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domenica 24 aprile 2022

gemelli diversi

Gv 20,19-31 

Ed eccoci oggi alla domenica della Misericordia in cui ci vengono raccontate ancora le apparizioni del Risorto. Questa volta siamo di nuovo faccia a faccia con Tommaso, di cui possiamo pensare che forse non era proprio l'unico a non credere prima di vedere... Oggi, se ci soffermiamo sulla sua persona, potremmo scoprire che l'evangelista Giovanni ci vuole suggerire proprio questo. L'autore del quarto Vangelo è famoso proprio per questa sua capacità di raccontare, descrivere, impregnando il suo testo di significati più profondi, doppi sensi (o anche tripli), ma in positivo. Ed ecco che il nome del protagonista ha un significato molto importante. Tommaso, dal greco, significa infatti "gemello", Dìdimo. Noi lo vediamo spesso come questa figura "isolata" su cui si posano i riflettori in uno dei Vangeli postpasquali, proprio perché lui viene chiamato per nome e perché a lui Gesù appare per ultimo. Il gemello. Di chi? Noi non sappiamo nulla di certo, sull'esistenza di un suo fratello gemello. E' gemello nostro, Tommaso. Assomigliamo tanto a lui, quando non ci piace essere informati per ultimi e vogliamo delle prove chiare. Suonano quasi come ripicca le parole di Tommaso quando dice che finché non vede i segni della passione, non crede. Solo che dopo, quando Gesù si presenta pure a lui, perde un attimo la parola. E' gemello nostro quando restiamo a bocca aperta, scoprendo che ciò che secondo noi e dentro di noi è impossibile, diventa possibile. E' gemello nostro quando infine, lascia che quella pace che Gesù porta con il suo saluto, entri dentro di lui e ne sia frutto il riconoscimento del Risorto, che sgorga dalla sua bocca. 
Sì, perché Tommaso è anche gemello del Signore. La confessione della fede che sgorga dalle parole del Gemello, denota una sorta di apice di quello che ci si poteva aspettare dopo la risurrezione: MIO Signore e MIO Dio. Tommaso ci parla di una relazione personale, intima, del resto da altri brani del Vangelo noi sappiamo quanto entusiasmo c'era nel cuore di lui, nei confronti della vita e della missione di Gesù (Gv 11,16: andiamo anche noi a morire con lui!). Già in precedenza si capiva allora come Tommaso aveva gli occhi fissi sul Signore, premessa eccellente per diventare "il suo gemello". Spiritualmente succede proprio così: più si guarda, si imita, si fanno propri i sentimenti di una persona, più le si assomiglia. E in questo brano che leggiamo oggi, Tommaso lo conferma istantaneamente e abbondantemente. E anche se si tratta di essere sempre gemelli diversi... diversi perché da una parte di certo non siamo Dio ma diversi, perché Dio stesso ci ha creati unici; tuttavia è la vocazione di ciascuno di noi. Poter dire "mio Signore" e assomigliare sempre di più a Lui. 

mercoledì 16 marzo 2022

all inclusive

Mt 20, 17-28 

Alle volte ci sembra di essere furbi... Facciamo i nostri calcoli e sappiamo che, dai, un po' di fatica e poi nel pacchetto completo, di solito alla fatica segue un piccolo o grande successo, una ricompensa. In effetti, di solito si verifica questo nella nostra vita. Poi però ci sono occasioni speciali, quando non si sa nulla, o perlomeno non fino in fondo. Mentre scrivo penso anche, perché no, all'emergenza che ancora stiamo vivendo: apertura, ma cautela, fatica ad integrare le due, ancora molte volte paura... e anche la guerra... non sappiamo fino a quando, quali le conseguenze, ecc. Sì, è un'occasione speciale, quella che riguarda la dimensione della fede, cosiddetta "cieca". Forse invece non è cieca, ma semplicemente ha una vista superiore. Vede quello che si definisce di solito come "già e non ancora". La fede sta proprio qui: non ho più certezze e continuo a fidarmi. Un'occasione eccellente, quella del Vangelo di oggi, per Giacomo e Giovanni... La mamma intercede (pausa per un sorriso) per loro un pacchetto sicuro. Stare alla destra e alla sinistra del Signore, nel Regno. Si sa, la mamma è per assicurarsi che i figli abbiano un futuro, il migliore dei possibili. E i figli, alla domanda di Gesù, sono pure disposti alla fatica, a bere il suo calice, per avere i posticini buoni. Invece: sorpresa! Il calice è assicurato, ma il posticino no. Che si fa? Si torna dalla mamma per ripensare e trovare un'alternativa, oppure ci si fida? Perché la prima preoccupazione per tutti noi è quella di DARE la vita. Darla per e agli altri e darla anche per e a noi stessi, le due dimensioni vanno insieme. E questo si fa solo fidandoci, camminando nella fede. 
E allora torniamo in noi stessi, per tornare verso gli altri. E possa ogni periodo duro, difficile, rispecchiare proprio questa nostra fede, che sa STARE, come Maria stava ai piedi della Croce, e nella fiducia che, in questo pacchetto c'è anche la Risurrezione, anche quando non ci è dato di sapere i tempi e le modalità. 

