Visualizzazione post con etichetta bene. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bene. Mostra tutti i post

lunedì 5 settembre 2022

una ripicca santa


Lc 6,6-11

La ripicca è quell'atteggiamento che noi di solito attribuiamo alle persone immature, che non vogliono crescere, che non sanno lasciar andare le cose... Di certo capita a ciascuno di noi di voler fare qualcosa per ripicca, e, sebbene magari dopo non lo facciamo, non possiamo dire che alle volte non ce ne venga la voglia. 
Sarebbe interessante invece domandarci, quante volte ci permettiamo di compiere una ripicca "santa". Molte sono le intuizioni del bene da compiere nella nostra vita, nelle nostre storie. Alcune di loro le respingiamo sin da subito, perché sappiamo che potrebbero essere interpretate male, potremmo essere oggetto di pensieri negativi di qualcuno che, alle volte appunto le occasioni di fare del bene ci sfuggono perché "chissà cosa direbbe la gente" oppure perché consuetudini sociali non ci permettono quella creatività nel fare il bene, che è propria dello Spirito che vuole animare la nostra vita. Gesù nel Vangelo di oggi si trova esattamente in una di queste situazioni. Ha tutti gli occhi puntati su di lui: trasgredirà la legge del sabato o no? Improvvisamente al centro non è più il bene, la vita di un uomo, ma la legge. E tutto deve ruotare attorno ad essa, se anche questo dovesse significare che un uomo resta infermo, quando lo si poteva aiutare. Come se nei nostri tempi qualcuno non dovesse essere soccorso di domenica, perché giorno di riposo... Gesù conosce i pensieri del loro cuore. Sa che comunque cercheranno di trovare un modo per accusarlo e in qualche maniera facilita loro questo malvagio compito che si sono dati da soli. E lo fa, perché al centro della sua attenzione c'è l'uomo con la mano paralizzata, l'uomo che ha bisogno. Lo fa per una sorta di santa ripicca: fa il bene nonostante il divieto. La sua è una logica completamente diversa: il bene è legge suprema, l'amore, non c'è bisogno di pensarci, di chiedere permessi... il bene lo si fa senza tanto chiacchierare, quando il bisogno è così palese davanti agli occhi. Perché l'incarnazione di Dio è avvenuta esattamente a questo scopo: far vedere che l'uomo è importante, che è prezioso più di ogni regola e comando. A noi la decisione di farci il coraggio nel perseguire il bene al di là di ogni cosa, in questa logica di una ripicca santa, senza badare a ciò che gli altri diranno, sicuri della benedizione di Dio.






 

