Visualizzazione post con etichetta vicinanza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vicinanza. Mostra tutti i post

giovedì 9 dicembre 2021

la vicinanza


 

Mt 11,11-15

Preme tanto la vicinanza di Dio all'uomo. C'è un pre-cursore, che ci porta e ci trasporta ad immergerci nell'intimità Dio-uomo, quasi compiuta. Giovanni si fa spazio del "già e non ancora", dell'anelito, finché non nasca il più piccolo nel regno dei cieli, il Bambino. Perché Dio si è annidato già nella culla dell'attesa, grembo di una ragazza. E, "se lo vogliamo accogliere", Giovanni siamo noi, se leggiamo in lui il desiderio di Dio, quello di farsi prossimo e farsi uno con l'uomo. Per questo noi siamo al mondo: per farne esperienza ed essere luogo di incontro dell'uomo con Dio. Nell'invisibilità di un'esperienza che un giorno avrà il suo compimento.


mercoledì 27 ottobre 2021

questione di distanza

Lc 13,22-30

Ti è mai capitato di parlare in pubblico e avere davanti a te tanta gente? Se sì, capisci bene che non puoi ricordare e tantomeno conoscere tutte le persone che ti hanno ascoltato. Finché una persona non ti si avvicina, non ti mostra il suo interesse per fare una domanda, per un confronto, ecc, c'è una reale possibilità che tu non ti ricorderai di lei, se la incontri l'indomani. E' normale. La stessa cosa nei grandi eventi, dove si sta "insieme", ad esempio grandi rinfreschi, tavolate... finché non ci si ritrova l'uno vicino all'altro, per caso o appositamente, non ci si conosce. E questo esattamente pare essere il problema degli uomini del Vangelo di oggi. Vogliono dire a tutti i costi al Signore che lo conoscono, perché l'hanno visto insegnare nelle piazze, e perché hanno mangiato in sua presenza. Il problema è che non l'hanno nemmeno sfiorato, pur avendone avuto non una, ma più occasioni. Come vuoi essere riconosciuto, se non ti sei mai avvicinato veramente a Colui che dovrebbe essere la tua salvezza? Non è che Egli non vuole esserlo. Sei tu che l'hai guardato a distanza, l'hai visto, ma non l'hai voluto toccare, accogliere, non ti sei "sporcato di Lui". Ovvio che non sa di dove sei tu... c'è così tanta gente che lo guarda da lontano! E visto che Lui stesso ha detto di sé di essere la porta delle pecore, (Gv 10,7), ecco che ti dice di entrare per la porta stretta. Cioé che devi essere disposto a sentire questo passaggio, questo movimento di entrata. Sentire addosso a te, che non necessariamente sei delle stesse dimensioni della porta. Così solo sei costretto non solo a "sfiorare" ma anche a provare a trovare le tue dimensioni, stringendo di qua, spingendo di là... La porta larga crea spazi vuoti, parla di distanza. Quella stretta ti mette in condizioni di vivere a con-tatto con la salvezza, che si opera nella disponibilità di mettersi in gioco anche a costo di fare brutta figura, sembrare troppo grossi per la porta, sporcarsi il corpo con ciò che è diverso... abbattere insomma le distanze. Ecco da dove tu sarai conosciuto non solo dal Signore ma anche dagli uomini: se sei in grado di toccare e lasciarti toccare, senza più tenere quelle false "distanze di sicurezza", che ti tengono "al sicuro", ma sterile e incapace di relazioni, quelle quotidiane ma anche quella fondamentale, con Lui, che ti salva.




