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giovedì 8 luglio 2021

senza attrezzi



Mt 10,7-15

E' abbastanza evidente come Gesù, facendo l'invio missionario, non lasci loro nessuna attrezzatura o ricchezza particolare. Quanti missionari, nella storia, sono stati tanto coraggiosi da partire verso lo sconosciuto, spogli di ogni sicurezza e appoggio! Non procuratevi... gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Quando l'amore ti invia, non guardare né a destra né a sinistra, non pensare cosa dovresti procurarti o cercare, per essere "efficiente". Il Signore ha fatto di te una meraviglia, così come sei, hai ricevuto abbastanza per donare, per distribuire. Perché, come diceva san Massimiliano Kolbe, quando il fuoco dell'amore si accende non può chiudersi nei limiti del cuore, ma divampa al di fuori, ed incendia, assorbe e divora altri cuori... La nostra testimonianza quotidiana non richiede studi, grandi parole o scervellamenti vari, ma si nutre della fiammella che viene coltivata dentro di noi, sorgente della vita, sorgente dell'affezione profonda verso il mondo, cui siamo parte, il mondo amato da Dio. E sì, possiamo farcela senza argento e oro, perché essi sono nulla di fronte a Colui che abita il nostro cuore. 

martedì 15 dicembre 2020

perché no? perché sì?

 




Mt 21,28-32

Ti ricordi quella volta (almeno una), in cui hai detto di Sì a una richiesta, a una persona, a cui in realtà non avevi nessuna voglia di dire di sì. E, chissà, forse non eri nemmeno costretta/o dalle circostanze (ad esempio lavorative)? Ma l'hai detto. Perché? Cosa sarebbe successo se quella volta, quando dopo quel sì, hai sofferto e hai dovuto affrontare delle situazioni che ti stavano scomode, avessi invece detto di no? Cosa avresti perso? Cosa avresti guadagnato? Quale sarebbe stato il bilancio, un possibile scenario? Moltissimi di noi vengono dalle generazioni educate a dire sempre di "sì". Siamo abituati a mettere sempre le richieste e i bisogni degli altri davanti ai nostri. I guadagni sono vari, spesso quello più forte e quello che ci paralizza dentro, è il guadagno affettivo. Se dico di "sì", mi vorranno bene, mi considereranno persona buona, educata, disponibile. Ma ti sei mai domandata/o, cosa sarebbe successo se dicessi alle volte di "no" e perdessi questa considerazione? La risposta sarà certamente personalizzata... se nel rispondere sentiamo che ci manca la terra sotto i piedi, dobbiamo seriamente domandarci dov'è l'affetto che dovremmo nutrire verso noi stessi... Sì, perché i primi a farci stare in piedi dovremmo essere noi stessi, e nello specifico caso di noi, che crediamo, la consapevolezza dell'amore di Dio, sempre presente e che ci accompagna al di là dei nostri "sì" e nostri "no". 
Il Vangelo di questa domenica ci ricorda proprio questo. Esistono nella nostra vita tanti "sì" costretti, non scelti. Il figlio che dice al padre che è disposto ad andare a lavorare nella vigna, fa esattamente questo: vuole guadagnare la considerazione, solo quello gli importa. Poi, siccome vive nella speranza di non essere scoperto, non ci va. Il suo parlare è "sì" e il suo fare è "no". E si rischia una vita schizofrenica: emotivamente impossibile da sostenere e generante delle relazioni che si basano sulle paure, sulle non trasparenze. Forse invece dobbiamo imparare di più a dare spazio a quel bambino ribelle dentro di noi, che dice di "no", quando sente che le cose non gli stanno a genio. Quando sente che ha bisogno di quel "no" per essere coerente con se stesso, per mostrarsi per quello che veramente è e non per quello che gli altri si aspettano da lui. Ecco perché i pubblicani e le prostitute passano davanti a noi nel Regno: il loro sì al Signore parte dalla consapevolezza della loro estrema miseria. Ed è questa consapevolezza che permette a ciascuno di noi di dirsi: non posso dire sempre di "sì" perché non sono Dio. Difficile... ma realizzabile! 

lunedì 19 ottobre 2020

non salvare il mondo

 