domenica 17 luglio 2022

sia fatta la...mia volontà

Lc 10,38-42

Ed eccoci in una nuova puntata in cui ci si mettere a dare addosso alla povera Marta, casalinga disperata...
No, non esattamente. Certo avremo letto e meditato questo Vangelo tantissime volte. E probabilmente ogni volta ci viene il latte alle ginocchia a sentirla ripetere che insomma è sempre lei a dover fare tutto e nessuno le dà una mano per adempiere ai doveri della casa. 
Mi sembra che ci siano due cose interessanti da vedere in questo brano.
Il primo è una dinamica che ricorre spessissimo nella nostra vita. Ci sono quelle persone, molto attive, con un certo spirito del darsi da fare, che inizialmente sono sempre entusiaste e credono tanto in quel che fanno. Ma che, col passar del tempo, per qualche motivo più o meno misterioso, si ritrovano ad affrontare da sole tutte le faccende. 
Queste persone le si riconosce proprio dall'atteggiamento di Marta: se non lo faccio io, non lo fa nessuno. Non si fermano a riflettere sul perché di una tale situazione. Anzi, danno la colpa agli altri, dicendo che sono gli altri che non sanno lavorare insieme, ma scaricano su di loro tutti i compiti. Mentre senza accorgersene, piano piano, attraverso l'attivismo e l'accentramento su di sé di ogni cosa, si ritrovano a lavorare da sole. E' un problema ricorrente nelle persone che esigono che si stia al loro ritmo. Della serie: o me lo fai ora o guarda, me lo posso fare pure benissimo da solo. Magari un messaggio così, non necessariamente verbalizzato così. E la risposta arriva prestissimo, anche questa non verbale. Uno si ritrova a fare tutto da solo, è stanco, scoraggiato, offeso, la colpa è di tutto il mondo e il bene non viene costruite.
Ecco, appunto, il bene... perché in questo brano si parla proprio di un bene o di "due beni" da compiere. Capita spessissimo che noi siamo convinti nel fare certe cose. Decidiamo noi un bene da farsi, ci mettiamo in moto...eventualmente informiamo Dio, anche nella preghiera, delle belle cose che abbiamo deciso di fare. Non ci viene il dubbio che forse le belle cose, dovremmo prima consultarle con il Signore, per capire con più chiarezza quale è il bene da compiere, quello vero, quello che corrisponde al momento presente, quello che, impregnato di carità, detta ciò che è da farsi non secondo le nostre belle fantasie, ma secondo le vere esigenze che ci si presentano in base a ciò che vediamo attorno a noi. Mi raccomando, attorno, non solo dentro di noi. Perché dentro di noi ci sono tanti desideri di bene, ma un bene può purtroppo essere anche egoistico. Voler fare una cosa a tutti i costi, perché si è deciso così, è come rovesciare quella parte del Padre Nostro che parla della volontà da compiere e dire: sia fatta la mia volontà...insomma, è un bene quello che desidero! Si, cara Marta, è un bene, ma è un bene attinente alla situazione in cui ti trovi, oppure è un bene minore, proprio perché non proporzionato al momento? Vedi di fare quel bene maggiore, che consiste necessariamente nel mettersi per primo ai piedi del Maestro, per sentire la sua parola, ciò che vuole Lui. Allora la forza centripeta di un bene compiuto "perché io ritengo che vada bene così", si trasforma in quella centrifuga, quella che sa, che da sola non può far nulla e che, mettendo Dio al centro, guarda a Lui e distribuisce gli incarichi, per una comunione sempre più profonda e fondata.

venerdì 8 aprile 2022

tra il dire e il fare

Gv 10,31-42

Siamo abituati ad affermare che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. E le nostre relazioni spesso sono condizionate da questo principio: ci lamentiamo che tutti predicano bene ma razzolano male... sicuramente abbiamo ragione! Ma... parliamone... o meglio "taciamone"! Gesù nel Vangelo di oggi pone davanti ai Giudei le proprie opere, del resto non fatte per esaltare se stesso, ma, come dice lui, da parte del Padre. Dunque, viene da pensare che non bastano nemmeno le opere a noi, umani, quando abbiamo deciso che "la persona è sbagliata" e da eliminare dalla circolazione. C'è un detto in polacco, che recita: quando vuoi percuotere il cane, il bastone te lo trovi. Cioè: non è un problema trovare il mezzo, quando il tuo obiettivo è ben centrato. Sia nel bene che, purtroppo, anche nel male. Sono alcuni giorni che la Parola ci presenta Gesù che cerca di svelare la sua identità, ancorata nella persona del Padre. Ma, appunto, affinché non sia solo una predica, Egli accompagna le sue parole con le buone opere, anzi, direi che spesso prima di parlare, lui fa e dopo eventualmente spiega. Ma in ogni caso, questo non convince coloro che trovano scandalosa la sua affermazione di identità. Ma è proprio lì che l'uomo ci casca. Perché attraverso questa capacità di raccogliere le pietre per lapidare la persona che con semplicità ci svela la propria identità (dunque: si rende vulnerabile davanti a noi, si spoglia delle maschere, e tutto ciò che l'uscire allo scoperto può comportare), noi ci qualifichiamo. Gesù conferma la sua identità di Figlio del Padre, con le sue opere di bene. I giudei con la loro bella collezione di pietre per lapidarlo, confermano la loro identità. Due conclusioni si possono trarre da questo brano, oggi. Una, è quella di cui sopra, sempre valida: meglio operare il bene in silenzio, che parlare del bene e operare altro. Il bene infatti, in silenzio, grida per se stesso. Lo stesso silenzio poi, potrebbe servirci per un'altra cosa: per valutare, se, anche laddove ci fosse una vera e propria incoerenza tra le parole e le opere, siamo capaci di cercare e trovare il bene, e vedere le persone a partire da esso? Oppure nel silenzio, che poi è apparente nel nostro cuore, raccogliamo le pietre, che, prima o poi, verranno scaricate addosso al fratello? 

domenica 21 marzo 2021

di che morte morire?