sabato 13 novembre 2021

il tempo da te definito


Lc 18,1-8
Spesso sentiamo dire dalle persone che conosciamo: "Dio vede questo e non fa niente", "Dio non c'è, altrimenti non permetterebbe tutto questo". Sono affermazioni curiose provenienti dal nostro mondo automatizzato e appartenente all'era dell'"oltre digitale". La nostra non è più nemmeno la logica del "premo il tasto e rispondo ad un bisogno". Questi ragionamenti appartengono all'epoca dell'assistente Google, il quale ci ascolta per rispondere al momento opportuno a ciò che pretendiamo da lui. Ha "visto", o più precisamente, ha sentito, e reagisce, senza riflettere, esaminare né rispettare i tempi opportuni. Sì, Dio non è Alexa e nemmeno Siri, da cui esigiamo quasi che sappiano i nostri pensieri e rispondano ad ognuno di essi. Dio scruta ed esamina i nostri bisogni e i nostri desideri, per rispettare il tempo in cui sapremo distinguere gli uni dagli altri e decideremo cosa davvero ci è utile e necessario. Ma Dio non ascolta tutto ciò passivamente, come una macchinetta che attende i comandi. E il Vangelo di oggi fa la giusta domanda: ci farà aspettare a lungo? La risposta sta dentro di noi. La risposta sta nel tempo della nostra fede, dunque, nel tempo che viene definito dalla nostra capacità di domandare e di fidarci. La risposta che arriva prontamente, è esattamente quella che arriva quando siamo pronti, quando il Figlio trova la fede sulla terra del nostro cuore, che grida giorno e notte a Lui. Perché solo un cuore che si rivolge continuamente a Lui, sa distinguere con sempre più precisione il bene da scegliere. E' un allenamento, questa libertà che altro non è che capacità di scegliere appunto il bene in ogni situazione. E allora i tempi coincidono alla perfezione, perché non sono più definiti dall'ansia del "tutto e subito",  ma dalla sapienza del "qui ed ora", tempo della fede, tempo di Dio. 





lunedì 30 agosto 2021

partendo dal ciglio

 

Lc 4,16-30
Grosso modo, tutti conosciamo questa dinamica. Non tutti vogliono sentirsi dire alcune delle cose che gli altri pensano. Anche ciascuno di noi che oggi riflettiamo su questo Vangelo, certe cose non vorrebbe sentirsele dire. E probabilmente, specie a chi ha il ruolo di vegliare sugli altri, di guida di qualsiasi tipo, molte volte non vorremmo dirgli determinate cose, che sappiamo possano toccare in profondità l'altro e suscitare reazioni non prevedibili. Così Gesù. Parla di sé, suscita ammirazione. Dopo svela alcune dinamiche finora intoccabili, in più appartenenti ad un passato che era sacro per il popolo d'Israele. Il passato, a noi noto dalle pagine dell'Antico Testamento, che parlano ad esempio della storia di Elia (cf. 1 Re 17), che lasciava già presagire quelle che sarebbero state le logiche realizzatesi poi con l'incarnazione di Gesù. Nel caso specifico riguardanti la fede dei piccoli, dei poveri, dei pagani,  a cui viene mandato il profeta, perché sono gli unici che sanno accogliere la parola di Dio, che viene attraverso quel profeta. Queste parole sono dure per chi basa la sua fede sull'osservanza e rimane nella certezza che così si salva. Gesù puntualizza proprio questo e suscita scandalo. Tanto che lo portano sul ciglio del monte e vogliono spingerlo giù. Ma la forza del vero profeta, quello che agisce in vera fede e per amore, sta proprio lì. Egli parte dal ciglio del monte, da quell'istante in cui gli può sembrare che la sua profezia e il suo proclamare la Parola, è stato vano e non è stato accolto e anzi, lo porta verso la morte. Egli sa che capitano tanti di quei cigli del monte, quando si sta per cedere, per essere spinti giù, solo perché si cerca l'autenticità. Sa e non si lascia scomporre, la sua fede in Dio gli dà la forza per passare ancora in mezzo alla folla furiosa e andarsene. Sa che Dio è con lui e che la sua vita finisce spesso al ciglio, ma questo diventa come un punto di ripartenza, secondo quanto fece Gesù: passando in mezzo a loro, si mise IN CAMMINO. 
Dunque il cammino riparte da lì. Così è il cammino di chiunque cerchi sinceramente l'autenticità.  

sabato 27 marzo 2021

lineare o circolare?