Lc 12,13-21

E così, stranamente, nemmeno il Salvatore se la sente di salvare "tutto e tutti" e risponde a chi invoca la sua "mediazione": "chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?" E' una straordinaria lezione di libertà, quella capacità di dire: "no, non posso, non tocca a me", quando questo è vero. E comporta anche il rischio di essere giudicati, ritenuti non disponibili, ecc. ecc. Tutto sta nel porci la domanda se noi siamo disposti a correre questo rischio, a tutela di noi stessi, per raggiungere l'equilibrio che spetta a quella maturità che comporta il sapere che non siamo noi a salvare il mondo. Ma la libertà qui si confonde facilmente con il menefreghismo, purtroppo. Dobbiamo capirci bene: Gesù non interviene non perché si è stufato delle richieste che gli vengono fatte, ma perché non ce n'è necessità. E' capace di lasciare le persone che agiscano nella loro vita, non si sente in colpa, né è arrabbiato. Capita che non sappiamo distinguere dove dobbiamo intervenire e dove no, perché ogni intervento ben riuscito ci porta un ritorno affettivo, siamo stimati, amati, visti. E quindi diventiamo dipendenti affettivamente, non direttamente dalle persone, ma da questo ritorno, che abbiamo da loro. La libertà ci permette di sapere che abbiamo bisogno di essere amati, ma che non dobbiamo comprarci questo amore, intervenendo sempre e dovunque. Come sempre, si cresce "facendo esercizio", si impara a non dipendere. E si impara, che salvaguardare le verità spirituali, quali il dovere della carità,  si può anche senza sentirsi in dovere di fronte a qualsiasi causa, sempre e dappertutto. 

mercoledì 19 agosto 2020

il coraggio di domandare

 



Mt 20,1-16

Fa sorridere il brano del Vangelo di oggi, perché somiglia tanto, ma tantissimo alle scene della nostra vita quotidiana. Litigi, malcontenti, rabbie, ecc, solo perché qualcuno ha ricevuto quanto noi, mentre "non lo meritava". Ci sono tanti padri, signori e padroni che sono autorizzati a fare delle loro cose ciò che piace a loro, e distribuiscono come pare a loro. E non stiamo parlando di certo del lavoro retribuito, del denaro in senso stretto. Le relazioni umane hanno una loro moneta ed è l'affetto. Nello stabilirsi di una relazione, col tempo si stabilisce anche uno scambio, una quantità delle espressioni di affetto che dipendono da tante e tanto complesse dinamiche personali e interpersonali. Eppure spesso scatta il senso di essere trattati ingiustamente, perché qualcuno dedica a noi meno attenzione, tempo, affetto (almeno per come giudichiamo noi), che ad altri. Questo sentimento in sé non è negativo, è ovvio che la nostra vita funziona per affetti e che vogliamo essere amati e saperlo. E' ovvio che domandiamo amore e ce lo aspettiamo. O forse è proprio qui il punto su cui riflettere? Il non sentirsi visti e amati da qualcuno, specie se scatta nel paragonare le proprie relazioni con quelle instaurate dagli altri, spesso è risultato di un errore di fondo. La domanda, per correggere l'errore, è: quanto coraggio ho di dimostrarmi bisognoso di affetto e di chiedere un certo tipo di relazioni? Quanto siamo realmente capaci di dialogare sulle relazioni che instauriamo, dirci i lati deboli e i lati forti di esse? Quanto invece silenziosamente aspettiamo che ci venga dato quel che ci aspettiamo noi, senza dire nulla, per poi borbottare, perché non riceviamo quel che ci aspettiamo o perché "gli altri prendono di più anche se non lo meritano"? Ognuno di noi ha esigenze relazionali diverse, ma nessuno di noi ha il diritto di esigere che l'altro indovini i suoi bisogni. Perché la vita è fatta esattamente così: alle volte di indovina, altre volte no. In più l'eccessivo dover indovinare, la poca chiarezza, porta alle dipendenze tra persone. Ognuno di noi invece, nel dispensare l'affetto, è libero di far come crede meglio per sé e per gli altri, specie finché nessuno gli comunica dei bisogni particolari. Cercare l'affetto e averne bisogno è cosa normale, finché non è infantile o esclusivista. 
Occorrono due cose: il coraggio di domandare,  e la libertà interiore di accettare la risposta libera dell'altro. Queste due portano al dialogo e alla crescita di qualsiasi relazione. Oggi il Signore ci insegna che le nostre misure non solo non sono le sue, ma che non sono nemmeno quelle degli altri. Lui non risparmia mai sull'amore, ma ne dona a ciascuno individualmente, perché non ci ama come massa, ma come singole persone, vestendoci in ogni momento della sua misericordia che è generosità e chiarezza. Possiamo anche noi crescere per essere sempre più simili a Lui: amando tutti, senza discriminare nessuno. Le due facce della medaglia vanno insieme: il primo è lo sforzo di essere come Dio, per non negare l'amore a nessuno, ma trattare ogni nostro prossimo con l'attenzione che chiede e che fa bene alla relazione; il secondo è il coraggio di domandare, per la nostra relazione personale, senza fare paragoni con gli altri. 

