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domenica 26 dicembre 2021
Maria e Giuseppe: maestri della comunicazione
Roba da adolescenti nel Vangelo di oggi... E i dilemmi dei genitori: fino a che punto si può lasciare un ragazzino dodicenne libero, tra le persone fidate, perché sicuri che tanto rimarrà comunque nelle vicinanze? Si può fare oppure meglio essere prudenti, perché è pur sempre un adolescente e non si sa mai cosa gli possa saltare in mente?
Ebbene, sì, Gesù pure è proprio un adolescente normale! Se ne va per i fatti suoi, perché ha interessi completamente diversi da quelli dei suoi genitori e non si pone il problema della loro preoccupazione. Deve fare quel che ha in mente. E, approfittando della fiducia dei genitori, lo fa.
Ma quel che ci insegna davvero tanto oggi nel Vangelo, è la modalità comunicativa di Giuseppe e Maria, in questa situazione. Credete che non si siano almeno un po' spazientiti o arrabbiati, per il tempo perso, per l'atto di disobbedienza, per la fiducia buttata via, per l'ansia che hanno provato, e chi ne ha più, ne metta? Cosa si fa in questa situazione? Solitamente si va e si dice al bambino discolo: "ti rendi conto quanto tu sia inaffidabile, disobbediente e ci faccia perdere tempo e pazienza?", non di rado condito con un "come ti ho fatto così ti disfo". Oppure si giustifica tutto: "vieni, amore, ora andiamo a casa, eh il nostro figlio è libero e fa quel che si sente di fare". Due estremi. Guardiamo un attimo la reazione di Maria e Giuseppe. "Restarono stupiti", beh ci sta... non sapevano come interpretare questo stare di Gesù in mezzo ai dottori del Tempio, in veste di chi insegna. Ma poi: "Figlio PERCHE' ci hai fatto questo? Ecco tuo padre ed io angosciati ti cercavamo". Una maestria comunicativa incredibile!
1. Domandare il perché: non solo con gli adolescenti, ma con tutti. Di fronte ad un evento per me incomprensibile, invece di cominciare a dare giudizi, valutazioni, colpevolizzare, addirittura interpretare i pensieri e i sentimenti dell'altro ("tu pensi che... tu mi hai fatto...."), domandare la ragione delle sue azioni. Questo significa creare un'apertura di confronto che non può che rafforzare il legame, ancora di più se anche il risultato finale non dovesse essere una piena comprensione, comunque domandare il perché significa mettersi sullo stesso piano e non "sopra" e di conseguenza costruire uno spazio di condivisione, permettere all'altro di avere le sue ragioni, che io posso non capire.
2. Comunicare i propri sentimenti: "io e tuo padre" eravamo angosciati, non "tu ci fai angosciare" o "è colpa tua se siamo in ansia". Fa molta differenza, responsabilizzarsi per i propri sentimenti. Certamente si comunica una propria reazione a un evento scatenato dall'altro, ma non gli si addossa una responsabilità che, nella maggior parte dei casi, non ha. Perché, diciamocelo, molti conflitti sono assurdi proprio perché nessuno vuole fare del male all'altro, e quindi nemmeno provocare nell'altro i sentimenti negativi. Comunicarli invece, di nuovo, ci rende partner e fa sì che segnaliamo la volontà di stare bene, per sé e per gli altri. E significa che la persona che abbiamo di fronte, non si sente colpita e non si sente in dovere di difendersi, cosa che automaticamente provoca reazione di difesa.
sabato 25 dicembre 2021
un Dio che mi assomiglia
giovedì 29 luglio 2021
l'eterna relazione
giovedì 15 aprile 2021
l'alto o il basso?
venerdì 5 giugno 2020
una risposta sempre pronta
domenica 31 maggio 2020
sapere di che si tratta
E' la grande verità: quante teste tante idee, pensieri, vedute, opinioni. O meglio, di più, dato che non abbiamo un solo pensiero o idea a testa. E' ovvio dunque che talvolta non ci capiamo a vicenda. Non c'è un essere umano, nemmeno tra i gemelli, che abbia la stessa esperienza di vita e di conseguenza sappia comprendere perfettamente l'altro. Ma c'è Qualcuno che perfezione la nostra comprensione reciproca. Lui è l'intesa più vera, lo Spirito. E' ovvio che tutti gli osservanti Giudei presenti al momento della Pentecoste, non hanno avuto improvvisamente il dono del corso accelerato delle lingue, per sentire ciascuno nella propria lingua, raccontate le opere di Dio. Questa è una proposta che capita solo negli spot pubblicitari, quella di apprendere una lingua in pochissimi giorni. Ma, sorridiamo tutti, perché anche semplicemente meccanicamente capire una lingua, non significa e non significherà mai comprendere una persona che parla quella lingua sin dalla nascita, perché non significa comprendere il suo sfondo culturale, il suo vissuto ecc. Ecco che dunque lo Spirito si sostituisce alle nostre più brillanti pubblicità. Tutta quella gente improvvisamente comprende. Si ritrovano ad essere partecipi di un dono, che permette loro di trovarsi in sintonia, una tale sintonia che non è più solo un'intesa umana, ma il saper leggere le opere di Dio, e questo significa occhi davvero nuovi. Questo significa trovare qualcosa che ci accomuna al di là della provenienza e della lingua che si parla. Questo significa esperienza di comunione e se è bello avere un'intesa a livello umano, quanto è meraviglioso quando comprendiamo i sentimenti, i desideri e gli aneliti dell'altro... quando sentiamo che c'è qualcosa oltre noi, che fluisce tra noi e ci permette di vivere la stessa esperienza. Ecco cosa hanno vissuto i Giudei al momento della Pentecoste, l'esatto contrario della torre di Babele. Questo è ciò che fa lo Spirito, quando lo si invita ed accoglie, rafforza i nostri legami, ci fa ritrovare collegati laddove e con persone con cui non ci saremmo mai immaginati di poterci capire "al volo"... dello Spirito. E di sapere, anche in mezzo alle tante teste diverse e idee diverse, fino in fondo, di che si tratta, pur senza "conoscere la lingua".
martedì 12 maggio 2020
andate in pace
Normalmente il credere, l'atto di fede riguarda le cose che non si vedono, che non si sono ancora realizzate... oggi invece Gesù ribalta anche questa logica: "ve l'ho detto perché quando avverrà, crediate"... dovremo dunque credere pure quando si sarà realizzato, non più solo ora quando ancora non lo vediamo! Questo proprio perché quanto deve succedere ai discepoli, "toglie" loro la presenza del Signore, un po' come stiamo vivendo in questa quarantena... Ma rimane ciò che è fondamentale: la PACE, la pace che fa sì che il non vedere il Signore, il vuoto, si trasformi in un'esperienza interiore della sua costante presenza. Noi siamo quei discepoli che non vedono, ma credono. La Chiesa attraverso il proprio ministero invece ci offre la pace che Gesù un giorno lasciò ai discepoli, quella che viene dal loro incontro con Lui e ci offre l'esperienza dei discepoli dell'incontro con lui. Ecco perché i loro sentimenti spesso sembrano essere nostri stessi. Possa ogni "andate in pace" che sentiremo, tornando a celebrare e dopo l'incontro con lui nell'Eucarestia, confermarci nel credere costantemente e nell'operare sempre consapevoli della sua Presenza tra noi!













