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giovedì 6 aprile 2023

il sapore del pane

Giovedì Santo

La fame. Una condizione del nostro corpo che noi, da questa parte del mondo conosciamo oggi poco, ma forse in questa quarantena segnata dal calo economico, qualcuno un po' di più... Per la maggior parte conosciamo il languorino che si fa sentire quando il livello di zuccheri nel nostro sangue si abbassa a tal punto da segnalare al nostro sistema nervoso che bisognerebbe mangiare qualcosa. Ma in fondo è più questo: vedi di mettere qualcosa nello stomaco. Non: cerca qualcosa da mangiare altrimenti muori. E penso a tutti quelli che al Sud del mondo non sanno cosa sia il languore, perché non conoscono la sensazione della sazietà. Si sa, le due cose vanno in coppia, come molte altre nella vita, e senza conoscere una non puoi conoscere o accorgertene dell'altra (tipo il cieco nato non sa cosa significa vederci). Mangiare significa alla base una cosa: vivrai ancora (fisicamente). Mangiare in compagnia significa: vivrai ancora da persona umana, in relazione. Dar da mangiare è l'espressione più basilare dell'affetto, come fa la madre col suo figlio appena nato. Dar da mangiare se stessi significa: io ti amo e farò di tutto affinché tu non muoia, a costo di sacrificare me stesso. Questo è esattamente quello che fa Dio per noi. E lo fa proprio perché delle volte non sappiamo nemmeno di avere fame. Oggi è giovedì santo. Cristo si spezza per noi, per ricordarci la nostra fame. Si presenta sul piatto della mensa, sperando di risvegliare la nostra fame di Lui, della pace, della fratellanza. Per ricordarci quel sapore del pane fresco, genuino, che riveste la nostra vita di sentimenti di serenità, di reciproca accoglienza. Oggi è la giornata per tenere in bocca, e nella nostra memoria affettiva il sapore del Pane spezzato per noi. Possiamo guardarlo, possiamo sentire il profumo, possiamo infine sentire il suo sapore, assaggiandolo o divorandolo, secondo la misura del nostro "digiuno". Buon giovedì santo, allora, dal sapore del pane che sa di un'infinita nostalgia della vita. 

martedì 27 dicembre 2022

corse natalizie, corse pasquali

Gv 20,1-9

Quanto corriamo di solito quando abbiamo a che fare con un evento particolare? Se pensiamo che ormai si dice spesso che "corriamo sempre", figuriamoci, se deve succedere qualcosa di particolare, una festa, un evento per cui ci teniamo. Quante energie mettiamo nella preparazione di esso... Forse però non viene da correre o da affrettarsi, quando andiamo a trovare un caro defunto al cimitero, soprattutto se è appena scomparso. Probabilmente anzi, il cuore si sente appesantito e non sappiamo, dal punto di vista emotivo, cosa può comportare una tale visita. In effetti, nemmeno Maria di Magdala corre al mattino verso il sepolcro (perlomeno non da quanto vi riferisce Giovanni). Invece comincia a muovere le gambe, quando non trova più il corpo di Gesù. Ecco che comincia a correre. Cercava un morto ed egli non c'è. Si interrompe una depressa quiete delle giornate lunghe e insopportabili dopo la morte di una cara persona. Si interrompe bruscamente e succedono delle cose strane. Il lutto è lì, già iniziato, la persona umana vive anche dal punto di vista psicologico il suo processo di accoglienza e di riconciliazione con una grave mancanza. Ed improvvisamente: si corre! La tomba è aperta, il corpo non c'è. Sconcerto, confusione, disperazione, insicurezza: tutti questi sentimenti fanno sì che si corre, si cerca aiuto. Appare una necessità quasi fisiologica di condividere questo fatto con gli altri, immediatamente, affinché ci si aiuti nella lettura del fatto. Ma gli altri hanno bisogno di vedere anche loro, per poter procedere ad una valutazione. Quindi probabilmente non è che Pietro e Giovanni non credono alla donna che li precede al sepolcro, è che hanno proprio bisogno di prendere le loro misure, o meglio, affrontare di persona il dato di fatto, per poi poter procedere a dargli un nome. Corre Giovanni: snello, veloce, davanti al sepolcro frena e viene sopraffatto dallo sconcerto. Corre Pietro: più lento, arriva dopo, ma senza indugio entra nella tomba e costata fino in fondo il fatto che Gesù non è più lì! Corrono i pensieri, i sentimenti, saltano fuori i ricordi, le parole udite: il Maestro aveva parlato del fatto che sarebbe risorto. E non si sa come calmarsi. Non ci sono punti di riferimento. Se anche aveva detto che sarebbe risorto, non si capisce cosa significhi, non ne esiste nessuna esperienza. Si va, si torna al e dal sepolcro, c'è chi si ferma e chi se ne va. Il NUOVO che improvvisamente entra nella storia, nella vita di ognuno dei "corridori"... sconvolti da questa novità. 
E a noi, quanto ci fa correre il Natale, la Pasqua? Lasciamo da parte finalmente tutte le frenesie di preparazione alle feste, le scadenze ecc. Quanto ci smuove interiormente, l'andare incontro al Signore appena nato e poi risorto? 