Gv 11,45-46

Mi piace osservare oggi come funziona il ragionamento, non solo quello dei protagonisti del brano del Vangelo di oggi, ma anche molto spesso il nostro. Spunta qualcosa/qualcuno che ci inquieta, prima facciamo finta di nulla, ma quando le cose cominciano a sfuggire di mano, quando gli eventi precipitano, comincia il pensiero lineare. Se lasciamo le cose così, succederà questo e questo. Semplice logica consequenziale. Spesso vera, perché tutti, come già detto, funzioniamo più o meno così. Poca strategia, molta prevedibilità nei capi dei sacerdoti e farisei: verranno i Romani e ci faranno fuori. La paura, l'ansia: emozioni e sentimenti mossi dall'esperienza passata e dalle previsioni future. Siccome sempre funziona così, anche questa volta andrà così. Ergo, bisogna agire in modo che questo non succeda, perché sarà un male. Sarà una morte. 
La linearità umana, che è spesso anche espressione di istinto di sopravvivenza, viene invece abbondantemente sconfitta in questo tempo pasquale. Dio ci fa vedere che quello che è posto tra le sue mani, prescinde dalle logiche lineari con cui giudichiamo gli eventi. Semplicemente perché, se la nostra esperienza umana ci parla di una vita che porta alla morte, l'eternità per la quale siamo creati ci parla di una breve vita che passa per la morte e rientra nella sua essenza, questa volta per sempre. Vita - morte - vita. Se vogliamo proprio provarlo, anche nella natura succede così, anche se agli occhi del nostro essere, bramoso di sperimentare, non è facile vedere e accettare la logica circolare che sta dietro all'agire di Dio. Dunque sì, non è bene che uno come Gesù faccia casini, altrimenti il popolo ebraico finisce (cioé muore!). Meglio dunque che muoia uno perché così vengono annientate le sue opere e (linearmente parlando), tutto passa, ci dimentichiamo e andiamo avanti. Eppure no: metteranno Gesù alla morte, ma ritornerà alla vita. E questi sono veri casini ora! Non finisce ma ritorna a vivere! E si trascina dietro la gente, che comincia a credere in questa logica. Logica nella quale ci tocca anche vivere il tempo della quarantena, se siamo davvero cristiani, uomini e donne della risurrezione. Ecco davanti a noi la Settimana Santa, tempo per rinfrescarci questa fede nella poca logicità e linearità, per la quale siamo stati creati. 

lunedì 15 marzo 2021

la distanza di... sicurezza

Gv 4,43-54

Ecco il Vangelo di oggi è un'ennesima conferma che Dio non ha bisogno delle nostre sicurezze ordinarie, per compiere segni grandi e per far vincere la vita. Il funzionario gli chiede di venire a casa sua per operare la guarigione del figlio. E Gesù non ci va. Ma, gli chiede di avere fiducia che Egli può donargli questa grazia anche a distanza. Potrebbe suonare familiare per noi, quando effettivamente viviamo i tempi delle eccessive distanze e "facciamo" tante cose a distanza. A chi se ne lamenta, questo Vangelo può essere una risposta. Dio davvero va oltre le distanze, le nostra abitudini e sa sorprenderci. Sa dirci che anche una distanza può essere sicurezza, se in noi vince la fede e la voglia di incontrarlo ed essere guariti. Per noi cristiani, la misura di questo sarà la fiducia che avremo saputo dare a Dio che agisce nella storia anche nelle pandemie. A noi la decisione di fidarci! 

sabato 13 febbraio 2021

una lebbra benefica

Mc 1,40-45

I lebbrosi. Quella categoria di gente che doveva assolutamente, a causa di questa malattia infettiva e pericolosa, stare lontano dalle abitazioni e dalle persone. Mi metto nei panni della gente dell'epoca di Gesù, per domandarmi se avevano proprio torto... non lo so. Ma che non volevano contagiarsi, questo lo capisco. E credo che il brutto della lebbra non fosse la malattia in sé, ma proprio la mancanza di rapporti umani. Non a caso i lebbrosi si mettevano insieme, quando vivevano lontani da altra gente. Mentre vedi sgretolarsi il tuo corpo, forse a maggior ragione vuoi avere legami, quel qualcosa che dia una consistenza alla tua esistenza umana, quel qualcosa che forse, nella reciprocità di una benevolenza, faccia sì che quando la malattia ti avrà consumato, il tuo ricordo resterà, come segno di una presenza, che, nonostante tutto, ha scavato dei solchi nel cuore dell'altro. Forse non ci pensiamo, ma i lebbrosi in questo senso ci insegnano molto. Guarire, era impossibile allora. E poi, come succede tante volte nella nostra vita, arriva Gesù che "non sa" che è impossibile, e lo fa, guarisce il lebbroso. Oppure meglio, Lui sa che nulla è impossibile a Dio, per cui non guarda mai applicando la divisione tra: "quello sì, quell'altro no". Il punto è che dopo la guarigione da una malattia così grave è Gesù a trasformarsi in... una specie di lebbroso. Siccome il miracolo grida per se stesso, oltre che per la bocca del guarito, e ora è Gesù a doversi allontanare, a dover evitare i contatti, ma per non essere travolto. Così il bene che egli compie, in realtà diventa anch'esso una lebbra, benefica. Essa attira le persone che ne vogliono ricevere, se ne vogliono contagiare, già edificati dalla fede del lebbroso guarito. Ma il messaggio è chiaro: non devono essere i miracoli a farci correre dietro a Gesù, ma piuttosto la testimonianza della fede che attira verso di Lui. Siamo realmente anche noi i portatori di questa lebbra benefica?