domenica 14 giugno 2020

tu sei quel che mangi




Gv 6,52-59


Una solennità del Corpus Domini che non dimenticheremo, per la mancanza della consueta processione. Forse un'occasione in più per confrontarci con il significato di questa giornata. Ci sarebbero ad esempio oggi alcune differenze da considerare. Tipo quella tra la fame e la voglia di mangiare qualcosa. Oppure quella tra l'abbuffarsi e il saziarsi e tra il riempirsi e il mangiare. No, non intendo fare ciò che compete ai nutrizionisti e nemmeno proporre una dieta più o meno salutare. Tuttavia è simpatico osservare le nostre abitudini alimentari, per capire come va la nostra vita. Anzi, forse potrebbe essere una nuova angolatura per guardarla. Sappiamo infatti, che il mangiare è collegato immediatamente con la nostra vita affettiva. Non a caso il primo modo per esprimere l'amore materno è nutrire il proprio figlio. Così nella vita prenatale e così dopo. Per esprimerci l'affetto reciprocamente, noi ci raduniamo attorno ad una tavola imbandita o "andiamo a prenderci qualcosa" e in questa circostanza, ci raccontiamo e ci ascoltiamo. Quando nella nostra vita ci sono degli squilibri affettivi, spesse volte li compensiamo con il mangiare o il non mangiare (dipende da altri fattori poi). Da qui poi la necessità di prendere o perdere il peso.  Addirittura, quando tutto ciò diventa molto grave, oscilliamo con il nostro peso corporeo. Notate pure, che quando uno si sacrifica per l'altro, si dice che si è consumato, cioè "ha mangiato se stesso", per darsi all'altro. Oppure, in qualche modo si può dire, che l'altro l'ha consumato, perché ha usufruito delle energie dell'altro per vivere/crescere/avere l'aiuto necessario. Questo tipo di dinamica ha una doppia faccia: può parlare della bellezza della donazione reciproca o del dono che una persona fa di se stessa, oppure dell'eccesso, quando uno si dona e si "dissangua", perché non ama se stesso (che sono poi quei casi che noi chiamiamo burnout). 
Di cosa parla oggi Gesù? Come può costui darci la sua carne da mangiare? chiedono giustamente i giudei. E chi gliel'ha chiesto, dal momento che è diventato chiaro che alcuni  lo seguono, perché lui procura loro il cibo, lo moltiplica ecc... Fa ribrezzo al primo pensiero: non siamo mica cannibali. Ma certo, siamo in grado di succhiare la vita dagli altri, approfittandocene in varie circostanze della vita. Qui invece c'è uno che dona gratuitamente se stesso e anzi, dice che se non mangiamo la sua carne, non avremo in noi la vita. La vita, quella vera, eterna. E lo sentiamo bene, nello sperimentare le differenze di cui parlavamo all'inizio. Come mi sento quando mi sono abbuffato, perché avevo una fame da lupi, e invece quando mi sazio per lo stesso motivo? Pesantezza, incapacità di reagire, abbiocco, intorpidimento generale, "non l'avessi fatto", "da domani la dieta". E dall'altro lato, quando siamo sazi: "che bello, ho mangiato bene ma non mi sento pesante". Malessere e benessere. E sì, si tratta pure del peso. Peso che aumenta, man mano che mangiamo la sua carne. Perché peso in ebraico è kabod, è gloria. E la gloria di Dio è l'uomo vivente, quello, appunto che si sazia quotidianamente della sua carne e vive, vive per sempre. Ed è questo il peso giusto, che permette a noi di avere quelle energie, che poi servono per essere speso per amare gli altri, per condividere e accrescere in loro il peso della gloria, cioé la bellezza di vivere già in questa vita rivolti verso l'eternità. Non più chiusi nella pesantezza da indigestione dei propri giorni, non più consumati dal non-amore verso noi stessi nascosto nell'apparenza del servizio, ma viventi, sazi della sua carne, per la vita nostra e quella del mondo. Perché tu sei quel che mangi. E se mangi Lui, riempi il mondo della presenza di Dio. 


giovedì 21 maggio 2020

trasformazione

Gv 16,16-20

Sicuramente oggi anche tu hai qualche tristezza dentro di te. Se non una che ti opprime, una importante, probabilmente ne hai una piccola oppure una che ti porti dal passato, tipo quella tristezza che ti viene, quando ti ricordi una cosa, una persona, un evento... un qualcosa che punge al cuore. E' segno che sei tu il destinatario delle parole di Gesù di oggi nel Vangelo. Perché la sofferenza, ogni sofferenza, è destinata ad essere tramutata in gioia, nella misura in cui in essa entra la grazia di Dio. Ci sono quelle tristezze grandi, che sembra non possano essere colmate, ad esempio la persona cara che se ne va... al momento quando succede, pensiamo che ci stia crollando il mondo addosso e che non riusciremo mai a tornare alla vita normale. E invece nella maggior parte dei casi succede il contrario e molte volte la memoria che conserva il bene, l'amore ricevuto, trasforma l'esperienza del dolore, nel calore che si infonde nel cuore al pensiero della persona amata. Altre volte il pensiero di questa persona, ci sprona ad essere coraggiosi, migliori, a interrogarci... ecco che la tristezza si trasforma in gioia, non quella euforica che è risata superficiale, ma quella profonda, che ci fa tornare alla consapevolezza, che anche nel dolore, c'è un senso. E questa è la vera gioia, perché è risposta alla domanda sul male e sulla morte, la rassicurazione che esse non hanno l'ultima parola. E se non l'hanno oggi, possiamo già gioire per quel domani, che sarà il giorno dell'Eternità. Lo Spirito che presto ci verrà in dono, ci porta proprio lì. 




