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martedì 15 dicembre 2020

perché no? perché sì?

 




Mt 21,28-32

Ti ricordi quella volta (almeno una), in cui hai detto di Sì a una richiesta, a una persona, a cui in realtà non avevi nessuna voglia di dire di sì. E, chissà, forse non eri nemmeno costretta/o dalle circostanze (ad esempio lavorative)? Ma l'hai detto. Perché? Cosa sarebbe successo se quella volta, quando dopo quel sì, hai sofferto e hai dovuto affrontare delle situazioni che ti stavano scomode, avessi invece detto di no? Cosa avresti perso? Cosa avresti guadagnato? Quale sarebbe stato il bilancio, un possibile scenario? Moltissimi di noi vengono dalle generazioni educate a dire sempre di "sì". Siamo abituati a mettere sempre le richieste e i bisogni degli altri davanti ai nostri. I guadagni sono vari, spesso quello più forte e quello che ci paralizza dentro, è il guadagno affettivo. Se dico di "sì", mi vorranno bene, mi considereranno persona buona, educata, disponibile. Ma ti sei mai domandata/o, cosa sarebbe successo se dicessi alle volte di "no" e perdessi questa considerazione? La risposta sarà certamente personalizzata... se nel rispondere sentiamo che ci manca la terra sotto i piedi, dobbiamo seriamente domandarci dov'è l'affetto che dovremmo nutrire verso noi stessi... Sì, perché i primi a farci stare in piedi dovremmo essere noi stessi, e nello specifico caso di noi, che crediamo, la consapevolezza dell'amore di Dio, sempre presente e che ci accompagna al di là dei nostri "sì" e nostri "no". 
Il Vangelo di questa domenica ci ricorda proprio questo. Esistono nella nostra vita tanti "sì" costretti, non scelti. Il figlio che dice al padre che è disposto ad andare a lavorare nella vigna, fa esattamente questo: vuole guadagnare la considerazione, solo quello gli importa. Poi, siccome vive nella speranza di non essere scoperto, non ci va. Il suo parlare è "sì" e il suo fare è "no". E si rischia una vita schizofrenica: emotivamente impossibile da sostenere e generante delle relazioni che si basano sulle paure, sulle non trasparenze. Forse invece dobbiamo imparare di più a dare spazio a quel bambino ribelle dentro di noi, che dice di "no", quando sente che le cose non gli stanno a genio. Quando sente che ha bisogno di quel "no" per essere coerente con se stesso, per mostrarsi per quello che veramente è e non per quello che gli altri si aspettano da lui. Ecco perché i pubblicani e le prostitute passano davanti a noi nel Regno: il loro sì al Signore parte dalla consapevolezza della loro estrema miseria. Ed è questa consapevolezza che permette a ciascuno di noi di dirsi: non posso dire sempre di "sì" perché non sono Dio. Difficile... ma realizzabile! 

sabato 13 giugno 2020

parole che danno vita

Mt 5,33-37

Esagerato Gesù... come si può vivere col solo parlare "sì sì, no no"? In una vita e in un mondo così frenetico in cui siamo continuamente sottoposti a mille stimoli che fanno sì che accumuliamo esperienze, le creiamo, e di conseguenza portiamo dentro tanti sentimenti e pensieri, è impossibile non sentire il bisogno di raccontarlo tutto (al di là del fatto che qualcuno di noi è abituato a trattenere tutto dentro e un altro è chiacchierone)? E' vero che la molteplicità delle esperienze e il mare delle parole che ne conseguono, creano in noi e tra noi un incredibile chiasso, e non di rado ci portano a non comprenderci a vicenda, perché più "accumuliamo", meno spazio abbiamo per ascoltarci a vicenda. Tuttavia quando il Signore nel brano del Vangelo di oggi, ci incoraggia ad essere donne e uomini di queste due parole "sì" e "no", non ci dice di non parlare, perché ci direbbe qualcosa di umanamente impossibile e fisiologicamente pericoloso, in quanto appunto abbiamo bisogno di esprimerci... Lui ci dice di verificare la "pulizia" delle nostre parole. Cioè se quel che diciamo, è una vera condivisione di vita che porta alla vita. Molte persone nei secoli hanno provato a formulare delle "regole" per il nostro parlare. Varie volte queste regole hanno creato angosce e paure perché facevano sentire le persone schiave e incapaci di relazionarsi, in quanto col linguaggio censurato. A noi cristiani basta ricordare le tante volte in cui Papa Francesco oggi ci parla dei pettegolezzi. E già da lì possiamo ricavare l'insegnamento semplice e pulito sul nostro parlare. Se una cosa non la so "di prima mano", se non so se è vera o se non edifica, meglio non trasmetterla. Ecco il nostro linguaggio del sì e del no. "Sì" a ciò che è vero, bello ed edificante, sì alla condivisione della nostra vita, nella gioia e nel dolore. "No" a ciò che ferisce e uccide, perché la parola è un'arma potente, sia nel bene che nel male. 



