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venerdì 18 aprile 2025

Venerdì Santo puoi...

Questa settimana è santa. Così la chiamiamo, perché crediamo che ogni suo giorno è carico di messaggi spirituali che ci guidano verso la verità sulla nostra vita, tanto da noi temuta, quanto desiderata: la verità che siamo fatti per la vita, per la vita eterna. Questa settimana, come vediamo nella Parola che ci accompagna, Gesù vive un ventaglio direi completo dei sentimenti umani. E' dunque santa, perché mette a fuoco tutto ciò che è umano e assunto da Dio, fino al punto in cui ci sembra di vedere una separazione provvisoria, appunto dell'umano dal divino, in Gesù, per rendere possibile il ritorno grande e definitivo dell'umanità a se stessa, cioè a Dio. Mentre Gesù sulla croce spira, restituisce l'alito di vita, donato all'inizio dei tempi al primo uomo, al Padre, per significare che dopo questo resta solo la risurrezione, che completerà l'opera di Dio in noi. Mi viene da gridare allora GRAZIE al Signore, che mi chiama verso la sua croce, per rivivere con lui tutti i sentimenti umani, fino al ritorno fecondo di ogni cosa al suo posto! Si, tutti i sentimenti, anche quelli che contrassegnano la fragilità della creatura umana. Perché dov'è il suo posto, se non proprio qui: tra la morte e la risurrezione, nel già e non ancora? La fragilità mi rimanda alla possibilità o forse alla necessità della morte e così mi apre alla Pasqua! Senza la fragilità che sperimento e che posso accogliere, io non ho bisogno della Pasqua. Se non l'accolgo come mia condizione normale, non potrò resistere alla tentazione del fai-da-te, quella stessa che raggiunge Gesù quando lì sulla croce gli viene detto di scendere, se ne ha il potere. Si, Egli accoglie il raggio della fragilità, illuminazione grigia del momento in cui non c'è nulla da fingere e quindi anche Dio grida il suo sentirsi abbandonato... Si, perché in quel buio di mezzogiorno Dio si rivela, nello squarciarsi del velo del Santo dei Santi, luogo riempito della sua presenza. E forse luogo da cui liberare finalmente i sentimenti di finta riverenza e distanza e lasciare che Dio entri ancora nel mondo, nel nostro grido di aiuto. Alcuni studiosi dicono appunto che il grido di Gesù è espressione del momento in cui le sue due nature hanno sperimentato più divisione. Non sappiamo... ma una cosa è certa: Venerdì Santo puoi... puoi permetterti di sperimentare la divisione tra quei contrasti che ti abitano: tra la forza e la debolezza; tra la decadenza e l'ascesa; tra la bellezza e la bruttezza. E puoi sentire la misericordia che ti invade e riunisce in te tutto ciò che sei. Venerdì Santo puoi finalmente domandare: perché mi hai abbandonato?, nella consapevolezza di essere amato, finalmente senza paura di rivelare con la domanda la tua debolezza, il tuo non essere arrivato. Venerdì Santo puoi ammettere che sei anche tu un discepolo impaurito che fugge; che sei anche tu Pietro che pur sentendosi guardato e visto, rinnega; che sei anche tu Giuda che tradisce, Pilato a cui non importa altro che mantenere calmi gli animi, e non vuole prendere posizioni; Erode che sa ridurre al nulla la persona umana; Barabba che se ne approfitta della morte dell'innocente; folla che sragiona. Si, puoi dirlo: anche io e te siamo tutto ciò. Puoi ammetterlo e prenderne coscienza, perché quel sangue che sgorga dalla croce ti dice: ti amo proprio così, e ancora, e ancora... E, presa coscienza di quello che sei, puoi essere anche tu un raggio della luce. Passa ora al secondo giorno, quello in cui le donne in silenzio preparano gli unguenti e i profumi, sostanze che accompagnano lo sposalizio della risurrezione. Prepara nel silenzio la tua vita alla risurrezione da ciò che ti impedisce l'unione con lo sposo. E apri, apri, non rinchiuderti più nel sepolcro, appesantito di ciò che sei. Solo credi che sei amato così come sei.  "Fagli spazio nel tuo disordine"...Da oggi, per sempre, tu puoi...




martedì 17 gennaio 2023

loro sì e io no?


