I lebbrosi. Quella categoria di gente che doveva assolutamente, a causa di questa malattia infettiva e pericolosa, stare lontano dalle abitazioni e dalle persone. Mi metto nei panni della gente dell'epoca di Gesù, per domandarmi se avevano proprio torto... non lo so. Ma che non volevano contagiarsi, questo lo capisco. E credo che il brutto della lebbra non fosse la malattia in sé, ma proprio la mancanza di rapporti umani. Non a caso i lebbrosi si mettevano insieme, quando vivevano lontani da altra gente. Mentre vedi sgretolarsi il tuo corpo, forse a maggior ragione vuoi avere legami, quel qualcosa che dia una consistenza alla tua esistenza umana, quel qualcosa che forse, nella reciprocità di una benevolenza, faccia sì che quando la malattia ti avrà consumato, il tuo ricordo resterà, come segno di una presenza, che, nonostante tutto, ha scavato dei solchi nel cuore dell'altro. Forse non ci pensiamo, ma i lebbrosi in questo senso ci insegnano molto. Guarire, era impossibile allora. E poi, come succede tante volte nella nostra vita, arriva Gesù che "non sa" che è impossibile, e lo fa, guarisce il lebbroso. Oppure meglio, Lui sa che nulla è impossibile a Dio, per cui non guarda mai applicando la divisione tra: "quello sì, quell'altro no". Il punto è che dopo la guarigione da una malattia così grave è Gesù a trasformarsi in... una specie di lebbroso. Siccome il miracolo grida per se stesso, oltre che per la bocca del guarito, e ora è Gesù a doversi allontanare, a dover evitare i contatti, ma per non essere travolto. Così il bene che egli compie, in realtà diventa anch'esso una lebbra, benefica. Essa attira le persone che ne vogliono ricevere, se ne vogliono contagiare, già edificati dalla fede del lebbroso guarito. Ma il messaggio è chiaro: non devono essere i miracoli a farci correre dietro a Gesù, ma piuttosto la testimonianza della fede che attira verso di Lui. Siamo realmente anche noi i portatori di questa lebbra benefica?
Lo sapevi che sei l'infinito? Si, l'infinito, edizione limitata! Qui troverai e, spero, condividerai, tutto ciò che Dio depone nel nostro cuore!
Visualizzazione post con etichetta lontananza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lontananza. Mostra tutti i post
sabato 13 febbraio 2021
martedì 19 maggio 2020
mi fa volare
Gv 16,5-11
La tristezza si affaccia al cuore dei discepoli quando Gesù parla loro di doversene andare. Ma come? Non se n'era già andato una volta, morendo? Ora ci lascia di nuovo? E' la stessa tristezza che prova il figlio quando lascia la casa paterna, condivisa dal genitore che deve lasciarlo andare. Il genitore, Gesù, deve andarsene, deve fare un passo indietro, per far spazio a noi... affinché possiamo accogliere lo Spirito, che ci abilita a fare tutto ciò che Gesù stesso ci insegna. C'è un momento così nella vita di ogni famiglia, in cui il genitore fa un passo indietro perché comprende che, dopo aver trasmesso al figlio determinati valori, modi di vivere, ora deve lasciare che egli stesso si sperimenti nel vivere concreto. E' esattamente lo stesso meccanismo. Se non me ne vado non verrà a voi il Paraclito. Cioè non potrete tirare fuori dai vostri cuori quell'anelito e quella capacità di ricerca, che vi permetterà di essere amici dello Spirito e suoi seguaci. E' un Dio umile il nostro. "Scompare" dalla scena, per far passare il suo amico Consolatore. E ci dà tanta, ma tantissima fiducia, perché ancora una volta fa risaltare la nostra libertà e ci permette di essere adulti nella fede. Davvero, "ci fa volare", cioè ci fa compiere dei grandi passi per la nostra vita e la vita del mondo, se lo vogliamo. Tra pochi giorni si rinnova per noi il dono dello Spirito. Gioco eterno tra la lontananza e la vicinanza di Dio. Spalanchiamo i cuori, per averli pronti, quando verrà!