venerdì 15 gennaio 2021

un deposito comune

Mc 2,1-12


Ci deve essere sicuramente un deposito comune di fede nell'uomo, nella nostra natura umana. Sarà metafisica, sarà mistica, sarà istinto di autoconservazione della specie...non importa perché qualunque cosa sia, a livello fenomenologico, sicuramente è dono gratuito di Dio. Il fatto è che dall'impossibilità umana di dire: "ti sono perdonati i peccati" o "àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua", parte un filo sottile e robusto, che connette questa impossibilità alla necessità divina dell'amore che non può negare la sua natura e perciò salva. Forse sarà una specie di cordone ombelicale che ci collega tra noi e in cui fluisce la fede, in modo che chi è più paralizzato, ne riceva dai fratelli. E Dio fornisce la linfa della nuova vita.

giovedì 3 dicembre 2020

stare in piedi


 

Mt 7,21.24-27

In questo tempo difficile della pandemia, che posto dai nella tua vita alla forza della fede, quanto invece ti fidi della tua ragione? Inizio oggi con questa domanda provocatoria, perché più che mai ora succede che tutti cerchiamo di mettere insieme, usando la nostra intelligenza, i dati che ci pervengono a proposito del virus che ci opprime. E ci confondiamo, perché sentiamo tante cose contraddittorie. Sicuramente tutti sentiamo che ci manca la terra sotto i piedi e allora è qui che si apre lo spazio per la fede. E possiamo capire, guardandoci dentro, chi è veramente Dio per noi. Ce lo suggerisce pure Gesù oggi. Ci può essere chi sta in piedi proprio perché ha costruito la sua casa sulla salda roccia della fede, che è relazione con Dio, quella relazione che è per eccellenza relazione con un "partner", cioè con uno che si relazione sempre con noi nella libertà e nella reciproca fiducia. Poi c'è purtroppo chi pensa che Dio abbia bisogno di essere asservito e "comprato", cioè che bisogna "accontentarlo" per comprarsi la sua grazia. E questa purtroppo è una casa costruita sulla sabbia, perché non considera all'interno della relazione con il Signore, la propria umanità e la propria dignità. E questa casa, prima o poi, crolla. E questo semplicemente perché chi è saldo nella relazione con Dio, è saldo nella sua fede e pur soffrendo, trova in Lui la sua forza. Chi invece pensa di doversi sempre umiliare e abbassare, in realtà non è sicuro delle basi su cui ha fondato la sua vita e facilmente cade in disperazione. Ecco perché vale poco gridare a gran voce invocando il Signore, per far vedere quanto siamo devoti. Chi ha una vera relazione con Dio, intessuta del dialogo quotidiano, ovviamente grida al Signore, come succede in ogni normale relazione, ma non è un'invocazione per una conquista, perché sa di essere amato e resta saldo, al di là dei momenti più o meno difficili che possano presentarsi. Stare in piedi dunque significa avere bisogno di Dio e avere un sicuro rifugio in Lui, anche quando la nostra ragione viene vinta dall'insicurezza. Lì, in mezzo, c'è lo spazio della fede.



 

giovedì 19 novembre 2020

aprire quando bussa

 


Lc 19,41-44

Ci sono visite e visite. Ci sono quelle visite veloci, ultimamente molto risicate per ovvi motivi, in cui uno passa a casa tua per un caffè, per scambiare due parole, per aggiornarti sulla vita... non che non siano importanti queste, tuttavia poi ci sono quelle visite, talvolta inaspettate, di persone da tanto tempo attese, o da tanto tempo assenti oppure semplicemente di persone importanti, visite alle quali ci prepariamo, pulendo la casa, cucinando, mettendo vestiti belli. 

Ti ricordi quando il Signore ti ha visitato con tutta la sua forza e questa visita ha lasciato il segno in te? Che ricordo ne hai? Hai saputo riconoscere quel momento in cui lui ha bussato alla tua porta, per trasformare la tua vita? Non andare solo a sbirciare nei tempi di emozioni interiori, di luce particolare, prova a vedere anche nei momenti di sofferenza, di confusione. Sono tutte possibili visite di Dio. E sono da riconoscere. Di fatto ci cambiano l'esistenza. 