Mc 2,23-28
Scommetto che ognuno di noi almeno una volta, da piccolo o/e pure da grande, ha detto oppure pensato queste parole: "ma perché io no e lui/lei sì?" Proprio quando noi avremmo desiderato una cosa, ma una "legge" più o meno esplicita ce lo nega, improvvisamente vediamo che a qualcun altro è permesso avere/fare questa stessa cosa. Mettiamo un po' a fuoco i sentimenti che portano a questo tipo di espressioni. Rabbia, senso di inferiorità, senso di ingiustizia, tristezza, sentirsi offeso, sminuito, voglia di vendetta, chiusura... e poi chi più ne ha, più ne metta. Facce come quelle dello struzzo in foto...! Spesso i sentimenti che si sviluppano tendenzialmente in queste situazioni, sono personalizzati, per questo ognuno di noi può guardarsi dentro per mettere a fuoco "i suoi". A cosa serve tutto questo? Ecco nel Vangelo di oggi quei maleducati di discepoli, visto che hanno fame, fanno una cosa che non è lecita: mangiano il grano che trovano nei campi. Non solo maleducati, anche impulsivi! Insomma, non potevano trattenersi un attimo, non sarebbero mica morti di fame se avessero aspettato un po' no? Sembra che tutto sommato lo sdegno dei farisei sia più che motivato... Ma noi stiamo parlando di una prescrizione della legge, cioè qualcosa che dovrebbe avvicinare l'uomo a Dio, elevarlo verso di Lui... siamo proprio sicuri che la gente affamata, ha tutto questo slancio spirituale? Siamo proprio sicuri che i discepoli sarebbero in grado di continuare a seguire il Signore, se non avessero rafforzato il loro corpo? Il riposo del sabato non è indulgenza dalla sequela di Cristo! Immaginiamo una bella domenica di relax... senza mangiare. Saremmo in grado di dire che è stata davvero una giornata di vero riposo, se ci privassimo del mangiare? Per noi il mangiare significa anche il cibo spirituale, l'inseguire la presenza del Signore. Così anche per i discepoli, avevano già intuito che qui c'era qualcosa di più delle leggi. O che qui c'era qualcosa che ridava alla legge la sua vera dimensione. Ma i farisei avrebbero rispettato la prescrizione della legge a tutti i costi... e vedendo i discepoli sono rimasti male, forse con tutto quel ventaglio di sentimenti che abbiamo elencato all'inizio. Forse con quella amarezza di chi in fondo sa benissimo che le leggi sono fatte per l'uomo e non al contrario, ma intanto preferisce la vuota osservanza, però non appena si presenta qualcuno che con il suo operato rende concreto e visibile il principio del primato da dare all'uomo, trova l'occasione per linciarlo, per cercare "i colpevoli" dei sentimenti negativi che abitano il suo cuore. E' la differenza tra il figlio e lo schiavo. Quando uno fa di se stesso schiavo della legge, non sopporta la presenza del figlio, che sa di essere amato e importante, più della legge. E questa differenza sta nella libertà: chi pensa sempre "perché loro sì e io no", forse ancora non è libero, forse non si dà la libertà di essere figlio, di dirsi che è più importante delle spighe di grano... Il pericolo è che chi resta schiavo, imponga poi la stessa schiavitù agli altri. Ecco perché in mezzo deve esserci il Signore. Perché solo Lui libera e ci permette di essere figli. 

martedì 27 dicembre 2022

corse natalizie, corse pasquali

Gv 20,1-9

Quanto corriamo di solito quando abbiamo a che fare con un evento particolare? Se pensiamo che ormai si dice spesso che "corriamo sempre", figuriamoci, se deve succedere qualcosa di particolare, una festa, un evento per cui ci teniamo. Quante energie mettiamo nella preparazione di esso... Forse però non viene da correre o da affrettarsi, quando andiamo a trovare un caro defunto al cimitero, soprattutto se è appena scomparso. Probabilmente anzi, il cuore si sente appesantito e non sappiamo, dal punto di vista emotivo, cosa può comportare una tale visita. In effetti, nemmeno Maria di Magdala corre al mattino verso il sepolcro (perlomeno non da quanto vi riferisce Giovanni). Invece comincia a muovere le gambe, quando non trova più il corpo di Gesù. Ecco che comincia a correre. Cercava un morto ed egli non c'è. Si interrompe una depressa quiete delle giornate lunghe e insopportabili dopo la morte di una cara persona. Si interrompe bruscamente e succedono delle cose strane. Il lutto è lì, già iniziato, la persona umana vive anche dal punto di vista psicologico il suo processo di accoglienza e di riconciliazione con una grave mancanza. Ed improvvisamente: si corre! La tomba è aperta, il corpo non c'è. Sconcerto, confusione, disperazione, insicurezza: tutti questi sentimenti fanno sì che si corre, si cerca aiuto. Appare una necessità quasi fisiologica di condividere questo fatto con gli altri, immediatamente, affinché ci si aiuti nella lettura del fatto. Ma gli altri hanno bisogno di vedere anche loro, per poter procedere ad una valutazione. Quindi probabilmente non è che Pietro e Giovanni non credono alla donna che li precede al sepolcro, è che hanno proprio bisogno di prendere le loro misure, o meglio, affrontare di persona il dato di fatto, per poi poter procedere a dargli un nome. Corre Giovanni: snello, veloce, davanti al sepolcro frena e viene sopraffatto dallo sconcerto. Corre Pietro: più lento, arriva dopo, ma senza indugio entra nella tomba e costata fino in fondo il fatto che Gesù non è più lì! Corrono i pensieri, i sentimenti, saltano fuori i ricordi, le parole udite: il Maestro aveva parlato del fatto che sarebbe risorto. E non si sa come calmarsi. Non ci sono punti di riferimento. Se anche aveva detto che sarebbe risorto, non si capisce cosa significhi, non ne esiste nessuna esperienza. Si va, si torna al e dal sepolcro, c'è chi si ferma e chi se ne va. Il NUOVO che improvvisamente entra nella storia, nella vita di ognuno dei "corridori"... sconvolti da questa novità. 
E a noi, quanto ci fa correre il Natale, la Pasqua? Lasciamo da parte finalmente tutte le frenesie di preparazione alle feste, le scadenze ecc. Quanto ci smuove interiormente, l'andare incontro al Signore appena nato e poi risorto? 