Etichette:
andarsene,
anelito,
fede,
lasciare,
libertà,
lontananza,
maturità,
passo,
ricerca,
Spirito,
vicinanza
giovedì 14 maggio 2020
amare a distanza
Gv 15,9-17
Forse in questo tempo abbiamo sperimentato con più forza cosa significa la distanza fisica nelle relazioni umane. Proprio ieri stavo riflettendo su come mutano le relazioni, quando non ci si rapporta di persona, ma solo tramite i mezzi di comunicazione, i più svariati. Come suona in questo contesto che stiamo vivendo, il comandamento dell'amore del prossimo? Amarci gli uni gli altri, come ci ha amati Lui... Cosa significherà mai? C'è da tenere presente che, sebbene Gesù storico, uomo che ha calpestato questa terra, non ha potuto incontrare tutti gli uomini, di certo egli ha pagato in prima persona, proprio con la sua vita fisica, cioè morendo. Il suo amore non ha raggiunto solo una mortificazione interiore, una sofferenza morale, spirituale, ma proprio la morte corporale. Cosa abbiamo sperimentato in quarantena, dovendoci rapportare sempre con le stesse persone? Come abbiamo mantenuto i nostri affetti con le persone a distanza? Cosa è risultato più facile?
Di solito si dice che è facile amare a distanza. Certamente, perché anche nell'amore ci deve essere una giusta distanza, e lo capiamo se ricordiamo i momenti in cui in stretta quarantena ci venivano i nervi di fronte alla nostra stessa famiglia, perché magari non la sopportavamo più. L'amore ha bisogno di vicinanze e lontananze. Stare insieme, sempre vicini, soffrendo, anche questo può essere un modo per dare la vita, anche se alle volte sembra che ce la stiamo togliendo a vicenda, che "non respiriamo più", esperienza anch'essa di quell'oblazione che Gesù ha compiuto sulla croce. Nell'esigenza interiore che abbiamo, quella di amare e quella di essere amati, possiamo trarre molti insegnamenti sia dal dover amare a distanza, sia dal dover amare ad eccessiva vicinanza. Ciascuno di noi puoi misurarsi con le dimensioni della propria capacità di amare. E forse proprio riflettere su questo, potrà dare un nuovo sapore a quando potremo abbracciarci di nuovo...
Etichette:
abbraccio,
amore,
famiglia,
insieme,
lontananza,
morte,
sacrificio,
sofferenza,
vicinanza,
vita
domenica 2 settembre 2018
questione di coerenza
Mc 7,1-8.14-15.21-23
Tanti discorsi nei nostri giorni si fanno sui giovani, sulla loro vita distratta, persa, senza direzione, senza valori. Tra i credenti tante parole si dicono sui giovani che "non vanno più in chiesa": affermazioni fatte spesso con tanto di meraviglia sul volto...
Forse in tutte queste lamentele, bisognerebbe alle volte, appunto come dice Gesù, guardare a ciò che "esce da noi", cioè quanto noi siamo testimoni coerenti della bellezza della vita, della fede ecc. Resta sempre facile criticare senza una vera e propria presa di responsabilità. E la responsabilità più grande è proprio questa: iniziare ad essere coerenti nella vita. Di modo che ciò che diciamo, divenga coerente con ciò che effettivamente facciamo, gli atteggiamenti che assumiamo. E questo soprattutto quando ci permettiamo di criticare, perché la critica è un'altra di quelle cose che "escono da noi" e che ci qualificano senza che ce ne accorgiamo. Si, purtroppo spesso le persone giovani o meno, quando si chiede loro perché si allontanano dalla chiesa, dalla fede oppure perché non si avvicinano ad un'esperienza religiosa, spiegano che non vedono la coerenza tra le parole e le opere. E preferiscono fare del bene senza fare il chiasso, fuori. Giustamente. Come vediamo dalla Parola di oggi, così era nei tempi della vita terrena di Gesù, e così è anche oggi. E come ieri, così anche oggi, la responsabilità, prima di essere collettiva, è personale.
Iscriviti a:
Post (Atom)



