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giovedì 11 giugno 2020

gratuitamente

Mt 10,7-13

Sarebbe curioso sapere cosa nasce nella nostra mente e nel nostro cuore, quando sentiamo che qualcosa ci viene offerto gratuitamente. Scommetto che in più di uno di noi nasce il sospetto. La nostra esperienza della gratuità è in gran parte dominata e plasmata dalle modalità in cui funziona la nostra società. Se proprio proprio trovi qualche contenuto gratuito, prendiamo come esempio un'app dello smartphone, comunque per installarla, ci devi lasciare qualcosa dei tuoi dati o dare accesso alle tue immagini ecc ecc. Spesso dietro "gratuito" in un negozio, occorre lasciare i propri recapiti... che poi, sappiamo saranno usati comunque. Quindi una gratuità fasulla, che invece di permetterci di dare gusto alla nostra vita, ci schiavizza e desta dentro di noi il sospetto ogni volta che sentiamo questa parola. Prendiamo anche come esempio i social. A chi di noi non è successo almeno una volta, di guardare un post da noi fatto, nello spirito diciamo di condivisione e non andare a vedere quanti "like" ha guadagnato? Anche qui siamo vittime... Non proponiamo dei contenuti gratuitamente, ma vogliamo un ritorno, un like, un'attenzione. Invece forse ci converrebbe ricordare giorno dopo giorno, che il risveglio di ogni mattina, il respiro, la natura... tutto ci è dato gratuitamente. Forse richiamare alla mente e al cuore queste cose scontate, potrebbe aiutarci a tornare al senso della gratuità e ci permetterebbe di seguire le parole di Gesù del brano del Vangelo di oggi: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Perché se oggi non sappiamo più dare le cose di buon cuore, perché anche chi di noi è più generoso, spesso dona largamente per avere attenzione e considerazione degli altri, per non perdere nei loro occhi, per conservare un buon nome... allora è proprio perché siamo in una dinamica di do ut des, ormai troppo radicati. Possa anche il tempo difficile che stiamo vivendo, aiutarci a tornare alla gratuità, che è quella capacità di donare e dimenticare e di ricevere e ricordarselo per sempre. Allora la gratuità andrà a braccetto con gratitudine, sorelle anche dal punto di vista lessicale e le nostre vite saranno più semplici, perché con meno pretese e scontentezze. 

sabato 28 marzo 2020

post giudizio

Gv 7,40-53 


Mi colpisce quanto si accesa la disputa del Vangelo di oggi, su chi sia realmente Gesù e se sia lui il Messia. Si usano tutte le conoscenze che vengono dalle scritture e si fanno tanti ragionamenti più o meno contorti per... fare vedere che "io ho ragione". Come se l'identità di una persona potesse essere definita da un'altra persona con assoluta certezza. Come se il cuore e la mente dell'uomo fossero delle pietre che, una volta che si sono induriti, tali restano. E invece: sorpresa! Anche il cuore e la mente che noi giudichiamo più duri di questo mondo, finché sono in vita, possono cambiare. Ed è precisamente questo fatto che dovrebbe aiutarci a cambiare il modo di guardare le persone e permetterci di entrare nell'ottica di Dio, di acquisire gli occhi che Egli ha, guardando noi, occhi di un innamorato, che vede il meglio che la sua creatura può fare, pur senza costringerla a farlo. Gesù viene inquadrato in una serie di inflessibili "verità" proposte dalla gente, dalle guardie, dai farisei. Ogni gruppo, persona sembra tirare l'acqua al proprio mulino. Risultato? Ognuno torna a casa propria, senza concludere nulla. 
Cosa provoca dentro di noi questa quarantena? Riusciamo a vedere cose nuove e finora sconosciute o inaspettate, nel ristretto cerchio di persone con cui ora ci rapportiamo? Riusciamo, come Dio, a vedere li bene che risiede nei nostri prossimi più prossimi, nonostante la tensione che spesso rischia di farci tirare fuori invece il peggio di noi? Sarà forse una buona occasione per cominciare a cambiare il nostro sguardo, dal momento in cui non abbiamo più le vie di fuga da questo o quell'altro aspetto della nostra capacità relazionale. Possa davvero iniziare ad essere un'occasione per scrollarci dal di dosso i pregiudizi che da sempre portiamo dentro di noi, quelli sulle etnie, sui gruppi sociali, sulle nazioni, sui singoli, persino sulle nostre famiglie. Siamo chiamati davvero a passare dal pregiudizio ad una sorta di post giudizio, cioè ciò che viene dopo e nonostante che, per la nostra propria sicurezza emotiva e mentale, noi abbiamo già giudicato e inquadrato le persone. Solo andando oltre questo, potremo infatti scoprire la bellezza dello stare insieme, del convivere, del ritrovarci tutti uguali, come davvero è, davanti a Dio. E lo potremo fare, per assurdo, a partire dal nostro essere oggi tutti uguali, davanti ad un microrganismo, che minaccia le nostre vite, ma che non potrà averla vinta mai, sulle nostre relazioni, se solo noi lo vorremo. 


sabato 16 giugno 2018

gustare il limite

Egli ha messo pace nei tuoi confini
e ti sazia con fior di frumento 
(Sal 147)