giovedì 11 agosto 2022

490 = ∞



Mt 18,21-19,1

Un argomento difficile da trattare, quello del perdono. Penso che ognuno di noi ha un'esperienza o passata o anche in atto, di un perdono difficile. Difficile da dare oppure da accogliere, quando siamo noi i "colpevoli". Metto tra virgolette la parola colpevoli, perché mi sembra che prima di dichiarare la colpa di una persona, occorre ponderare bene le cose. Molte volte il danno compiuto è oggettivo, ma la colpevolezza non c'è, almeno da un punto di vista morale. Molte cose che noi prendiamo come torto, non erano o non sono intenzionali... ed è qui la motivazione per la quale Gesù ci dice di perdonare 70 volte 7, cioè sempre. Forse anche questa è un'esperienza che nella nostra vita abbiamo fatto: subire la rabbia altrui, la mancanza di perdono e non sapere nemmeno dove è stato lo sbaglio. Quante volte succede che colui che si sente offeso ha ricevuto un'offesa non intenzionale e non vuole chiarire, ma solo fa subire le vendetta emotiva... è una forma di prevaricazione sull'altro. Io ti punisco o con il mio silenzio o con il rifiuto di chiarimenti. Ed è sofferenza talvolta feroce per chi presumibilmente ha sbagliato. Crea infatti un rapporto impari una situazione di asimmetria schiacciante. Un po' simile a quella dei due servi del re. In realtà loro dovrebbero essere alla pari. Sono colleghi. L'unica cosa è che uno è debitore del padrone e l'altro è debitore del collega. Ma come mai, succede così, che dopo l'esperienza di perdono, uno non va a perdonare a volta sua? Ecco, dipende tutto da come noi ci rapportiamo alla richiesta di perdono. Io chiedo di essere perdonato perché ho un debito/ho sbagliato e so che questo non è corretto, oppure lo chiedo, prostrandomi (abbassandomi appunto davanti ad altro), perché ho paura di essere punito? Nel secondo caso il frutto spesse volte è la rabbia, tenuta dentro. Mi abbasso senza realmente sentire nel cuore la necessità di questa richiesta, ma per non perdere negli occhi dell'altro. Mi abbasso "falsamente", senza umiltà, ma solo umiliandomi. Quando ci si umilia per paura, il frutto inevitabilmente poi è rabbia, perché il sentimento è quello di inferiorità che poi non viene affrontato, ma solo sfogato. Ecco quindi che, per non sentirsi più quello inferiore, si va e si costringe qualcun altro a mettersi in posizione di abbassamento rispetto a noi. E' una forma di bullismo, indubbiamente. Perché le persone che non si sentono inferiori e non hanno paura dei propri sbagli, non si umiliano, ma ammettono la propria colpa/debito, in piedi, alla pari. Sono umano e sbaglio come tutti gli umani. Ma chi non lo sa fare, andrà a schiacciare gli altri, per sentirsi "meglio", vedendosi superiore a qualcun altro. Finisce sempre male. Se non finisce come nel caso del servo spietato, finisce con un sentimento di "marcio", dentro. La superiorità di questo genere, non ripaga, è una trappola per se stessi. Faccio pagare per i miei errori a qualcun altro, per restare impeccabile ai miei propri occhi. Ma dentro so di non esserlo. Ecco perché la mancanza di perdono è un torto fatto a se stessi. Ecco perché perdonare 70 volte 7, significa liberare se stessi, riequilibrare il rapporto con l'altro, portarlo alla pari e vivere da adulti, dandoci una mano, permettendoci a vicenda di sbagliare e di essere amati e considerati lo stesso.

domenica 26 dicembre 2021

Maria e Giuseppe: maestri della comunicazione


 Lc 2,41-52

Roba da adolescenti nel Vangelo di oggi... E i dilemmi dei genitori: fino a che punto si può lasciare un ragazzino dodicenne libero, tra le persone fidate, perché sicuri che tanto rimarrà comunque nelle vicinanze? Si può fare oppure meglio essere prudenti, perché è pur sempre un adolescente e non si sa mai cosa gli possa saltare in mente? 

Ebbene, sì, Gesù pure è proprio un adolescente normale! Se ne va per i fatti suoi, perché ha interessi completamente diversi da quelli dei suoi genitori e non si pone il problema della loro preoccupazione. Deve fare quel che ha in mente. E, approfittando della fiducia dei genitori, lo fa. 

