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martedì 4 febbraio 2020

affetto collaterale

Mc 5,21-43

Hai mai provato a fare un miracolo? Penso di sì. Spesso cerchiamo di far qualcosa che sembra impossibile, per le persone a cui vogliamo bene. Alle volte ci sentiamo in dovere di fare dei miracoli per chi ce ne chiede... l'obiettivo viene centrato e si va avanti dritti, mossi dall'amore, dalla voglia di stare vicino a chi ha bisogno di noi. Alle volte però si ottiene "l'effetto carro armato". Quando si va verso l'altro, c'è sempre della strada da fare, per far quel bene di cui egli veramente ha bisogno (e che alle volte non corrisponde a ciò che noi pensiamo o sentiamo). Ma per strada, cosa facciamo noi? Facciamo come il carro armato, che distrugge tutto, passando, perché non vede ciò che ha davanti e ai lati, pur di avanzare? Il punto è che tanti miracoli possono succedere a mo' di effetti collaterali che diventano addirittura "affetti collaterali". Così ci fa vedere oggi Gesù. E' diretto verso la figlioletta di Giairo, per strada invece: c'è qualcuno che gli ruba della forza, per essere guarito. Chi mi ha toccato? - chiede Gesù. Mah insomma, può sembrare che si sia sentito disturbato dal fatto che una povera donna aveva bisogno del suo aiuto. Dunque? Lui si ferma, vuole guardare colei che ha avuto coraggio di prendersi un po' di questo "affetto collaterale". Attenzione: intanto perde tempo, mentre la bambina pare già morta. Ma la morte non può averla vinta, laddove qualcuno ha mostrato l'audacia nell'implorare la sovrabbondanza di vita, che sgorga da Lui. La vita infatti si moltiplica man mano che la si condivide. Gesù si lascia derubare, si ferma, permette di dare rilievo a questo "miracolo per strada". E noi? Forse per strada verso i nostri sacrosanti obiettivi, ci perdiamo tanti miracoli. O meglio, ci perdiamo le opportunità di essere protagonisti, testimoni e portatori di miracoli, che possono succedere nelle maniere e per le strade più inaspettate, su quelle strade che in teoria dovrebbero solo veicolarci verso i nostri obiettivi veri. Sì, Dio ci chiede di avere gli occhi aperti e di lasciarci rubare un po' di tempo e di energie, se "per strada" si presentano occasioni per il miracolo dell'"affetto collaterale", che, essendo portatore di vita, moltiplica la carità e, nel nostro piccolo, trasforma il mondo. 

venerdì 10 gennaio 2020

il compiuto

Lc 4,14-22

Corriamo. Sempre corriamo. In qualunque direzione. Ripetiamo spesso: chissà dove corriamo? E continuiamo a correre. Come se fossimo dominati continuamente dal senso dell'incompiuto e quando raggiungiamo una, anche la più piccola meta, non ci possiamo fermare, ma dobbiamo aver già individuato dapprima un nuovo obiettivo e correre ed affannarci... Beh, in parte è normale. Ma in parte introiettiamo semplicemente il messaggio di tipo: devi rendere meglio e di più. Non ti fermare sull'obiettivo raggiunto, ma prosegui. Magari va anche bene... ma ti ricordi il Creatore cosa fece alla fine dell'opera della creazione? Si fermò e guardò, e vide che ciò che aveva fatto era cosa molto buona (es: Gen 1,31). Per quale motivo si fermò Dio? Non poteva andare avanti, proprio Lui che non ha i nostri problemi di potenziale possibilità di un esaurimento, che non fa errori ecc.? Si fermò, perché sapeva che riconoscere un obiettivo raggiunto e una cosa compiuta, va bene, che è un bene e che bisogna farlo. Ci ha insegnato così a farlo. Gesù nel Vangelo di oggi fa in parte proprio questa cosa. Legge delle parole che lo riguardano, non si sbilancia nei commenti. Legge e costata che sono parole che oggi si sono adempiute. E se si sono adempiute, bisogna dirlo e riconoscerlo. Un minuto di silenzio. E' vero che la gente si meravigliava delle parole che Lui diceva, ma è anche vero che subito dopo si domandavano tra loro, da dove venisse tutto ciò, dato che era "solo" figlio di Giuseppe... I veri guai sono iniziati dopo. 
Ma torniamo a noi. TI ricordi l'ultima volta in cui, dopo aver compiuto una cosa, ti sei fermato per dire: ecco, anche questa è fatta, ma senza affanno e senza la sensazione di esserti tolto un grande peso, ma con la felicità di chi si permette di guardare la propria opera (anche la più piccola, perché di queste è fatta la nostra vita) e di ringraziare per averla compiuta? Forse ci conviene farlo. Anche a costo di essere guardati con sospetto o essere considerati quelli che "si danno le arie". Certamente non stiamo parlando dell'orgoglio. Parliamo invece del superamento di quel timore di poterci dire di essere capaci di fare cose buone e belle, che spesso si cela nel cuore di chi è abituato a correre per soddisfare le mille richieste che gli vengono da fuori. Può essere bello accettare anche il ringraziamento. Cioè sentirsi dire GRAZIE e sorridere alla vita e dire: "è stato un piacere", invece del "no, figurati, niente proprio", che spesso ripetiamo. E' bello infatti avere il senso del compiuto, perché questo ci dà consapevolezza di essere aiutanti del Creatore che fa il bene e che si ferma a contemplarlo.