Nel Vangelo di oggi Gesù piange su Gerusalemme. La sua città amata non ha aperto la porta, non ha riconosciuto il tempo della Visita, quella con la V maiuscola. Ecco perché Lui già sa come andrà a finire. Il problema in realtà non è che Gerusalemme in futuro verrà assalita e distrutta. Il problema vero è che lei non aveva riconosciuto il tempo della visita e non ha la forza interiore per restare incolume contro ogni avversità. Perché nella vita avvengono inevitabilmente le distruzioni, le sconfitte, ma la memoria della Visita è fondamentale per non soccombere. Le tempeste della vita talvolta ci fanno cadere a pezzi ma la fede, quel frutto prezioso, sebbene spesso tanto piccolo, quasi come una calìa d'oro, fa sì che la nostra vita invece di subire la morte, si rinnova. Non resta che drizzare le orecchie e aprire, quando Lui bussa. 







domenica 25 ottobre 2020

amare il presente e il futuro


 

Mt 22,34-40

Non mi sembra ci sia una particolare necessità di scervellarci oggi davanti a questo brano di Matteo. Anzi, è una parola che sta molto interpellando il nostro oggi. Gesù ribadisce il comandamento dell'amore. Mai come in questo periodo, abbiamo la possibilità di far vedere quanto ci vogliamo bene e quanto teniamo al nostro fratello oltre che a noi, rispettando le indicazioni che ci vengono date, per una vita il più possibile sicura e a tutela di tutti. E' interessante in questo contesto riprendere ciò che Gesù dice per ultimo: da questo dipendono tutta la legge e i Profeti. Cosa significa questo per noi? La legge è per l'uomo e non l'uomo per la legge. La fede, in mezzo a tante critiche giuste o ingiuste, non entro nel merito, ci riporta all'unica cosa necessaria: all'accoglienza di ciò che ci viene chiesto, detto, nella fiducia che, anche se non piace a noi o non ci convince, possa essere essenziale o perlomeno utile. Sì, questo è l'atteggiamento di fede, che segue al nostro ragionamento e lo rende fecondo nell'ottica della salvezza. Dunque, occorre credere che tutto ciò che ci viene chiesto, è per noi, per il nostro bene. I Profeti, è uno sguardo gettato verso il futuro. Si ama per costruire un futuro, si vuole bene, per far durare nel tempo la vita. E, come sempre è stato nella storia dell'umanità, ciò che oggi viene profetizzato, ciò che oggi può essere proiezione verso il futuro, non sempre sarà capito. Si capirà dopo, al presentarsi di questo futuro. Sarà interessante guardarci indietro tra qualche anno e vedere quali cose che oggi restano considerazioni e tentativi, sono delle vere profezie. Lo sapremo, se vogliamo vivere credendo che attraverso ogni circostanza, il Regno di Dio si realizza. E sta qui il senso del comandamento dell'amore. Direbbe san Paolo: affinché Dio sia tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28). Intanto a noi il nostro presente. Il presente in cui amare. 





sabato 8 agosto 2020

sempre la stessa storia

 Mt 17,14-20

Una reazione tanto simpatica, quella di Gesù nel Vangelo di oggi, tanto umana e tanto conosciuta a ciascuno di noi. "Fino a quando dovrò sopportarvi?" Un Gesù scocciato insomma. Certo la scocciatura espressa con il linguaggio diverso da quello che quotidianamente usiamo noi, ma il senso resta lo stesso. Portatelo qui, ci devo per forza pensare io perché voi non ce la potete fare. E quindi la domanda che sorge è: ma poteva Gesù esigere dai suoi discepoli che facessero un miracolo? Dio davvero esige questo da noi? Probabilmente la risposta ciascuno di noi può trovarla da solo. Ciò che il Signore chiede ad ognuno di noi, in termini di fede, può essere diverso, perché ogni cammino è diverso e non ce ne sono due uguali. Ma la mancanza di fede che fa sì che non cresciamo, non avanziamo nel nostro cammino e solo continuiamo sullo stesso piano, che prima o poi, diventa piatto, è un ritornello ricorrente a cui corrispondono appunto le parole di oggi di Gesù. Uffa! Ma perché non fai quello sforzo di fede in più, che potrebbe cambiare la qualità della tua vita? La fede infatti non è l'andare in chiesa o il dire determinate preghiere, ma è la capacità di affidarsi completamente a Dio, quando le cose sembrano irragionevoli. E continuare a camminare, senza lasciarci portare dall'autocommiserazione, senza sederci per strada con la scusa di non riuscire perché "non capiamo". La guarigione, la liberazione dal demonio, nel caso del Vangelo di oggi, è un atto di fede. Non è magia, ma è fiducia, non sono formule da recitare, ma il cuore che si abbandona. Ecco perché, paradossalmente, la reazione di Gesù non è solo o non è tanto un rimprovero, quando un promemoria. Senza di Lui non possiamo far nulla. La fede è relazione con Lui, è capacità di ricorrere a Lui in necessità. E non potremo mai fare a meno di questa relazione. Anche perché questa relazione è quella che porta guarigione all'altro. Se ci fidiamo solo di noi stessi, ci indeboliamo e falliamo, e i miracoli non succedono. Mentre con quest'altra "storia di sempre", quella che ci fa tornare sempre a Lui, possiamo vivere nella certezza che nulla accade a caso e che, se glielo chiediamo, non saremo mai lasciati alle nostre sole forze. Ben venga allora la scocciatura che Gesù esprime, perché ci stimola a ritornare sempre a Lui! 