Ma quel che ci insegna davvero tanto oggi nel Vangelo, è la modalità comunicativa di Giuseppe e Maria, in questa situazione. Credete che non si siano almeno un po' spazientiti o arrabbiati, per il tempo perso, per l'atto di disobbedienza, per la fiducia buttata via, per l'ansia che hanno provato, e chi ne ha più, ne metta? Cosa si fa in questa situazione? Solitamente si va e si dice al bambino discolo: "ti rendi conto quanto tu sia inaffidabile, disobbediente e ci faccia perdere tempo e pazienza?", non di rado condito con un "come ti ho fatto così ti disfo". Oppure si giustifica tutto: "vieni, amore, ora andiamo a casa, eh il nostro figlio è libero e fa quel che si sente di fare". Due estremi. Guardiamo un attimo la reazione di Maria e Giuseppe. "Restarono stupiti", beh ci sta... non sapevano come interpretare questo stare di Gesù in mezzo ai dottori del Tempio, in veste di chi insegna. Ma poi: "Figlio PERCHE' ci hai fatto questo? Ecco tuo padre ed io angosciati ti cercavamo". Una maestria comunicativa incredibile!

1. Domandare il perché: non solo con gli adolescenti, ma con tutti. Di fronte ad un evento per me incomprensibile, invece di cominciare a dare giudizi, valutazioni, colpevolizzare, addirittura interpretare i pensieri e i sentimenti dell'altro ("tu pensi che... tu mi hai fatto...."), domandare la ragione delle sue azioni. Questo significa creare un'apertura di confronto che non può che rafforzare il legame, ancora di più se anche il risultato finale non dovesse essere una piena comprensione, comunque domandare il perché significa mettersi sullo stesso piano e non "sopra" e di conseguenza costruire uno spazio di condivisione, permettere all'altro di avere le sue ragioni, che io posso non capire. 

2. Comunicare i propri sentimenti: "io e tuo padre" eravamo angosciati, non "tu ci fai angosciare" o "è colpa tua se siamo in ansia". Fa molta differenza, responsabilizzarsi per i propri sentimenti. Certamente si comunica una propria reazione a un evento scatenato dall'altro, ma non gli si addossa una responsabilità che, nella maggior parte dei casi, non ha. Perché, diciamocelo, molti conflitti sono assurdi proprio perché nessuno vuole fare del male all'altro, e quindi nemmeno provocare nell'altro i sentimenti negativi. Comunicarli invece, di nuovo, ci rende partner e fa sì che segnaliamo la volontà di stare bene, per sé e per gli altri. E significa che la persona che abbiamo di fronte, non si sente colpita e non si sente in dovere di difendersi, cosa che automaticamente provoca reazione di difesa. 

Due passaggi che a livello di linguaggio potrebbero sembrare banali e potremmo dire che non hanno importanza. Chiaramente, moltissimo dipende anche dei toni che si usano, perché ovviamente se Giuseppe e Maria avessero urlato a Gesù... la forma prenderebbe sopravvento sul contenuto e l'avrebbe distrutto. 
Possiamo dunque fare le nostre prove nella vita quotidiana, di questa comunicazione non violenta, magari questa Santa Famiglia ci potrebbe insegnare una nuova qualità della nostra vita famigliare e sociale. 

sabato 25 dicembre 2021

un Dio che mi assomiglia


Gv 1,1-18
Oggi mi fermo e guardo Gesù Bambino adagiato sul fieno: vedo un bambino indifeso. Penso: il Verbo davvero si fece carne, si fece questo piccolo corpicino... ha pianto col primo respiro, era pieno di rughe, appena uscito dal grembo della mamma, dormiva scaldato dal corpo di Maria. E capisco i sentimenti di Sartre quando scrisse queste parole, mettendole nella bocca di Maria: "Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia". E immagino che aveva lo stesso desiderio che spero abbiamo avuto tutti oggi: di "mangiarsi" questo bambino. E noi...l'abbiamo mangiato, nell'Eucarestia. E IL VERBO SI FECE CARNE E VENNE VERAMENTE DENTRO DI NOI. #buonNatale #gratitudine

giovedì 29 luglio 2021

l'eterna relazione

 



Lc 10,38-42

Ho scelto per la meditazione di oggi il brano di Luca invece di quello di Giovanni. Infatti questo Vangelo lo conosciamo quasi a memoria, come pure il detto sulla parte migliore, che Maria aveva scelto rispetto a Marta, che, secondo la logica, avrebbe invece preferito la cosa meno nobile. A prescindere dal fatto che non è esattamente quello che Gesù vuole dire, mi colpisce oggi un'altra cosa, di Marta e cioè la sua paura della solitudine. Quel che ella dice al Signore, non è solo un rimprovero, ma è anche la parola disperata di una donna che si ritrova sola. E usa proprio questa espressione si essere lasciata sola. Come sempre nei nostri discorsi, la colpa è dell'altro, in questo caso di sua sorella. Marta, come la maggior parte di noi, non sa parlare dei suoi sentimenti senza incolpare qualcuno, per cui invece di dire mi sento lasciata sola, dà la responsabilità a Maria. Ma è un tentativo disperato di avvicinare qualcuno che possa capirla, che possa esserle di sostegno nel momento in cui sente di non avere nessuno accanto a sé. Sotto sotto molte delle nostre uscite di questo genere, hanno proprio l'anelito alla relazione, ad essere capiti, amati e ricercati. Ed è tutto normale, finché ne abbiamo la consapevolezza e finché vogliamo prendercene responsabilità. E' la grande verità sulla natura umana: non possiamo essere soli, perché siamo degli esseri in relazione, protesi verso l'altro. Per questo la minima percezione della solitudine corrisponde in noi alla paura della morte: infatti, staccarci dagli altri significa per l'essere umano morire. Forse in questo senso possiamo parlare della parte migliore scelta da Maria: sceglie di rimanere con Colui che è l'eterna relazione, che non abbandona mai e che in sé non ha solitudine. Forse questo il messaggio per ciascuno di noi, oggi: con Lui non siamo mai soli, anche quando la nostra percezione ci dice altro. E in Lui poi, ci sono tutte le altre relazioni, proprio perché Lui è la Relazione che tutte le altre sostiene. 