 



Gv 12, 20-33

In questi giorni ho letto un testo in cui qualcuno faceva notare, come per far venire fuori qualcosa di bello, di prezioso, di importante, precede sempre un po' di sofferenza, di travaglio, come ad esempio nel parto. E fin qui ci siamo. Questo significa morire un po', per rinascere, per donare la vita. E questo morire, ci fa paura ecco perché spesso scappiamo dalle scelte significative, dalle decisioni che comportano appunto di saper selezionare una cosa e scartarne un'altra. Non vorremmo mai sentire questo piccolo pungiglione al cuore, che ci parla di una perdita. Che ci parla di un sacrificio di noi stessi. Eppure, se cambiassimo la prospettiva, vedremmo questa piccola perdita come una rinuncia PER, per qualcosa di più grande e bello. Infatti, spesse volte il non scegliere, non decidere, porta invece a qualcosa di molto più doloroso: allo sfiorire interiore, a una sorta di morte spirituale, che non ci permette di risplendere. Questo è il senso del chicco di grano che cade in terra. Rimane solo e va verso la disintegrazione, se la sua sostanza non comincia a "morire" per trasformarsi e dare frutto, il bene più grande, quello che rimane. Dunque, la domanda conclusiva oggi è proprio quella proverbiale: "di che morte vuoi morire?"







lunedì 1 febbraio 2021

Quando il bene fa paura

Mc 5,1-20

Mi è capitato nella vita di ricevere un bene inaspettato, che oltrepassava di molto le mie attese. Quelle volte che le dimensioni di questo bene erano veramente imponenti, era nata dentro il mio cuore una sorta di paura. Alle volte è semplicemente un'insicurezza, una momentanea incapacità di reagire a qualcosa di "non programmato", anche se buono. Che paura è dunque quella? Forse l'istintivo sentirsi in dovere di ricambiare e quindi temere di non avere altrettanto bene con cui ricambiare? Forse è l'incredulità verso un amore espresso nei fatti, così evidente e grande? Sembra alle volte che sia proprio quel tocco del paradiso, a farci spaventare nel profondo del nostro cuore. Qualcosa di meraviglioso, il sentimento di essere amati infinitamente. La trepidazione che viene dalla percezione che quell'attimo presto svanirà, spesso ci spinge ad allontanare/allontanarci dalla sorgente dalla quale viene quel bene. In più quando sentiamo che improvvisamente perdiamo controllo sulla realtà, perché emotivamente impegnati nel percepire l'amore che ci giunge. Esattamente come la gente del Vangelo di oggi, che pregava il Signore che se ne andasse... Nell'attimo della perdita di dominio sugli eventi, si erano persi infatti i 2000 porci, mentre un bene immenso ha raggiunto un uomo, liberato dalla legione, cioè dalla schiavitù interiore. Siamo meravigliati di fronte a un evento del genere e preferiamo porre la nostra attenzione sulla perdita che non sull'enorme guadagno. Perché alla perdita noi pensiamo di poter rimediare con le nostre forze, dandoci da fare, correggendo gli avvenimenti e forse anche Dio stesso. Mentre un miracolo ci sfugge e ci manda in tilt. Ci tocca imparare ad accettare questo tilt, il tilt divino.