domenica 10 maggio 2020

tornare a casa

Gv 14,1-12 

Molti di noi, in questo periodo di pandemia, non riuscendo a rientrare a casa propria, al luogo a cui sentono di appartenere, hanno sentito fortemente lo smarrimento che riguarda la minaccia dell'allontanamento duraturo dal luogo che dà sicurezza. Di certo non ci è mancata la casa in sé, ma ciò e coloro che la abitano. Chissà quanti di noi abbiamo riflettuto sulla nostra vera appartenenza... Ci dice Gesù nel Vangelo che è lui che ci prepara il posto presso il Padre e ci porterà laddove noi apparteniamo da sempre e per sempre, anche se abbiamo paura di questo luogo, che luogo non è, di questa dimensione sconosciuta. La sicurezza tuttavia anche in questo caso non è però data dallo spazio in sé da occupare, ma dalla relazione, dalla vicinanza con colui che ci ama per eccellenza e che è sorgente e fine di ogni nostro affetto. Forse questi sono i tempi per fermarci e guardarci dentro, per capire quanto apparteniamo a questo "posto" che Gesù ci va a preparare, cioè a questa relazione d'Amore che va scritt con la A maiuscola, perché a differenza di altri amori, non passa ed è punto di riferimento tanto stabile, quanto basilare. Perché senza appartenere a questo Amore, qualsiasi nostra dimora terrena non resta che surrogato di questa, mentre ogni appartenenza radicata in questo Amore, diventa feconda e sanante.














martedì 4 febbraio 2020

affetto collaterale

Mc 5,21-43

Hai mai provato a fare un miracolo? Penso di sì. Spesso cerchiamo di far qualcosa che sembra impossibile, per le persone a cui vogliamo bene. Alle volte ci sentiamo in dovere di fare dei miracoli per chi ce ne chiede... l'obiettivo viene centrato e si va avanti dritti, mossi dall'amore, dalla voglia di stare vicino a chi ha bisogno di noi. Alle volte però si ottiene "l'effetto carro armato". Quando si va verso l'altro, c'è sempre della strada da fare, per far quel bene di cui egli veramente ha bisogno (e che alle volte non corrisponde a ciò che noi pensiamo o sentiamo). Ma per strada, cosa facciamo noi? Facciamo come il carro armato, che distrugge tutto, passando, perché non vede ciò che ha davanti e ai lati, pur di avanzare? Il punto è che tanti miracoli possono succedere a mo' di effetti collaterali che diventano addirittura "affetti collaterali". Così ci fa vedere oggi Gesù. E' diretto verso la figlioletta di Giairo, per strada invece: c'è qualcuno che gli ruba della forza, per essere guarito. Chi mi ha toccato? - chiede Gesù. Mah insomma, può sembrare che si sia sentito disturbato dal fatto che una povera donna aveva bisogno del suo aiuto. Dunque? Lui si ferma, vuole guardare colei che ha avuto coraggio di prendersi un po' di questo "affetto collaterale". Attenzione: intanto perde tempo, mentre la bambina pare già morta. Ma la morte non può averla vinta, laddove qualcuno ha mostrato l'audacia nell'implorare la sovrabbondanza di vita, che sgorga da Lui. La vita infatti si moltiplica man mano che la si condivide. Gesù si lascia derubare, si ferma, permette di dare rilievo a questo "miracolo per strada". E noi? Forse per strada verso i nostri sacrosanti obiettivi, ci perdiamo tanti miracoli. O meglio, ci perdiamo le opportunità di essere protagonisti, testimoni e portatori di miracoli, che possono succedere nelle maniere e per le strade più inaspettate, su quelle strade che in teoria dovrebbero solo veicolarci verso i nostri obiettivi veri. Sì, Dio ci chiede di avere gli occhi aperti e di lasciarci rubare un po' di tempo e di energie, se "per strada" si presentano occasioni per il miracolo dell'"affetto collaterale", che, essendo portatore di vita, moltiplica la carità e, nel nostro piccolo, trasforma il mondo.