giovedì 15 aprile 2021

l'alto o il basso?

Gv 3,31-36

Molto curiose le parole di Gesù nel Vangelo di oggi. Sembra che stia facendo delle distinzioni tra quel che appartiene "all'alto" e "al basso". Per cui chi viene dall'alto è al di sopra e chi viene dalla terra, appartiene alla terra. Due possibilità, o dall'alto o dal basso. Tuttavia poi guardiamo Colui che ci dice queste cose... Dio, quindi proveniente figurativamente dall'alto ma anche uomo, per cui appartenente alla terra. Questa è la grandezza del nostro Dio, che non troveremo da nessun'altra parte, è un Dio incarnato. Egli appartiene al cielo, difatti parla del suo legame indissolubile col Padre, ma appartiene anche così tanto alla terra, che si lascia seppellire nel grembo di essa, dopo la morte del suo corpo umano. Come dunque è con noi, che siamo i figli adottivi, fratelli del Figlio? Certamente non nello stesso grado, ma anche noi apparteniamo al cielo e alla terra. La nostra vita, a discapito di tutto ciò che qualcuno vuole dire, non è determinismo. Il nostro "essere della terra" è bello proprio perché illuminato dalla nostra appartenenza alla patria celeste. E il nostro "essere del cielo" santifica la nostra dimensione terrena. Come la santifica? Attraverso le scelte che facciamo tutti i giorni e che possono appunto appartenere alla cosiddetta bassezza oppure ad una prospettiva alta, quella di donne e uomini della risurrezione. E non si tratta di chissà quali decisioni, si tratta delle piccole cose di ogni giorno. Attraverso le mie azioni, i miei atteggiamenti io comunico un'appartenenza, comunico il cielo o la terra. Torniamo a dire: tutto ciò non è predeterminato, ma ogni mio moto interiore, che sia pensiero o emozione, è soggetto a ciò che la mia volontà farà con esso. Decido tutti i giorni cosa fare con la mia gioia (se esprimerla, condividere, o tenere per me), cosa fare con la mia rabbia (se trasformarla in un'energia buona oppure ferire gli altri), con i miei pensieri creativi (se reprimerli oppure sfruttarli per il bene mio e degli altri) e potremmo moltiplicare gli esempi. Questa è la distinzione tra l'alto e il basso, nella nostra vita, nei fatti. 

venerdì 5 giugno 2020

una risposta sempre pronta

Mc 12, 35-37 

Di solito le persone che hanno la risposta sempre pronta oppure vogliono avere sempre l'ultima parola, non ci piacciono. Alla loro presenza capita che ci sentiamo un po' sempliciotti, specie se già abbiamo un'autostima bassa. E poi in alcune persone scatta questo meccanismo: inventiamo una domanda difficile, per mettere alla prova questa persona che (secondo l'interpretazione comune) si crede più degli altri. Andiamo di solito avanti con una certa superficialità, senza domandarci realmente come mai queste persone agiscano così, perché le motivazioni possono essere varie. C'è chi si dà valore avendo sempre le risposte, c'è chi ha imparato che non può permettersi di non sapere qualcosa, per cui inventerà, pur di rispondere e non sentirsi impreparato... c'è poi chi sa rispondere, perché è abituato a riflettere molto e in profondità. Nella vita possiamo distinguere queste persone soprattutto dall'atteggiamento. E potremo farlo solo se abbandoneremo un attimo il nostro sentimento (spesso negativo) nei loro confronti e cercheremo di guardarle e considerarle per ciò che sono (cosa non facile). Ecco qui Gesù. Spesso intrappolato nelle questioni contorte, ma sempre con la risposta pronta. Ecco oggi spiega una cosa che sembra impossibile e complicata e sembra contraddire alcune cose che Egli stesso proclama. In un'altra occasione, chi lo ascolta, si domanda "da dove gli viene questa sapienza?". Gesù oggi ci dimostra chiaramente da dove essa gli venga. E' un assiduo frequentatore della Parola di Dio, conosce la Scrittura, da buon ebreo, ma ne conosce anche significato più profondo, proprio quello che si scopre man mano che uno ama e vive ciò che Dio dice... la sua conoscenza della Parola non è un recitare a memoria, ma un aver letto, meditato e vissuto. Ecco a cosa ci invita: ad essere anche noi coloro che hanno le risposte, perché le hanno trovate e continuano a trovarle nella Scrittura, la quale è viva e vivificante, attraverso lo Spirito che sempre è pronto ad animarci. 