lunedì 4 maggio 2020

dare la vita

Gv 10,11-18

Ecco il segreto e la grande differenza tra il pastore e il mercenario. Il Pastore, ci dice Gesù oggi nel Vangelo, è colui che si spinge fino in fondo per quelle che considera le sue pecore, ma anzi, anche per le pecore che di per sé non sono sue. Dare la vita, lo sappiamo come funziona, lo si può fare se la propria vita la si tiene in mano. Allora si affaccia al nostro cuore la domanda fondamentale: io vivo la mia vita in tutte le sue dimensioni oppure sono "agito" e agitato da alcune sue dimensioni, senza che io le gestisca? Se crediamo che il compimento della nostra vita, stia davvero nella capacità di donarci all'altro, allora questo richiede da noi una grande capacità di essere in primis coloro che "si possiedono", cioé che hanno quella capacità di guardarsi dentro e di chiamare i nostri pensieri e sentimenti per nome, che permette loro di donarsi nella libertà. E donarsi nella libertà significa essere generosi ma saper anche definire i propri limiti, dire i propri "no". Tant'è vero che Gesù parla di una dinamica particolare, quella di dare la vita e riprenderla. Certo, lui ne parla in ottica del suo essere Dio e avere il potere sulla vita e sulla morte... ma in realtà anche noi, in minor grado, ce l'abbiamo. Donare la vita non è infatti lo stesso che lasciarsela rubare. Dove sta la misura? Come si riconosce questo confine? Dai nostri sentimenti. Se io e te ci doniamo nella libertà, siamo felici. Ma laddove dentro di noi appaiono sentimenti negativi, stanchezza, pensieri "neri"... forse siamo arrivati al limite della nostra umanità che ci dice che qui non c'è più il dono della vita, ma semplicemente un'abitudine ad essere sempre disponibili anche dove non rispettiamo noi stessi. Dare la vita significa necessariamente avere modo per "riprenderla", ricaricarsi, ritrovarci con noi stessi e con Dio. Solo così potremo essere, come Lui, dei buoni pastori per tutti coloro che Egli mette tutti i giorni sulla strada della nostra vita. 


sabato 17 giugno 2017

sincerità o verità?

La diffidenza. E' quella che ci uccide. E' quella che ci fa venire l'ansia di spiegare, argomentare, attirare l'attenzione... 
La fiducia non ha bisogno di eccessive argomentazioni, perché è semplice. Le basta una parola e dopo si sprofonda nella libertà e nella gioia.
E' quello che ci vuole dire oggi il Signore, quando ci raccomanda di non giurare. Non ce n'è in assoluto bisogno, infatti. Un'affermazione fatta con schiettezza e secondo quanto tu pensi e senti, è preziosa in sé, non ha bisogno di ulteriori e ansimanti prove della sua autenticità. Anche perché alle volte è fondamentale distinguere tra la sincerità e la verità. Io posso e devo dire quel che penso/sento sinceramente. Ma devo essere consapevole che non necessariamente questo sarà oggettivamente vero. Tuttavia non cambia il fatto che io sono vero, nella misura in cui tiro fuori ciò che autenticamente alberga il mio cuore. Si, si; no, no è proprio questo. Fidati di me: non ti dirò mai SI se penso NO e vice versa. Quando lo sperimentiamo, allora sperimentiamo anche la gioia della fiducia. Se invece io dico qualcosa che penso o sento e incontro la diffidenza... certamente in me si sveglia il senso di essere stato rifiutato, perché la persona che ho davanti non crede a ciò che io, come parte di me stesso, le consegno. Ebbene, anche qui: giurare è inutile. Sarà il cuore della persona a dover fare poi la propria parte. Se impegno poi tante energie per convincere della sincerità di ciò che affermo... occorre guardare in fondo al cuore e chiedersi il perché. In fin dei conti non viviamo per convincere le persone di nulla. Giurare in questo caso significherebbe mendicare l'amore, il quale non va mendicato, perché l'amore è sempre gratuito e anche quando abbandonati o non compresi dalle persone umane, restiamo sempre amati infinitamente e incondizionatamente da Dio. E a Lui occorre sempre tornare proprio nei momenti in cui ci sentiamo in qualche maniera rigettati con la verità che portiamo nel cuore. Perché lì, nella relazione con Colui che è sempre dalla nostra parte, si rinnova non solo la nostra consapevolezza di essere figli di Dio, ma anche l'autostima e il senso del nostro valore come persone. E tutti i SI diventano ancora più SI, mentre i NO acquistano quella trasparenza di chi cerca sinceramente di camminare per le vie del Signore. Il parlare è breve, chiaro e misurato, non ha più l'obiettivo di metterci al centro, di comprarci l'attenzione, perché è espressione di chi sa di essere sempre guardato con amore.