giovedì 17 settembre 2020

l'oggettività del profumo

Lc 7,36-50 


Parlare dell'oggettività, oggi è molto rischioso, me ne rendo conto. Purtroppo spesso, troppo spesso, si confonde la libertà con il libero arbitrio e l'interpretazione di un dato di fatto altera la realtà, sotto la copertura della tolleranza e del: ognuno è libero di pensare ciò che vuole. A me piace un profumo che forse a te non piace, sei libero di non mettertelo addosso, tuttavia, se è un profumo piacevole, dovresti saper dire: è un bel profumo (inteso: non è una puzza), anche se non corrisponde ai miei gusti. E' come quando dico in una discussione: ciò che dici è un'ipotesi possibile, anche se per me non è quella più plausibile. Dove voglio arrivare? Al fatto che il profumo buono e prezioso che la donna del Vangelo di oggi riversa sui piedi di Gesù, resta quello, al di là di chi fa il gesto. Gesù è il Signore e riconoscere questo, legittima "lo spreco" di quella sostanza più pregiata che forse quella donna avesse in quel momento. I farisei però non vogliono vedere questo: loro guardano alla persona con disprezzo. Insomma per loro quel gesto è sporco, perché è sporca per loro la protagonista. Non così Gesù. Lui separa le persone dal male che possono aver commesso e le qualifica dal bene che fanno. Non vede in lei una peccatrice, anche se sa che lei è anche questo. Lui vede una donna che fa un gesto oggettivo: esprime l'amore. E vuole vederla attraverso questo gesto, dato che l'amore a parole vale poco, ma con i fatti molto. Di più: egli fa capire come un peccatore può amare infinitamente di più rispetto al cosiddetto uomo retto. Perché il peccatore compie gesti clamorosi d'amore, mentre quello abituato ad ospitare il Signore, potrebbe non compierne nemmeno uno... E noi, che sguardo abbiamo? Vediamo le persone a partire dal loro peccato o a partire dall'oggettività del buon profumo che sono comunque capaci di spargere, anche quando noi non siamo in grado di vederlo? Amare si può, è una scelta nella libertà. Riconoscere l'oggettività dei fatti si deve, abbandonando gli occhiali della nostra emotività ferita, bramosa di perfezionismo. 

lunedì 25 maggio 2020

la divisione dei compiti

Gv 17,1-11

Hai presente quando sai che c'è una cosa importante da compiere e sai che il tuo compito in essa non è indifferente? Il sentimento del voler fare le cose al meglio ti porta a quella sorta di premura che ti farebbe fare di tutto per far andare tutto al meglio. Eppure c'è una divisione dei compiti, che fa sì, che tu debba riconoscere che a un certo punto il tuo compito termina, per dare spazio e possibilità di contribuire ad altri e, infine, a chi deve terminare l'opera, che fa quel passo che completa il tutto. Questo è esattamente ciò che sta facendo Gesù, nel Vangelo di oggi. Sta consegnando il tutto nelle mani del Padre che è l'unico artefice e così riconosciuto anche l'unico che può portare al termine tutta l'opera. Gesù, pur essendo lui stesso Dio, sta facendo un atto di abbandono al Padre. Riconosce che l'eternità non è concludere questo pellegrinaggio terreno e andarsene all'altro mondo, ma l'eternità è farsi da parte e far conoscere il Padre, perché solo il Padre poi dà, attraverso lo Spirito, la possibilità di conoscere chi sia realmente il Figlio. Distaccarsi da ciò che si è, da ciò che si ha... riconoscersi parte di un insieme più grande. Sono grandi compiti anche per tutti noi. Come si vede dagli esempi degli ultimi mesi, si può fare qualcosa di buono e di grande, se ci riconosciamo in un'esistenza "a catena", dove ogni anello è importante, ma è più importane la catena tutta, che crea un insieme forte e irresistibile, spazio di sostegno reciproco. Questo è ciò che anche oggi sta ricostruendo il nostro mondo: dare ciascuno il proprio, consapevole di costruire un importante insieme per il bene di tutti. 