domenica 31 maggio 2020

sapere di che si tratta

At 2,1-11

E' la grande verità: quante teste tante idee, pensieri, vedute, opinioni. O meglio, di più, dato che non abbiamo un solo pensiero o idea a testa. E' ovvio dunque che talvolta non ci capiamo a vicenda. Non c'è un essere umano, nemmeno tra i gemelli, che abbia la stessa esperienza di vita e di conseguenza sappia comprendere perfettamente l'altro. Ma c'è Qualcuno che perfezione la nostra comprensione reciproca. Lui è l'intesa più vera, lo Spirito. E' ovvio che tutti gli osservanti Giudei presenti al momento della Pentecoste, non hanno avuto improvvisamente il dono del corso accelerato delle lingue, per sentire ciascuno nella propria lingua, raccontate le opere di Dio. Questa è una proposta che capita solo negli spot pubblicitari, quella di apprendere una lingua in pochissimi giorni. Ma, sorridiamo tutti, perché anche semplicemente meccanicamente capire una lingua, non significa e non significherà mai comprendere una persona che parla quella lingua sin dalla nascita, perché non significa comprendere il suo sfondo culturale, il suo vissuto ecc. Ecco che dunque lo Spirito si sostituisce alle nostre più brillanti pubblicità. Tutta quella gente improvvisamente comprende. Si ritrovano ad essere partecipi di un dono, che permette loro di trovarsi in sintonia, una tale sintonia che non è più solo un'intesa umana, ma il saper leggere le opere di Dio, e questo significa occhi davvero nuovi. Questo significa trovare qualcosa che ci accomuna al di là della provenienza e della lingua che si parla. Questo significa esperienza di comunione e se è bello avere un'intesa a livello umano, quanto è meraviglioso quando comprendiamo i sentimenti, i desideri e gli aneliti dell'altro... quando sentiamo che c'è qualcosa oltre noi, che fluisce tra noi e ci permette di vivere la stessa esperienza. Ecco cosa hanno vissuto i Giudei al momento della Pentecoste, l'esatto contrario della torre di Babele. Questo è ciò che fa lo Spirito, quando lo si invita ed accoglie, rafforza i nostri legami, ci fa ritrovare collegati laddove e con persone con cui non ci saremmo mai immaginati di poterci capire "al volo"... dello Spirito. E di sapere, anche in mezzo alle tante teste diverse e idee diverse, fino in fondo, di che si tratta, pur senza "conoscere la lingua". 

martedì 12 maggio 2020

andate in pace


Gv 14,27-31 
Normalmente il credere, l'atto di fede riguarda le cose che non si vedono, che non si sono ancora realizzate... oggi invece Gesù ribalta anche questa logica: "ve l'ho detto perché quando avverrà, crediate"... dovremo dunque credere pure quando si sarà realizzato, non più solo ora quando ancora non lo vediamo! Questo proprio perché quanto deve succedere ai discepoli, "toglie" loro la presenza del Signore, un po' come stiamo vivendo in questa quarantena... Ma rimane ciò che è fondamentale: la PACE, la pace che fa sì che il non vedere il Signore, il vuoto, si trasformi in un'esperienza interiore della sua costante presenza. Noi siamo quei discepoli che non vedono, ma credono. La Chiesa attraverso il proprio ministero invece ci offre la pace che Gesù un giorno lasciò ai discepoli, quella che viene dal loro incontro con Lui e ci offre l'esperienza dei discepoli dell'incontro con lui. Ecco perché i loro sentimenti spesso sembrano essere nostri stessi. Possa ogni "andate in pace" che sentiremo, tornando a celebrare e dopo l'incontro con lui nell'Eucarestia, confermarci nel credere costantemente e nell'operare sempre consapevoli della sua Presenza tra noi!

lunedì 4 maggio 2020

dare la vita

Gv 10,11-18

Ecco il segreto e la grande differenza tra il pastore e il mercenario. Il Pastore, ci dice Gesù oggi nel Vangelo, è colui che si spinge fino in fondo per quelle che considera le sue pecore, ma anzi, anche per le pecore che di per sé non sono sue. Dare la vita, lo sappiamo come funziona, lo si può fare se la propria vita la si tiene in mano. Allora si affaccia al nostro cuore la domanda fondamentale: io vivo la mia vita in tutte le sue dimensioni oppure sono "agito" e agitato da alcune sue dimensioni, senza che io le gestisca? Se crediamo che il compimento della nostra vita, stia davvero nella capacità di donarci all'altro, allora questo richiede da noi una grande capacità di essere in primis coloro che "si possiedono", cioé che hanno quella capacità di guardarsi dentro e di chiamare i nostri pensieri e sentimenti per nome, che permette loro di donarsi nella libertà. E donarsi nella libertà significa essere generosi ma saper anche definire i propri limiti, dire i propri "no". Tant'è vero che Gesù parla di una dinamica particolare, quella di dare la vita e riprenderla. Certo, lui ne parla in ottica del suo essere Dio e avere il potere sulla vita e sulla morte... ma in realtà anche noi, in minor grado, ce l'abbiamo. Donare la vita non è infatti lo stesso che lasciarsela rubare. Dove sta la misura? Come si riconosce questo confine? Dai nostri sentimenti. Se io e te ci doniamo nella libertà, siamo felici. Ma laddove dentro di noi appaiono sentimenti negativi, stanchezza, pensieri "neri"... forse siamo arrivati al limite della nostra umanità che ci dice che qui non c'è più il dono della vita, ma semplicemente un'abitudine ad essere sempre disponibili anche dove non rispettiamo noi stessi. Dare la vita significa necessariamente avere modo per "riprenderla", ricaricarsi, ritrovarci con noi stessi e con Dio. Solo così potremo essere, come Lui, dei buoni pastori per tutti coloro che Egli mette tutti i giorni sulla strada della nostra vita. 