lunedì 9 agosto 2021

accesi o spenti?


Mt 25,1-13 

Non leggi anche tu qualcosa di strano in questa parabola? A me fa l'effetto quasi di imbarazzo o comunque mi ci soffermo e dico: mah, strano tutto ciò. Lo sposo prima tarda, poi non aspetta le ritardatarie e gli chiude la porta. Le vergini cosiddette sapienti, si fanno esclusivamente i fatti loro senza pensare ad aiutare le altre. Quelle che stanno lì aspettando senza olio... stendiamo un velo pietoso. 
Una serie di situazioni paradossali per noi che ragioniamo per logica e in maniera lineare. Certo, per capire meglio quello che l'Evangelista Matteo ci propone, bisognerebbe comprendere meglio le usanze del tempo e della sua cultura e magari allora si spiegherebbero molte cose. Tuttavia il nostro sguardo va più in profondità, nella profondità della nostra vita. Lo Sposo che tarda possono essere tutti i nostri piani che non si realizzano secondo il calcolo matematico da noi predisposto, che fanno i conti con gli imprevisti. Quando chiude le porte a chi non ha l'olio, è perché la vita non obbedisce a noi e ci vuole trovare pronti, perché il Signore passa laddove e quando meno ce l'aspettiamo. Le vergini sapienti possono essere tutti quegli aiuti che ci aspettiamo ma che non riceviamo, possono generare la delusione, ma ci ricordano le nostre responsabilità e ci restituiscono il fatto che siamo noi ad essere i primi responsabili per la nostra felicità. Infine attendere senza olio... fa pensare a un certo "tipo di fede", vissuta in attesa della salvezza che ci cade addosso, cioè quel "Dio ci penserà" detto senza impegno e con la pretesa di essere graziati in automatico. Ecco dunque la scelta: vivere spenti, cioè sempre in attesa di qualcosa che non arriva, senza attivarci, senza vigilare, senza gustare la dinamica della vita, e quindi esporci al non-senso. Oppure vivere accesi: vigilanti, flessibili, pronti a cogliere il bello in ogni cosa, pronti a raccogliere l'opportunità anche in mezzo alle difficoltà, con i piedi sempre in cammino, per andare verso le nozze, già qui in terra e poi quelle eterne. E il pensiero va inevitabilmente verso Edith Stein che la Chiesa festeggia oggi, patrona d'Europa. La sua esistenza sempre contrastata e martirizzata, eppure splendente, infiammata d'amore per Dio e per i fratelli. Vita infiammata che finisce trasformando il suo corpo in cenere, per amore. 






sabato 27 marzo 2021

lineare o circolare?