sabato 13 febbraio 2021

una lebbra benefica

Mc 1,40-45

I lebbrosi. Quella categoria di gente che doveva assolutamente, a causa di questa malattia infettiva e pericolosa, stare lontano dalle abitazioni e dalle persone. Mi metto nei panni della gente dell'epoca di Gesù, per domandarmi se avevano proprio torto... non lo so. Ma che non volevano contagiarsi, questo lo capisco. E credo che il brutto della lebbra non fosse la malattia in sé, ma proprio la mancanza di rapporti umani. Non a caso i lebbrosi si mettevano insieme, quando vivevano lontani da altra gente. Mentre vedi sgretolarsi il tuo corpo, forse a maggior ragione vuoi avere legami, quel qualcosa che dia una consistenza alla tua esistenza umana, quel qualcosa che forse, nella reciprocità di una benevolenza, faccia sì che quando la malattia ti avrà consumato, il tuo ricordo resterà, come segno di una presenza, che, nonostante tutto, ha scavato dei solchi nel cuore dell'altro. Forse non ci pensiamo, ma i lebbrosi in questo senso ci insegnano molto. Guarire, era impossibile allora. E poi, come succede tante volte nella nostra vita, arriva Gesù che "non sa" che è impossibile, e lo fa, guarisce il lebbroso. Oppure meglio, Lui sa che nulla è impossibile a Dio, per cui non guarda mai applicando la divisione tra: "quello sì, quell'altro no". Il punto è che dopo la guarigione da una malattia così grave è Gesù a trasformarsi in... una specie di lebbroso. Siccome il miracolo grida per se stesso, oltre che per la bocca del guarito, e ora è Gesù a doversi allontanare, a dover evitare i contatti, ma per non essere travolto. Così il bene che egli compie, in realtà diventa anch'esso una lebbra, benefica. Essa attira le persone che ne vogliono ricevere, se ne vogliono contagiare, già edificati dalla fede del lebbroso guarito. Ma il messaggio è chiaro: non devono essere i miracoli a farci correre dietro a Gesù, ma piuttosto la testimonianza della fede che attira verso di Lui. Siamo realmente anche noi i portatori di questa lebbra benefica?

martedì 19 maggio 2020

mi fa volare

Gv 16,5-11 

La tristezza si affaccia al cuore dei discepoli quando Gesù parla loro di doversene andare. Ma come? Non se n'era già andato una volta, morendo? Ora ci lascia di nuovo? E' la stessa tristezza che prova il figlio quando lascia la casa paterna, condivisa dal genitore che deve lasciarlo andare. Il genitore, Gesù, deve andarsene, deve fare un passo indietro, per far spazio a noi... affinché possiamo accogliere lo Spirito, che ci abilita a fare tutto ciò che Gesù stesso ci insegna. C'è un momento così nella vita di ogni famiglia, in cui il genitore fa un passo indietro perché comprende che, dopo aver trasmesso al figlio determinati valori, modi di vivere, ora deve lasciare che egli stesso si sperimenti nel vivere concreto. E' esattamente lo stesso meccanismo. Se non me ne vado non verrà a voi il Paraclito. Cioè non potrete tirare fuori dai vostri cuori quell'anelito e quella capacità di ricerca, che vi permetterà di essere amici dello Spirito e suoi seguaci. E' un Dio umile il nostro. "Scompare" dalla scena, per far passare il suo amico Consolatore. E ci dà tanta, ma tantissima fiducia, perché ancora una volta fa risaltare la nostra libertà e ci permette di essere adulti nella fede. Davvero, "ci fa volare", cioè ci fa compiere dei grandi passi  per la nostra vita e la vita del mondo, se lo vogliamo. Tra pochi giorni si rinnova per noi il dono dello Spirito. Gioco eterno tra la lontananza e la vicinanza di Dio. Spalanchiamo i cuori, per averli pronti, quando verrà! 