sabato 28 marzo 2020

post giudizio

Gv 7,40-53 


Mi colpisce quanto si accesa la disputa del Vangelo di oggi, su chi sia realmente Gesù e se sia lui il Messia. Si usano tutte le conoscenze che vengono dalle scritture e si fanno tanti ragionamenti più o meno contorti per... fare vedere che "io ho ragione". Come se l'identità di una persona potesse essere definita da un'altra persona con assoluta certezza. Come se il cuore e la mente dell'uomo fossero delle pietre che, una volta che si sono induriti, tali restano. E invece: sorpresa! Anche il cuore e la mente che noi giudichiamo più duri di questo mondo, finché sono in vita, possono cambiare. Ed è precisamente questo fatto che dovrebbe aiutarci a cambiare il modo di guardare le persone e permetterci di entrare nell'ottica di Dio, di acquisire gli occhi che Egli ha, guardando noi, occhi di un innamorato, che vede il meglio che la sua creatura può fare, pur senza costringerla a farlo. Gesù viene inquadrato in una serie di inflessibili "verità" proposte dalla gente, dalle guardie, dai farisei. Ogni gruppo, persona sembra tirare l'acqua al proprio mulino. Risultato? Ognuno torna a casa propria, senza concludere nulla. 
Cosa provoca dentro di noi questa quarantena? Riusciamo a vedere cose nuove e finora sconosciute o inaspettate, nel ristretto cerchio di persone con cui ora ci rapportiamo? Riusciamo, come Dio, a vedere li bene che risiede nei nostri prossimi più prossimi, nonostante la tensione che spesso rischia di farci tirare fuori invece il peggio di noi? Sarà forse una buona occasione per cominciare a cambiare il nostro sguardo, dal momento in cui non abbiamo più le vie di fuga da questo o quell'altro aspetto della nostra capacità relazionale. Possa davvero iniziare ad essere un'occasione per scrollarci dal di dosso i pregiudizi che da sempre portiamo dentro di noi, quelli sulle etnie, sui gruppi sociali, sulle nazioni, sui singoli, persino sulle nostre famiglie. Siamo chiamati davvero a passare dal pregiudizio ad una sorta di post giudizio, cioè ciò che viene dopo e nonostante che, per la nostra propria sicurezza emotiva e mentale, noi abbiamo già giudicato e inquadrato le persone. Solo andando oltre questo, potremo infatti scoprire la bellezza dello stare insieme, del convivere, del ritrovarci tutti uguali, come davvero è, davanti a Dio. E lo potremo fare, per assurdo, a partire dal nostro essere oggi tutti uguali, davanti ad un microrganismo, che minaccia le nostre vite, ma che non potrà averla vinta mai, sulle nostre relazioni, se solo noi lo vorremo. 


venerdì 5 ottobre 2018

una lista sempre da rifare

Lc 10,13-16

Oggi il compito che la Parola di Dio ci pone davanti è molto semplice. Siediti con calma, prendi una penna e un foglio di carta. Fatti una lista dei tuoi beni più preziosi nella vita. Poi fatti una lista di quei beni che hai ricevuto più o meno nell'ultima settimana. Poi fanne una terza: il bene ricevuto oggi. 
Guardale, queste liste. Pensa quali chiamate nascondono. Cioè come questi doni diventano compiti per la tua vita. Perché essere destinatario di un dono, chiede una risposta. E non necessariamente la risposta di "do ut des". Si tratta di leggere in ciò che ci viene regalato gratuitamente dalla vita, da Dio, dalle persone, una chiamata. Se il regalo è la bicicletta, devi pedalare... (quindi non: io ti regalo la bicicletta, tu mi devi ricambiare con una macchina). Poi pensa a quel ragazzino magro e deperito africano, che, quando un giornalista gli ha regalato due lecca-lecca, uno se l'è messo in bocca e l'altro in un gesto connaturale a lui di condivisione, l'ha regalato ad un altro. Questo per illustrare quanto un dono si moltiplica o quanto si dovrebbe moltiplicare. Poi ringrazia: nulla ti è dovuto, nulla è scontato. Infine chiedi il dono della gratitudine e il dono di saper far fruttare tutto il bene che hai avuto dalla e nella vita. 