mercoledì 13 febbraio 2019

la responsabilità dentro

Mc 7,14-23

C'è da ricordarsi oggi tutte quelle volte in cui ci sentiamo infastiditi da una cosa, che alla nostra veloce e immediata valutazione, viene da fuori e "ci disturba". Scatta immediatamente in questi casi una più o meno grande accusa: "mi fai arrabbiare", "mi ha fatto sbagliare", "mi fa andare in escandescenza", "mi fate venire l'ansia" e... continuate voi l'elenco. Tutte cose molto comuni, tutte espressioni che usiamo nelle nostre giornate, convinti che la causa dei nostri sentimenti negativi, stia al di fuori di noi. Viene da sorridere, perché invece è vero l'esatto contrario. La procedura che potrebbe migliorare molto il nostro vivere comune, sarebbe permettere a noi stessi intanto di provare i sentimenti negativi, cosa che, nella maggior parte dei casi, la nostra "buona educazione" ci vieta interiormente. Una volta che ci permettiamo di sperimentarli, come parte integrante ed inevitabile (!!!) della nostra vita, occorre sì, dar loro un nome. "Sto provando rabbia", "sono in ansia", sono affermazioni che ci riconducono al nostro mondo interiore, facendoci incontrare anzitutto con noi stessi. Una volta lì, possiamo arrivare a capire che non sono responsabili le condizioni esterne a noi per ciò che proviamo, ma il modo in cui noi elaboriamo "l'incontro" con il mondo esterno, DENTRO di noi. Se a provocarci spiacevoli sensazioni sono modalità relazionali con le persone, possiamo sempre verbalizzare ciò che ci dispiace, agli interessati. Se sono cose o eventi, la verbalizzazione può essere importante nel nostro intimo, per sfociare nella domanda: "come mai questa cosa mi dà così tanto fastidio e cosa potrei fare per me stesso, per evitarmi questi sentimenti?" Delle volte ci si riesce, altre volte no. Ma ciò a cui Gesù ci richiama oggi, è esattamente questo: essere consapevoli che è contaminato non quello che dall'esterno entra in noi, ma il come noi lo affrontiamo e esterniamo. Una verità che, prima di essere spirituale, è molto, ma molto umana. E forse da un lato l'accettazione di questa verità sull'essere umano e dall'altro lato la capacità sempre più profonda di cercare dentro di noi e farci delle domande, potrebbe piano piano cambiare la qualità della nostra vita?