sabato 16 maggio 2020

alzare lo sguardo

Gv 15,18-21

Il Vangelo di oggi è una sorta di pacca sulle spalle. Sappiamo bene qual è la differenza tra il raccontare le proprie difficoltà alla persona che non ne ha mai fatto esperienza e fare lo stesso con una persona che invece ha vissuto lo stesso nella sua vita. Sappiamo bene che tipo di comprensione si può avere. Ecco, il Signore ci dice che tutto ciò che ci fa soffrire nella vita, Lui l'ha vissuto, proprio perché ha assunto su di sé la nostra umanità. Dunque è una pacca sulle spalle non di uno che non sapendo cosa dire, ci dice: dai, coraggio, ce la farai. No, Lui ci dice che comprende, perché in questa sofferenza presente Lui è con noi. Le sue parole però non sono da confondere con un nesso casuale. Quando Gesù dice che noi veniamo perseguitati, perché Lui è stato perseguitato, non è causa - effetto. Piuttosto vuole forse farci capire, che in noi, anche se al 100% umani, c'è già quell'immagine e somiglianza di Dio, che fa sì, che l'ingiustizia di qualsiasi tipo si ripercuote sulla nostra anima, causando la sofferenza. Lui, Dio-uomo ci dice che noi siamo uomini/donne-Dio. Ci dice la somiglianza tra Lui e noi. E che non c'è nulla nella nostra vita in cui non ci sia Lui e in cui non possiamo trovarci in Lui. Ecco la cosa che ci può far alzare lo sguardo. Perché il sentirsi soli in un momento di difficoltà, ci fa ripiegare su noi stessi, non necessariamente nel senso negativo, ma anche perché una persona che si sente sola, istintivamente "si chiude" per raccogliere le sue energie per contrastare la sofferenza che vive. E questo è naturale e antropologicamente giustificato. Ma per noi, c'è una marcia in più: il suo essere con noi. Ecco perché, la sua pacca sulla spalla, ci può far alzare lo sguardo e tornare a considerare, che non soffriamo solo noi, ma che soffrono tutti gli esseri di questo mondo. E che forse c'è un passo ulteriore da fare, quando ci viene da ripiegare le energie in noi stessi: quello di donare queste energie a Lui e, insieme a Lui, cercare come vivere anche ciò che ci reca più fatica. 

giovedì 14 maggio 2020

amare a distanza

Gv 15,9-17

Forse in questo tempo abbiamo sperimentato con più forza cosa significa la distanza fisica nelle relazioni umane. Proprio ieri stavo riflettendo su come mutano le relazioni, quando non ci si rapporta di persona, ma solo tramite i mezzi di comunicazione, i più svariati. Come suona in questo contesto che stiamo vivendo, il comandamento dell'amore del prossimo? Amarci gli uni gli altri, come ci ha amati Lui... Cosa significherà mai? C'è da tenere presente che, sebbene Gesù storico, uomo che ha calpestato questa terra, non ha potuto incontrare tutti gli uomini, di certo egli ha pagato in prima persona, proprio con la sua vita fisica, cioè morendo. Il suo amore non ha raggiunto solo una mortificazione interiore, una sofferenza morale, spirituale, ma proprio la morte corporale. Cosa abbiamo sperimentato in quarantena, dovendoci rapportare sempre con le stesse persone? Come abbiamo mantenuto  i nostri affetti con le persone a distanza? Cosa è risultato più facile? 
Di solito si dice che è facile amare a distanza. Certamente, perché anche nell'amore ci deve essere una giusta distanza, e lo capiamo se ricordiamo i momenti in cui in stretta quarantena ci venivano i nervi di fronte alla nostra stessa famiglia, perché magari non la sopportavamo più. L'amore ha bisogno di vicinanze e lontananze. Stare insieme, sempre vicini, soffrendo, anche questo può essere un modo per dare la vita, anche se alle volte sembra che ce la stiamo togliendo a vicenda, che "non respiriamo più", esperienza anch'essa di quell'oblazione che Gesù ha compiuto sulla croce. Nell'esigenza interiore che abbiamo, quella di amare e quella di essere amati, possiamo trarre molti insegnamenti sia dal dover amare a distanza, sia dal dover amare ad eccessiva vicinanza. Ciascuno di noi puoi misurarsi con le dimensioni della propria capacità di amare. E forse proprio riflettere su questo, potrà dare un nuovo sapore a quando potremo abbracciarci di nuovo...