lunedì 3 agosto 2020

assenza di dubbi, assenza di fede

Mt 14,22-36
Di certo ciascuno di noi ha vissuto l'esperienza di quella sorta di "rimprovero", ricevuto da una persona per noi importante, di fronte ad un dubbio da noi espresso. "Come mai dubiti? Non ti fidi di me?" Ed è subito senso di colpa. Un misto di sentimenti che lo creano dentro di noi, di certo è frutto della relazione, di un intercorrere di reciproche attese, di giochi relazionali, di avvicinamenti e lontananze. Chissà se noi stessi o qualcuno per noi, abbiamo mai avuto il coraggio di scacciare il senso di colpa e di pensare che, se c'è il dubbio, è semplicemente perché c'è la fede, cioè nel contesto relazionale, c'è la fiducia, c'è il legame. 
Gesù fa esattamente questa domanda oggi, a Pietro, dopo averlo tirato fuori dalle acque, su cui egli aveva cominciato a camminare. L'iniziale atto di fede e di fiducia, lascia spazio alla paura, cioè al ripiegamento su se stesso, e sui limiti delle proprie possibilità, oppure su un'impossibilità... e immediatamente si sveglia la consapevolezza che senza di Lui non può nulla. Ritorna la fiducia nel Signore, viene la salvezza e arriva la fatidica domanda: perché hai dubitato? Cambierei questa domanda in: "dov'è la sorgente del tuo dubbio?" Gesù non fa la domanda per rimproverare la mancanza di fede di Pietro. Invece gli fa vedere come il ritorno a Lui è espressione di una fede che non cessa, nemmeno quando si affaccia il dubbio, frutto della debolezza umana. Se non ci fossero dubbi, significherebbe che siamo in una certezza assoluta, quella che non appartiene al nostro mondo. Se ci sono dubbi, sotto c'è la fede, anche se dovesse essere solo una scintilla. C'è. E questo basta.

sabato 27 giugno 2020

un deposito comune

Mt 8,5-17 


Ci deve essere sicuramente un deposito comune di fede nell'uomo, nella nostra natura umana. Sarà metafisica, sarà mistica, sarà istinto di autoconservazione della specie...non importa perché qualunque cosa sia, a livello fenomenologico, sicuramente è dono gratuito di Dio. Il fatto è che dall'impossibilità umana di dire: "sono perdonati i tuoi peccati" o "va’, avvenga per te come hai creduto", parte un filo sottile e robusto, che connette questa impossibilità alla necessità divina dell'amore che non può negare la sua natura e perciò salva. Sarà una specie di cordone ombelicale che ci collega tra noi e in cui fluisce la fede, in modo che chi è più paralizzato, ne riceva dai fratelli, e Dio fornisca la linfa della nuova vita.

martedì 19 maggio 2020

mi fa volare

Gv 16,5-11 

La tristezza si affaccia al cuore dei discepoli quando Gesù parla loro di doversene andare. Ma come? Non se n'era già andato una volta, morendo? Ora ci lascia di nuovo? E' la stessa tristezza che prova il figlio quando lascia la casa paterna, condivisa dal genitore che deve lasciarlo andare. Il genitore, Gesù, deve andarsene, deve fare un passo indietro, per far spazio a noi... affinché possiamo accogliere lo Spirito, che ci abilita a fare tutto ciò che Gesù stesso ci insegna. C'è un momento così nella vita di ogni famiglia, in cui il genitore fa un passo indietro perché comprende che, dopo aver trasmesso al figlio determinati valori, modi di vivere, ora deve lasciare che egli stesso si sperimenti nel vivere concreto. E' esattamente lo stesso meccanismo. Se non me ne vado non verrà a voi il Paraclito. Cioè non potrete tirare fuori dai vostri cuori quell'anelito e quella capacità di ricerca, che vi permetterà di essere amici dello Spirito e suoi seguaci. E' un Dio umile il nostro. "Scompare" dalla scena, per far passare il suo amico Consolatore. E ci dà tanta, ma tantissima fiducia, perché ancora una volta fa risaltare la nostra libertà e ci permette di essere adulti nella fede. Davvero, "ci fa volare", cioè ci fa compiere dei grandi passi  per la nostra vita e la vita del mondo, se lo vogliamo. Tra pochi giorni si rinnova per noi il dono dello Spirito. Gioco eterno tra la lontananza e la vicinanza di Dio. Spalanchiamo i cuori, per averli pronti, quando verrà! 