sabato 21 luglio 2018

puoi andartene

Mt 12,14-21

Mi piace oggi guardare come si atteggia il Signore con le persone che sono i suoi cosiddetti "nemici". Certamente tutti abbiamo nella nostra vita delle presenze che o non ci stanno simpatiche oppure le percepiamo come persone che fanno di tutto per contrastarci. Spesso lo fanno nel nome di una legge, del rispetto di un insieme di regole, spesso le loro intenzioni sono buone, eppure noi ci sentiamo annientati dalle loro azioni, parole, atteggiamenti. Così Gesù ci fa vedere che questo è capitato pure a Lui. Addirittura, un gruppo sociale si riunisce per cercare il modo per metterlo alla morte... questo forse a noi non capita, per fortuna. Comunque, sono cose pesanti, indubbiamente. Possiamo ricordarci questi tipi di situazioni e di persone e vedere, come reagiamo. Resta sempre valida una regola d'oro: le persone non cambiano, ma siamo noi che abbiamo il potere sulla nostra vita e, a partire dai dati di fatto, possiamo decidere cosa fare. C'è chi si ritiene eroe e resta in delle situazioni veramente pesanti, dicendo di farlo per amore, o perché non si sa cosa direbbe la gente, o perché pensiamo che la virtù in queste situazioni sta nel continuare a soffrire, anche con le più alte motivazioni spirituali. Ebbene, certamente la capacità di sopportare pazientemente le persone moleste, o le situazioni contrarie, appartiene alla nostra vita da cristiani, ma solo fino a un certo punto. E oggi il Signore ci dice con molta chiarezza qual è questo punto. I farisei si riuniscono per metterlo alla morte. Ma qui non si tratta solo di una morte fisica. La morte è il limite della nostra vita, della nostra vitalità. Quando tu senti che una situazione di sofferenza, magari subita e non per colpa tua, ti toglie la serenità minima, la tua abituale vitalità, allora è il momento di reagire. Attenzione però, ci sono almeno due cose da ricordare. La prima è la capacità e il coraggio di manifestare alle persone che ci fanno soffrire, il nostro disagio, cioè un sereno confronto. La seconda è la necessità di guardarsi dentro, perché quando una cosa o persona ci fa soffrire molto, può essere che tocca qualche punto debole o qualche ferita nostra e... potrebbe essere un'occasione per guarire. Considerate queste due cose, quando la certezza interiore è che abbiamo fatto quel che dovevamo, occorre prendere delle decisioni per il nostro bene. L'atteggiamento cristiano verso chi ci crea difficoltà, tuttavia, è questo: avere coraggio di pensare che nessuno mi fa del male apposta. Questo aiuta a non coltivare la rabbia e lo sdegno, a non portare rancore in futuro. In poche parole: aiuta a far entrare la risurrezione in questa piccola morte relazionale. Ed ecco Gesù: avendo saputo che volevano farlo morire, si allontanò. Si mostrò essere colui che Isaia aveva annunciato: non grida, non spezza la canna incrinata. Sì, perché ci sarebbe un ultimo elemento da considerare nelle nostre relazioni. Alle volte ci facciamo del male a causa delle cose che sono dentro di noi e di cui non ci accorgiamo. Non spezzare la canna incrinata in questo caso significa non gridare in faccia a chi mi fa del male, ciò che posso intuire come causa del male che mi fa. Proprio perché le persone si spezzano alle volte scoprendo la loro stessa debolezza. E ad essa devono arrivare gradualmente, non con la violenza di chi gliela grida in faccia. Resta sempre attuale che le persone non cambiano perché le rimproveri, ma perché le ami. E capita che questo debba significare allontanarsi, cambiare rotta, andare via. Fa male, ma può essere una scelta per la vita, come oggi il Signore ci mostra con il suo comportamento. Non temiamo, dunque. Possiamo andarcene, ma solo se questo significa ricominciare a vivere, non per vendetta, non per rabbia. 

mercoledì 31 gennaio 2018

è lecito meravigliarsi?

Mi domando quante volte nella vita abbiamo detto finora la famosa espressione: dopo questa non mi meraviglierà più nulla; oppure quante volte abbiamo chiesto a qualcuno: ma ti meravigli ancora? Il punto è che sia nel primo che nel secondo caso, sappiamo che poi verrà quel momento in cui si, ci meraviglieremo ancora, sperimentando quello stupore misto alla delusione, o a tante domande... 
Ma vediamo prima quell'altro stupore, quello che sa di incredulità, quello cui oggetto è Gesù nel Vangelo di oggi. Anche a noi succede: cosa vuoi... lo conosco tanto bene, non può essere vero. E sappiamo svalutare e negare pure i fatti, pur di restare nelle nostre sicurezze, che riguardano i pregiudizi che abbiamo sulle persone. Sappiamo subito trovare delle spiegazioni e se per un attimo si impossessa di noi questo stupore, subito parte qualche razionalizzazione capace di scacciare la novità. Purtroppo con questo chiudiamo la porta al vero stupore e la apriamo a quella meraviglia di cui parlavamo prima. Sarebbe tanto rassicurante non ricevere più delusioni. Tante volte facciamo finta che una cosa non ci tocca in profondità eppure nascondiamo i nostri sentimenti veri. Un grande insegnamento appare oggi davanti ai nostri occhi: anche Dio incarnato, è rimasto deluso, e ha saputo meravigliarsi dell'incredulità delle persone nei suoi confronti. Non ha fatto l'eroe, come facciamo spesso noi, dicendo che non ci importa dell'accoglienza o della valutazione dell'altro. Ci importa eccome! E importava anche a Gesù! Si trattava di portare il bene, attraverso la sua presenza che è Vangelo. Ma loro rifiutavano di credere in ciò che Egli stava compiendo. Umanamente parlando, il sentimento può essere quello di sentirsi svalutati e, appunto non accolti. E Gesù ci dice che è un sentimento lecito, da non reprimere! Ma egli non si tira indietro: compie quel bene che le condizioni gli consentono. Ecco la duplice dinamica che ci vuole insegnare: non c'è da nascondere la propria delusione, essa infatti è segno che l'uomo è fatto di speranza e che anche se in passato è stato ferito anche più volte, continua a sperare nell'altro essere umano, a sperare nel suo amore e nella sua accoglienza. Ma se questa non c'è, esiste la forza del bene che deve comunque vincere. Da qui la sapienza della maturità umana che ci porta a sperare nell'uomo ma anche e soprattutto in Dio. Questo fa sì che, anche quando delusi, non smettiamo di compiere il bene, perché lo facciamo non in dipendenza dagli esseri umani, ma da Dio. Allora sì, è lecito meravigliarci, ricordandoci che se questo accade,  è perché crediamo ancora nel bene e il nostro cuore resta vivo e in cammino.