Poi fai lo stesso tutti i giorni. Vedrai che la tua vita cambierà e sarà sempre più bella, perché grata.

sabato 21 luglio 2018

puoi andartene

Mt 12,14-21

Mi piace oggi guardare come si atteggia il Signore con le persone che sono i suoi cosiddetti "nemici". Certamente tutti abbiamo nella nostra vita delle presenze che o non ci stanno simpatiche oppure le percepiamo come persone che fanno di tutto per contrastarci. Spesso lo fanno nel nome di una legge, del rispetto di un insieme di regole, spesso le loro intenzioni sono buone, eppure noi ci sentiamo annientati dalle loro azioni, parole, atteggiamenti. Così Gesù ci fa vedere che questo è capitato pure a Lui. Addirittura, un gruppo sociale si riunisce per cercare il modo per metterlo alla morte... questo forse a noi non capita, per fortuna. Comunque, sono cose pesanti, indubbiamente. Possiamo ricordarci questi tipi di situazioni e di persone e vedere, come reagiamo. Resta sempre valida una regola d'oro: le persone non cambiano, ma siamo noi che abbiamo il potere sulla nostra vita e, a partire dai dati di fatto, possiamo decidere cosa fare. C'è chi si ritiene eroe e resta in delle situazioni veramente pesanti, dicendo di farlo per amore, o perché non si sa cosa direbbe la gente, o perché pensiamo che la virtù in queste situazioni sta nel continuare a soffrire, anche con le più alte motivazioni spirituali. Ebbene, certamente la capacità di sopportare pazientemente le persone moleste, o le situazioni contrarie, appartiene alla nostra vita da cristiani, ma solo fino a un certo punto. E oggi il Signore ci dice con molta chiarezza qual è questo punto. I farisei si riuniscono per metterlo alla morte. Ma qui non si tratta solo di una morte fisica. La morte è il limite della nostra vita, della nostra vitalità. Quando tu senti che una situazione di sofferenza, magari subita e non per colpa tua, ti toglie la serenità minima, la tua abituale vitalità, allora è il momento di reagire. Attenzione però, ci sono almeno due cose da ricordare. La prima è la capacità e il coraggio di manifestare alle persone che ci fanno soffrire, il nostro disagio, cioè un sereno confronto. La seconda è la necessità di guardarsi dentro, perché quando una cosa o persona ci fa soffrire molto, può essere che tocca qualche punto debole o qualche ferita nostra e... potrebbe essere un'occasione per guarire. Considerate queste due cose, quando la certezza interiore è che abbiamo fatto quel che dovevamo, occorre prendere delle decisioni per il nostro bene. L'atteggiamento cristiano verso chi ci crea difficoltà, tuttavia, è questo: avere coraggio di pensare che nessuno mi fa del male apposta. Questo aiuta a non coltivare la rabbia e lo sdegno, a non portare rancore in futuro. In poche parole: aiuta a far entrare la risurrezione in questa piccola morte relazionale. Ed ecco Gesù: avendo saputo che volevano farlo morire, si allontanò. Si mostrò essere colui che Isaia aveva annunciato: non grida, non spezza la canna incrinata. Sì, perché ci sarebbe un ultimo elemento da considerare nelle nostre relazioni. Alle volte ci facciamo del male a causa delle cose che sono dentro di noi e di cui non ci accorgiamo. Non spezzare la canna incrinata in questo caso significa non gridare in faccia a chi mi fa del male, ciò che posso intuire come causa del male che mi fa. Proprio perché le persone si spezzano alle volte scoprendo la loro stessa debolezza. E ad essa devono arrivare gradualmente, non con la violenza di chi gliela grida in faccia. Resta sempre attuale che le persone non cambiano perché le rimproveri, ma perché le ami. E capita che questo debba significare allontanarsi, cambiare rotta, andare via. Fa male, ma può essere una scelta per la vita, come oggi il Signore ci mostra con il suo comportamento. Non temiamo, dunque. Possiamo andarcene, ma solo se questo significa ricominciare a vivere, non per vendetta, non per rabbia.