domenica 2 dicembre 2018

Colui che si confida con te

Sal 24

E finalmente l'Avvento è qui!
Siamo abituati a renderlo, nella chiesa, con i vari simboli, come la corona dell'Avvento, qualche scritta particolare, poster, colore liturgico viola, canti che parlano dell'attesa e della vicinanza di Dio. Anche le letture che ci introducono in questo tempo, tutto sommato chi va in chiesa, le conosce, sono quelle che annunciano cose misteriose che devono venire, devono accadere. 
Mi spingo oltre: probabilmente molti di noi coinvolgono anche la propria emotività in questa attesa: è quasi Natale, con tutti i suoi sentimenti propri, una luce che si accende oggi, domani un'altra, fino alla grande luce del 25 dicembre. Sappiamo bene che un senso tira l'altro e che non ci scappa una risonanza emotiva quando lo sguardo cattura una cosa che richiama un'atmosfera, ecc. ecc. Tutto vero, bello e plausibile, se ci porta a far nascere in noi e attorno a noi il vero Portatore di Bene. 
Invece oggi, entrando in questo clima, ha attratto la mia attenzione il salmo della liturgia di questa domenica. In traduzione nuova, soprattutto un versetto: Il Signore si confida con chi lo teme. Una volta era: Il Signore si rivela a chi lo teme. Forse  non c'è molta differenza tra le due traduzioni, ad un primo colpo d'occhio, ma ho notato quanto calore al cuore (a proposito dell'emotività), può provocare il pensiero che il nostro Dio è pronto a confidarsi con noi. Il rivelarsi parla pure dell'apertura e dell'avvicinarsi, anche nelle relazioni umane, ma il confidarsi, ha un sapore diverso. E' espressione altissima di intimità, di sconfinata fiducia, di sponsalità, di condivisione dell'anima. Non è uno spettacolo di una rivelazione da guardare a bocca aperta e con gli occhi spalancati. E' invece una vicinanza, un accorciare le distanze, un guardarsi negli occhi e parlare di sé. E lo fa Dio nei nostri confronti, se noi "lo temiamo", cioé se noi riconosciamo l'importanza della sua amicizia e della sua vicinanza nella nostra vita. Ecco cosa è l'Avvento. E' Dio che vuole confidarsi con noi. E' un Dio così vicino che ci sussurra all'orecchio le parole di quell'Amore, di quell'alleanza, che presto si faranno carne, quando Egli stesso diverrà uomo. E' il Creatore che si confida con la sua creatura, in attesa di divenire uno con lei, incarnandosi nella sua stessa carne. Buon Avvento a tutti noi, allora, attenti a quel Dio che ci cerca nel quotidiano, per confidarsi con noi!

domenica 20 maggio 2018

uno che insiste


Ti sei seduto troppo vicino,
inversamente proporzionale
alla mia distanza.
Sei troppo vicino
per non capire che ci sei.
Anche se non mi tocchi
e io con gli occhi chiusi
faccio finta di niente
o forse aspetto oltre le mie forze,
il tuo Spirito insiste

Non voglio aver paura,
alzo finalmente lo sguardo,
ma di nuovo richiudo gli occhi:
la fiamma davanti a me dice che ci sei,
e in questa fiamma
il tuo Spirito insiste

Forse so cosa vuoi e apro le mani,
ma mi cadono le braccia.
Il tuo soffio leggero, per me troppo forte,
mi toglie la forza.
Circondandomi, penetra tra le mie dita,
dice che ci sei.
Nel mormorio del vento leggero
il tuo Spirito insiste

Alle spalle e di fronte,
ma questo ti è poco.
A destra e a sinistra,
ma ancora cerchi posto.
E io, si, lo so come tu bussi,
lo so che sei tu, che ci sei.
Nel tormento, che dà pace
Il tuo Spirito insiste

Non bussare,
per te non ci sono porte,
fai come nel Cenacolo,
entra a porte chiuse.
Fa’ che il tuo Spirito
si riposi in me.

martedì 9 gennaio 2018

accorciare le distanze

Sembra impossibile... un'autorità che accorcia le distanze. Sentivano che lui non parlava come quelli che si riempiono la bocca di bla, bla, bla e poi razzolano male. Percepivano un'autorevolezza nel suo parlare. Eppure, proprio da questa autorevolezza veniva la guarigione. Quante persone che incontriamo quotidianamente sono afflitte da questi "demoni", che impediscono loro di essere avvicinate. Le frasi dette come autodifesa, per porre una barriera alla grazia della vicinanza... Gesù ci fa vedere come rispondere. Non discorsi e persuasioni. Semplicemente vicinanza. Perché è quello di cui tutti hanno bisogno, nella giungla delle proprie difese e della finta forza che si crede di avere, nell'eccessivo distacco dall'altro. Un attimo molto breve basta per accorciare le distanze. E nell'abbraccio, nello sguardo affettuoso, nell'esserci, i demoni fuggono, si sentono appunto "rovinati". C'è infatti un'autorità nella capacità di accorciare le distanze. Ed è l'unica vera e autentica autorità, che possiamo avere e che dobbiamo rivendicare sugli altri.