Lo sapevi che sei l'infinito? Si, l'infinito, edizione limitata! Qui troverai e, spero, condividerai, tutto ciò che Dio depone nel nostro cuore!
giovedì 30 giugno 2022
prima il fare, poi il dire
sabato 11 settembre 2021
un ascolto che scava
Lc 6,43-49
Nel brano di oggi mi colpisce particolarmente un'espressione, usata da Gesù. Egli dice che chi ascolta le sue parole è come se stesse scavando molto in profondità per porre le fondamenta e poi costruire la propria casa. Scavare nella profondità della roccia, è un lavoro molto molto arduo, che richiede tanta forza e tanta perseveranza, oltre che tempo. Quasi un lavoro impossibile, assurdo e irrealizzabile da soli. Precisamente come quando come ci mettiamo a scavare nel nostro cuore. Ci passa la voglia, ci perdiamo in mezzo ai nostri pensieri, desideri, emozioni, sentimenti. Non sappiamo da quale punto iniziare, ci disperiamo, magari riusciamo a scavare un pochino, dopo però ci sembra di nuovo troppo dura, ci tiriamo indietro, ci diciamo "ora basta", oppure ci facciamo a un certo punto la convinzione che "è sufficiente" così e ci accomodiamo su ciò che abbiamo "raggiunto". Fino alla prossima ondata violenta del fiume, di qualcosa che ci investe fortemente dal di fuori, che ci mette in discussione, che ci crea un'interiore "scomodità". Allora appare il bruciore interiore, qualcosa vacilla, nascono emozioni improvvise, quali rabbia, sconcerto, sorpresa. Segno che qualcosa non è stato approfondito sufficientemente. Allora forse si ricomincia a scavare un po' di più. Oppure no. Si può anche far finta di nulla, lasciar passare l'emozione e andare avanti facendo finta di nulla, fino alla prossima ondata. La casa della nostra vita, pur dando apparenza di stabilità, sarà sempre più o meno vacillante, ci piaccia o no. Ma si può rafforzare, se abbiamo la tenacia di andare in profondità, scavando. E al contrario, si può indebolire se non lo facciamo.
Ci sono tanti modi di vivere la nostra fede. Ne voglio sottolineare 4. Ci sono persone che hanno sempre Dio e il Vangelo sulla bocca, ma la vita è un'altra cosa, purtroppo. Poi ci sono quelli che parlano di Dio e la loro vita è coerente con ciò che dicono (nel limite dell'umano ovviamente). E ancora abbiamo quelli che di Dio non parlano o quasi mai. Tra di loro quelli che non ne parlano perché non lo considerano e quelli che non ne parlano, perché la loro vita ne parla sufficientemente. Qual è la modalità giusta? Non lo so, dato che poi ci sono anche tante altre modalità, sfumate. Ma mi sembra di capire che, se è come dice Gesù oggi, che ognuno dal tesoro del proprio cuore trae ciò che è coerente con la sua vita, allora molte parole in realtà non servono, perché vengono comunque risciacquate dalle onde del fiume in piena. Mentre se con l'ascolto della parola del Signore, stiamo scavando abbastanza, allora prevale proprio quello, l'ascolto, e quello dà frutti visibili.
giovedì 19 novembre 2020
aprire quando bussa
Lc 19,41-44
Ci sono visite e visite. Ci sono quelle visite veloci, ultimamente molto risicate per ovvi motivi, in cui uno passa a casa tua per un caffè, per scambiare due parole, per aggiornarti sulla vita... non che non siano importanti queste, tuttavia poi ci sono quelle visite, talvolta inaspettate, di persone da tanto tempo attese, o da tanto tempo assenti oppure semplicemente di persone importanti, visite alle quali ci prepariamo, pulendo la casa, cucinando, mettendo vestiti belli.
Ti ricordi quando il Signore ti ha visitato con tutta la sua forza e questa visita ha lasciato il segno in te? Che ricordo ne hai? Hai saputo riconoscere quel momento in cui lui ha bussato alla tua porta, per trasformare la tua vita? Non andare solo a sbirciare nei tempi di emozioni interiori, di luce particolare, prova a vedere anche nei momenti di sofferenza, di confusione. Sono tutte possibili visite di Dio. E sono da riconoscere. Di fatto ci cambiano l'esistenza.
Nel Vangelo di oggi Gesù piange su Gerusalemme. La sua città amata non ha aperto la porta, non ha riconosciuto il tempo della Visita, quella con la V maiuscola. Ecco perché Lui già sa come andrà a finire. Il problema in realtà non è che Gerusalemme in futuro verrà assalita e distrutta. Il problema vero è che lei non aveva riconosciuto il tempo della visita e non ha la forza interiore per restare incolume contro ogni avversità. Perché nella vita avvengono inevitabilmente le distruzioni, le sconfitte, ma la memoria della Visita è fondamentale per non soccombere. Le tempeste della vita talvolta ci fanno cadere a pezzi ma la fede, quel frutto prezioso, sebbene spesso tanto piccolo, quasi come una calìa d'oro, fa sì che la nostra vita invece di subire la morte, si rinnova. Non resta che drizzare le orecchie e aprire, quando Lui bussa.
