la partecipazione all'opera della creazione, allora è legittimo ciò che Dio fece, quando si fermò nel creare e vide che tutto ciò che fece era una cosa buona. E questa bontà e bellezza si possono scorgere solo se l'animo si ferma sull'importanza dell'essere che viene prima del fare.

martedì 12 settembre 2017

un nome, una garanzia

Sarà una coincidenza che oggi, festa del Nome di Maria, nel Vangelo c'è tutto un elenco di nomi di coloro che sono stati scelti da Gesù per essere suoi apostoli? Beh, forse Qualcuno semplicemente ci vuole far riflettere sull'importanza del nome. Ripeti nel tuo cuore il tuo nome. Lo senti tuo? Senti che sei questa persona: Agata, Domenico, Paolo, Salvatore, Antonella, Francesco, Chiara... Senti anche che la tua persona è nel tuo nome ma anche oltre? Si, oltre, perché c'è un nome nuovo, preparato da te da sempre. Ce ne parla chiaramente la Parola di Dio. Ma... si, quando Dio chiama, vuole una risposta e ti chiama proprio con il tuo nome "vecchio", affinché tu piano piano diventi quella persona che ha un nome nuovo. Si potrebbe dire, che inizia così il viaggio verso il nome nuovo.
Oggi è una giornata in cui potremmo desiderare che questo nome nuovo suoni come "Maria"... si, il suo nome, anche se non ci è stato dato al battesimo e non risulta così all'anagrafe. Come si fa? Beh, ci viene in aiuto san Massimiliano, mentre spiega con termini di un innamorato, la sua proposta spirituale: 
appartenere a Lei, approfondire la donazione illimitata a Lei, stringere il vincolo d'amore con Lei, divenire Lei stessa, affinché Ella possa agire attraverso essi e nelle loro anime. Forti parole, eh? Il punto è che lui ha ragione... appartenere a Maria, come modalità di appartenenza a Cristo, significa essere una presenza materna, tenera (secondo la rivoluzione della tenerezza alla quale ci invita Papa Francesco), e premurosa, nel mondo, nel nostro quotidiano. Farsi carico del fratello, un po' come fa la donna in foto, chiunque egli sia, in qualunque modo, alla faccia di tutto quel mondo che ci insegna di curarci e curare solo noi stessi: ecco come diventiamo Maria. Ecco come dopo il nostro nome: Riccardo, Tommaso, Cristina, Valentina, Roberto...all'improvviso, a nostra insaputa, appare il nome di Maria. Perché, senza accorgercene, diveniamo portatori di Cristo e indirizziamo le persone verso di Lui. Questa è la proposta di san Max, questo è il senso con cui possiamo tutti celebrare la festa di oggi. Non temiamo! Tra i nomi degli apostoli scelti dal Signore c'è anche Giuda. Se era degno lui di stare vicino a Gesù e di essere suo testimone per chiamata, lo saremo anche noi. A Maria chiediamo di insegnarci a non trasgredire questa dignità. Sì, perché Maria è un nome, una garanzia!