sabato 18 aprile 2020

sfidare la durezza

Mc 16,9-15


Gesù è risorto. Tutto chiaro ora no? La tomba è vuota, lui si aggira in mezzo alla gente, apparendo di qua e di là... eppure no! Ancora non sembra tanto chiaro. Tant'è vero che in 6 versetti del Vangelo di oggi, tra volte si parla dell'incredulità. E' la solita capa dura, che riguarda ogni essere umano. Oppure, detto in parole erudite, è la sclerocardia, quindi non tanto capa, quanto cuore. Sorrido dentro di me, pensando a tutte quelle volte che Lui stesso, prima della passione e della morte, chiese ai suoi discepoli, compiendo dei segni "ancora non avete compreso?". Ebbene, ora che è tornato in vita, pare che ancora non abbiano capito. E' la durezza del cuore che non permette di credere, nemmeno di fronte alle evidenze. Dobbiamo ammetterlo, noi abbiamo attribuito l'incredulità a Tommaso, però sembra che egli abbia avuto un bel po' di compagni... e ci siamo senz'altro anche noi. Da cosa è data la mancanza della fede o/e della fiducia? Tornando a guardare il nostro quotidiano, tante possono esserne le cause. Spesso non si crede perché siamo dei razionalisti e quindi se non ci sono prove matematiche, non tornano i conti, non può essere vero. Altre volte non crediamo, perché in realtà abbiamo vissuto molte delusioni nella vita e, essendo tendenzialmente idealisti, perdiamo la fiducia e non la diamo facilmente, per non essere feriti di nuovo. Poi c'è la mancanza di fede che viene dall'insicurezza. Perché ciò che oltrepassa i dati della logica, ci mette a contatto con una cosa inaspettata e imprevista e potremmo non essere proprio dei maestri nel gestire queste dimensioni. Oppure queste (e altre) cause si abbinano i noi a seconda dei tempi e delle circostanza. Una cosa è certa. La Pasqua è l'evento che più di tutti ci chiede di sfidare la durezza del cuore, che causa l'incredulità. Perché Dio può ogni cosa, se solo l'uomo glielo permette. E quando davvero sembra non ci siano più speranze, c'è la risurrezione. Oppure, dove veramente non sappiamo come fare, ci dice la Scrittura, si ricorre alla preghiera e la digiuno (cf Mt 17,21 e... non necessariamente digiuno inteso come quello dal cibo). Allora ecco, alle porte della Domenica della Misericordia, forse il Signore ci chiede di andare dentro di noi o/e di scrutare anche nella nostra vita relazionale, quelle zone di durezza che ognuno di noi porta in/con sé. E di sfidarle. Sarà un buon modo per chiedere che si riversi su di noi la misericordia, quando sapremo indicare: ne ho bisogno qui e qui, questi i luoghi della mia debolezza. Perché sappiamo che ciò che è più duro, è atrofizzato e spesso è anche più fragile, mentre di certo le nostre sclerocardie, sono zone di fragilità. Guardiamole in faccia, sarà già un primo passo importante per celebrare ancora la Pasqua. 







sabato 21 marzo 2020

dritto al cuore

E' la più bella domenica della Quaresima, quella che ci chiama ad essere gioiosi per la vicinanza della Pasqua, difatti si chiama laetare, cioé rallegrati. Forse non ci viene per nulla da rallegrarci quest'anno... eppure c'è una chiamata alla gioia anche in questa quarantena. La Parola di Dio oggi ci manda tanta, ma tanta luce. Davide, il più piccolo e il meno indicato a diventare re, nella prima lettura viene esaltato. Il più semplice e quello non considerato... La seconda lettura ci porta sempre sulla scia della semplicità ad accogliere la luce, e a condannare tutto ciò che è tenebra, peccato e a farlo apertamente e risolutamente. Saper fare questo è già anticipazione dei frutti della Pasqua, e se noi oggi ancora scegliamo di agire così, siamo già nella Pasqua e anche oltre. E infine il lungo brano del Vangelo di Giovanni sul cieco nato che ritorna alla luce, ritorna a vedere. All'inizio del brano vediamo rispecchiata la mentalità israelitica del tempo: se uno è nato cieco, sarà colpa dei genitori che hanno peccato (idea che tra l'altro si protrae ancora tanto nel tempo, nella storia della Chiesa, fino a sant'Agostino incluso!). Speculazioni sulla sua nascita, poi speculazioni sulla sua identità: è quello che chiedeva l'elemosina o no? Speculazioni circa l'accaduto, l'evento in cui egli ha recuperato la vista... tanti raggiri mentali, tante tenebre dietro: leggiamo che i farisei avevano già deciso tra loro che chi riconosceva Gesù come Messia, sarebbe stato allontanato dalla sinagoga. La paura, persino nei cuori dei genitori del guarito. Il non voler parlare. E il protagonista si ritrova solo, quasi a doversi difendere da chi lo attacca, per trovare i motivi per sollevare il polverone. E, in mezzo a questa confusione, la magnifica capacità di dire solo quel che va detto, dell'ex-cieco: "se sia un peccatore non lo so. una cosa so io: ero cieco ed ora ci vedo". Nessun raggiro mentale, nessuna voglia di giustificarsi di fronte a chi lo accusa, nessuna parola in più. Solo l'oggettivo accaduto. Frutto della luce che l'ha raggiunto nella guarigione. Quando la luce di Dio comincia a penetrare nella vita di una persona umana, a dispetto di tutti coloro che potrebbero anche volerlo ferire e mettere alla prova, egli non si sbilancia... perché la forza di Dio è con lui. E infatti, pian piano che la luce avanza dentro i nostri animi, tutta la nostra persona si semplifica. Non cerca più giustificazioni davanti alle accuse ingiuste, non cerca tante parole, va dritto al cuore delle questioni. Sa che il resto è opera delle tenebre. Speculazioni, pettegolezzi, raggiri vuoti... non servono al discepolo di Gesù. Ed egli, anche se cacciato fuori, sa credere con semplicità e con semplicità confessare io credo. Ed è esattamente da qui che poi sgorga il laetare,  a cui ci invita la chiesa oggi. Dalla fede, che, man mano che si semplifica, diventa capace di scorgere la presenza di Dio anche nella quarantena. E produce gioia profonda, (non vuota allegria) anche laddove si fatica. 