venerdì 17 aprile 2020
dalla parte fragile
domenica 29 marzo 2020
due in una
Non ci ho fatto proprio caso a Lazzaro oggi... anche se è lui la causa di tutta questa confusione Più che le solite considerazioni sull'uscire dal buio alla luce, abbandonare i propri sepolcri, sull'anticipazione della risurrezione di Cristo, vorrei guardare ancora alle due sorelle del risuscitato. Mai come oggi mi pare che siano una stessa persona nelle sue due espressioni. Marta, inquieta come sempre, non appena sente che Gesù sta venendo da loro, gli va incontro senza manco fargli entrare nel paese... Me la immagino che corre incontro a Lui per rimproverarlo che in un momento di massima debolezza del fratello, non è stato lì con loro. E poi... provoca, si, Marta è provocatrice, non le basta sapere che il fratello sarebbe risorto nell'ultimo giorno, vuole sapere di più, vuole sapere l'utilità per la quale Gesù è arrivato lì con Lazzaro già morto e sepolto. Attende parole che le parlino dei fatti. E, donna di animo grande e fiducioso, CREDE, crede prima che il miracolo avvenga: la sua è una confessione di fede non minore di ciò che diciamo noi nel credo. Ma non finisce qui. Torna a casa e dice a Maria che il Maestro l'aspetta. Gesù non ha detto nulla di simile. Ma il fatto è che Dio quando ti parla e quando tu lo interpelli, ti vuole nella tua interezza. Per questo Marta è come se andasse a recuperare la sua "seconda metà". Maria, che finora è stata seduta in casa, si muove finalmente. Questa persona che sono loro due, tira fuori "il resto di sé", lo fa uscire, esce allo scoperto con tutto ciò che ha dentro e che forse ha spesso tenuto dentro. E avviene che questa donna si getta ai piedi del Signore e piange. Finalmente cade la corazza della "forte" Marta, che sebbene faccia bene a "rimproverare" il Signore, deve mostrarsi anche nella sua debolezza. E' come quando noi (non si sa perché) pensiamo di dover essere forti di fronte al dolore e non riusciamo a lasciarci andare. E invece Dio, per fare miracoli nella nostra vita, ha bisogno della nostra autenticità, cioè che noi non ci vergogniamo né davanti a Lui né davanti agli uomini, della nostra fragilità. Ed ecco che il cuore di Dio si commuove e avviene il miracolo. Ciò che era causa del dolore profondissimo, riporta la vita in questa famiglia. Così Marta e Maria rappresentano una persona nella sua interezza e verità. Si, perché se la malattia di Lazzaro è per la gloria di Dio, noi sappiamo che la gloria di Dio è l'uomo vivente, quello intero, risorto, ricompostosi nella sua umanità. Risorge dunque il fratello, ma risorge anche LA sorella, si ricompone appunto. Siamo un po' tutti noi così: litighiamo (giustamente) con Dio, ma dobbiamo arrivare nei nostri dolori, a lasciarci andare, lasciare che il nostro cuore sia quello che è, forse che si spezzi, per far penetrare la luce nuova, la Luce della nuova vita.
Tanto attuale per il nostro oggi... gridare al Signore, coscienti della nostra debolezza, del nostro bisogno in questa situazione che denuda la vulnerabilità di tutti... ma gridare da CREDENTI, coloro che sanno di essere sempre ascoltati.
martedì 4 febbraio 2020
affetto collaterale
Hai mai provato a fare un miracolo? Penso di sì. Spesso cerchiamo di far qualcosa che sembra impossibile, per le persone a cui vogliamo bene. Alle volte ci sentiamo in dovere di fare dei miracoli per chi ce ne chiede... l'obiettivo viene centrato e si va avanti dritti, mossi dall'amore, dalla voglia di stare vicino a chi ha bisogno di noi. Alle volte però si ottiene "l'effetto carro armato". Quando si va verso l'altro, c'è sempre della strada da fare, per far quel bene di cui egli veramente ha bisogno (e che alle volte non corrisponde a ciò che noi pensiamo o sentiamo). Ma per strada, cosa facciamo noi? Facciamo come il carro armato, che distrugge tutto, passando, perché non vede ciò che ha davanti e ai lati, pur di avanzare? Il punto è che tanti miracoli possono succedere a mo' di effetti collaterali che diventano addirittura "affetti collaterali". Così ci fa vedere oggi Gesù. E' diretto verso la figlioletta di Giairo, per strada invece: c'è qualcuno che gli ruba della forza, per essere guarito. Chi mi ha toccato? - chiede Gesù. Mah insomma, può sembrare che si sia sentito disturbato dal fatto che una povera donna aveva bisogno del suo aiuto. Dunque? Lui si ferma, vuole guardare colei che ha avuto coraggio di prendersi un po' di questo "affetto collaterale". Attenzione: intanto perde tempo, mentre la bambina pare già morta. Ma la morte non può averla vinta, laddove qualcuno ha mostrato l'audacia nell'implorare la sovrabbondanza di vita, che sgorga da Lui. La vita infatti si moltiplica man mano che la si condivide. Gesù si lascia derubare, si ferma, permette di dare rilievo a questo "miracolo per strada". E noi? Forse per strada verso i nostri sacrosanti obiettivi, ci perdiamo tanti miracoli. O meglio, ci perdiamo le opportunità di essere protagonisti, testimoni e portatori di miracoli, che possono succedere nelle maniere e per le strade più inaspettate, su quelle strade che in teoria dovrebbero solo veicolarci verso i nostri obiettivi veri. Sì, Dio ci chiede di avere gli occhi aperti e di lasciarci rubare un po' di tempo e di energie, se "per strada" si presentano occasioni per il miracolo dell'"affetto collaterale", che, essendo portatore di vita, moltiplica la carità e, nel nostro piccolo, trasforma il mondo.