Spesse volte ci lamentiamo che non si capisce più in questo nostro mondo, dove sia il limite del buon senso, dell'assurdità, della "cattiveria", ecc.
In effetti, sembra che non ci siano più limiti, semplicemente perché noi non li consideriamo più. Non ammettiamo più il pensiero dell'esistenza dei limiti nel nostro vivere e lo chiamiamo "libertà". Nulla di più sbagliato. L'altro giorno meditavo su questo piccolo brano del salmo 147 e mi è sembrato illuminante. Infatti questa cosiddetta "libertà" rende liquido il confine tra gli opposti, o tra cose differenti, di qualsiasi tipo esse siano. Ma porta anche al rinnegamento totale del limite, a vivere come fossimo senza limiti, senza confini. Cerchiamo dunque di negare qualsiasi tipo di limitazione, nel funzionamento della nostra società. Ma tutto ciò parte da una percezione sempre più liquida della nostra persona (magari Bauman qui avrebbe ancora qualcosa da dire). 
La verità sulla libertà si cela altrove o, proprio nell'esatto opposto. E sta nel fatto che tu riesci a gustare la vita solo quando hai fatto pace con i tuoi confini. L'essere saziati col fior di frumento: quello altamente selezionato e nutriente, ricco di carboidrati che saziano ogni fame, non può avvenire se non permetti che Dio metta pace nei tuoi confini. Tuttavia c'è un passo previo: riconoscere i propri confini e i propri limiti. E, da ricordare, non sono la stessa cosa. I confini servono nelle nostre relazioni. Esistono per distinguere me da te, ad esempio anche i confini del mio corpo che fa sì che io non sono uno con te. Ma anche i confini della mia mente e della mia psiche, che fanno sì che io sappia fin dove posso arrivare nel mio donarmi in una relazione e dove questo può essere devastante, proprio perché oltrepassa la mia "capacità", il confine appunto, ciò che mi costituisce, perché come oltre la mia testa, guardando più in alto, io non ci sono più, così anche nella mia interiorità esistono i confini, oltre i quali io non posso andare, perché lì "non ci sono", cioè non posso arrivare. E se io conosco questi miei confini mentali, psicologici e spirituali, se essi per me sono chiari, saprò rispettarli, e rispettare gli altri, cosciente dei loro confini. Vivrò appunto le relazioni, gustandole, gustando la vita. Ora pensiamo a tanti conflitti relazionali, a tanti rapporti interpersonali allacciati e spezzati, ogni giorno, sempre di più, alle tante ferite che ne vengono fuori. Ecco, non conosciamo e non rispettiamo i nostri confini. Invadiamo il confine dell'altro e lasciamo che l'altro invada il nostro. Ne veniamo fuori sconfitti, spezzati (ognuno vada a sbirciare nella propria vita gli esempi concreti...). E, attenzione, non si tratta di alzare i muri, ma di accogliere ciò che costitutivamente è in noi: il nostro essere finiti, o meglio, come dal nome di questo blog, il nostro essere l'infinito, edizione limitata. I limiti sono nostre debolezze, inconsistenze, alle volte peccati (si, diciamocelo!!!). Negarli significa vivere una vita falsificata, immersa nella non-verità. Accoglierli e accettarli in noi stessi ci facilita nel fare lo stesso per gli altri. Ci ricorda la nostra condizione creaturale e ci aiuta ad essere umili. E, sorpresa, alle volte ci aiuta persino a superare qualcuno di questi limiti, senza che ce ne accorgiamo. Perché un limite può essere oltrepassato solo se riconosciuto, altrimenti non esiste a priori e quindi la questione non si pone. 
Queste due dimensioni: confini e limiti, chiamate per nome nella nostra vita, ci portano a sperimentare quella pace, di cui parla il salmo. E' quella pace che viene quando non ci sono più le contese da un lato o dall'altro del confine. Proviamo ad usare la fantasia. Se siamo dai due lati di un confine e io tiro da una parte e tu dall'altra, il confine, il limite è in guerra, non è chiaro, non è rimarcato e quindi sembra che non ci sia. Ecco cosa succede nella nostra vita: facciamo finta che non ci siano i limiti e così essi sono sempre in guerra, finché noi non li lasciamo lì, non li guardiamo proprio laddove stanno, smettiamo di tirarli di qua o di là. Allora diventano chiari, si vedono, e questo ci fa problemi: gli altri vedono i nostri limiti, essi all'improvviso sono accentuati. Ed è quello il momento per dire SI al proprio limite, dargli un nome, perché questo è proprio il momento in cui il Signore può mettere la pace nei nostri confini. E noi cominciamo a gustare la vita. E, una volta sperimentato questo, sarà più chiaramente definito il nostro essere, de-finito, cioè riconosciuto finito e delimitato. E, per assurdo, è nel riconoscerci dentro i limiti che noi ci cibiamo di fior di frumento, perché nel nostro limite appare un gusto. Sembra strano: ma quando il confine non è più sfumato, tutto ha un altro sapore. Perché non vai più correndo per dimostrare che sei un supereroe/una eroina, ma vivi compiendo quello che il tuo confine ti permette. Spesso non ci rendiamo conto, ma questo significa far spazio a Dio, lasciare che Lui sia l'onnipotente, l'onnipresente, il salvatore, e non noi. Difendiamo dunque il nostro limite e il nostro confine, perché sono preziosi e hanno il sapore della vita vera, di chi diventa consapevole che tende verso l'infinito, ma per ora ne resta un'edizione limitata, piccola, ma infinitamente amata.