martedì 20 novembre 2018

una vista superiore

Si tratta sempre della vista... ieri il cieco di Gerico che pur non vedendo, ha fissato gli occhi più profondi  in Gesù e non ha smesso di gridare finché il Signore non l'ha ascoltato... eh, si, forse vedeva meglio di quanto ce lo potremmo aspettare! 
Oggi Zaccheo che per vedere sale sul sicomoro e,  se anche fosse salito lì per curiosità, lo sguardo di Gesù rivolto verso di lui, gli ha fatto cambiare la rotta... La salvezza per tutt'e due! 
Dicono che una cosa è la fede e un'altra è la visione. Ma la fede ha occhi che scorgono molto di più di quei due di cui è dotato il nostro corpo. Questi occhi vedono la salvezza e permettono di correre nella sua direzione.  Ci doni il Signore gli occhi che penetrando la realtà, saranno in grado di scorgere in essa i segni dell'opera salvifica a cui siamo chiamati a collaborare, guardando nella fede quei frutti che sono già e non ancora. 

domenica 2 settembre 2018

questione di coerenza

Mc 7,1-8.14-15.21-23

Tanti discorsi nei nostri giorni si fanno sui giovani, sulla loro vita distratta, persa, senza direzione, senza valori. Tra i credenti tante parole si dicono sui giovani che "non vanno più in chiesa": affermazioni fatte spesso con tanto di meraviglia sul volto... 
Forse in tutte queste lamentele, bisognerebbe alle volte, appunto come dice Gesù, guardare a ciò che "esce da noi", cioè quanto noi siamo testimoni coerenti della bellezza della vita, della fede ecc. Resta sempre facile criticare senza una vera e propria presa di responsabilità. E la responsabilità più grande è proprio questa: iniziare ad essere coerenti nella vita. Di modo che ciò che diciamo, divenga coerente con ciò che effettivamente facciamo, gli atteggiamenti che assumiamo. E questo soprattutto quando ci permettiamo di criticare, perché la critica è un'altra di quelle cose che "escono da noi" e che ci qualificano senza che ce ne accorgiamo. Si, purtroppo spesso le persone giovani o meno, quando si chiede loro perché si allontanano dalla chiesa, dalla fede oppure perché non si avvicinano ad un'esperienza religiosa, spiegano che non vedono la coerenza tra le parole e le opere. E preferiscono fare del bene senza fare il chiasso, fuori. Giustamente. Come vediamo dalla Parola di oggi, così era nei tempi della vita terrena di Gesù, e così è anche oggi. E come ieri, così anche oggi, la responsabilità, prima di essere collettiva, è personale. 

domenica 15 aprile 2018

mangiare per credere

Lc 24,35-48
Possiamo vederci anche tutti i giorni, salutarci, scambiare due parole, prendere lo stesso autobus, frequentare gli stessi studi o lavorare nello stesso posto... ma, diciamoci la verità: finché non scatta l'invito ad andare a prenderci qualcosa insieme, noi non siamo amici.
Mi viene da sorridere quando leggo il Vangelo di oggi. Arriva Gesù: pace a voi, e hanno paura. Continua mostrando loro il corpo coi segni della passione, impazziscono di gioia... cmq non riescono né credere, né ragionare. Chiede di mangiare qualcosa di ciò che hanno, improvvisamente, nel chiacchierare mentre mangia, le loro menti si aprono. No, per carità, non voglio dire che il suo prendere il cibo abbia aperto le menti dei discepoli, questa sarebbe una forzatura. Ma certamente c'è qualcosa di magico nel mettersi insieme e mangiare. Un sentimento di fraternità che con nulla si può paragonare. Perché uno che mangia con te, davanti a te, è uno che da te si lascia nutrire, è uno che ha bisogno di te, è amico, perché si rende vulnerabile e bisognoso. E allora quel che dice acquista valore a partire dalla sua persona, dal riconoscimento di quello che egli è, amico, fratello. L'incontro così porta la gioia, porta il tratto di intimità. E allora la gioia della risurrezione diventa credibile, perché quello stesso Maestro che camminava con loro, ora è qui che mangia con loro. Non dunque un fantasma, né un essere irraggiungibile, ma sempre Lui, anche oltre il potere della morte. Sempre lui che è disposto a venire da me, sedersi con me e chiedermi da mangiare. Sì, quando mangiamo insieme tutto è più credibile, perché più semplice. Da qui al farsi mangiare, rimanendo per sempre presente nel segno del Pane, è solo un passo. E questo è il vero presupposto della vita da risorti.