Gv 11,45-46

Mi piace osservare oggi come funziona il ragionamento, non solo quello dei protagonisti del brano del Vangelo di oggi, ma anche molto spesso il nostro. Spunta qualcosa/qualcuno che ci inquieta, prima facciamo finta di nulla, ma quando le cose cominciano a sfuggire di mano, quando gli eventi precipitano, comincia il pensiero lineare. Se lasciamo le cose così, succederà questo e questo. Semplice logica consequenziale. Spesso vera, perché tutti, come già detto, funzioniamo più o meno così. Poca strategia, molta prevedibilità nei capi dei sacerdoti e farisei: verranno i Romani e ci faranno fuori. La paura, l'ansia: emozioni e sentimenti mossi dall'esperienza passata e dalle previsioni future. Siccome sempre funziona così, anche questa volta andrà così. Ergo, bisogna agire in modo che questo non succeda, perché sarà un male. Sarà una morte. 
La linearità umana, che è spesso anche espressione di istinto di sopravvivenza, viene invece abbondantemente sconfitta in questo tempo pasquale. Dio ci fa vedere che quello che è posto tra le sue mani, prescinde dalle logiche lineari con cui giudichiamo gli eventi. Semplicemente perché, se la nostra esperienza umana ci parla di una vita che porta alla morte, l'eternità per la quale siamo creati ci parla di una breve vita che passa per la morte e rientra nella sua essenza, questa volta per sempre. Vita - morte - vita. Se vogliamo proprio provarlo, anche nella natura succede così, anche se agli occhi del nostro essere, bramoso di sperimentare, non è facile vedere e accettare la logica circolare che sta dietro all'agire di Dio. Dunque sì, non è bene che uno come Gesù faccia casini, altrimenti il popolo ebraico finisce (cioé muore!). Meglio dunque che muoia uno perché così vengono annientate le sue opere e (linearmente parlando), tutto passa, ci dimentichiamo e andiamo avanti. Eppure no: metteranno Gesù alla morte, ma ritornerà alla vita. E questi sono veri casini ora! Non finisce ma ritorna a vivere! E si trascina dietro la gente, che comincia a credere in questa logica. Logica nella quale ci tocca anche vivere il tempo della quarantena, se siamo davvero cristiani, uomini e donne della risurrezione. Ecco davanti a noi la Settimana Santa, tempo per rinfrescarci questa fede nella poca logicità e linearità, per la quale siamo stati creati. 

domenica 21 marzo 2021

di che morte morire?

 



Gv 12, 20-33

In questi giorni ho letto un testo in cui qualcuno faceva notare, come per far venire fuori qualcosa di bello, di prezioso, di importante, precede sempre un po' di sofferenza, di travaglio, come ad esempio nel parto. E fin qui ci siamo. Questo significa morire un po', per rinascere, per donare la vita. E questo morire, ci fa paura ecco perché spesso scappiamo dalle scelte significative, dalle decisioni che comportano appunto di saper selezionare una cosa e scartarne un'altra. Non vorremmo mai sentire questo piccolo pungiglione al cuore, che ci parla di una perdita. Che ci parla di un sacrificio di noi stessi. Eppure, se cambiassimo la prospettiva, vedremmo questa piccola perdita come una rinuncia PER, per qualcosa di più grande e bello. Infatti, spesse volte il non scegliere, non decidere, porta invece a qualcosa di molto più doloroso: allo sfiorire interiore, a una sorta di morte spirituale, che non ci permette di risplendere. Questo è il senso del chicco di grano che cade in terra. Rimane solo e va verso la disintegrazione, se la sua sostanza non comincia a "morire" per trasformarsi e dare frutto, il bene più grande, quello che rimane. Dunque, la domanda conclusiva oggi è proprio quella proverbiale: "di che morte vuoi morire?"







lunedì 28 dicembre 2020

To be or not to be


Mt 2,13-18
Quando un bambino è piccolo, noi percepiamo fortemente il suo esserci, ma ancora non tanto il suo essere...è normale perché il suo esserino deve ancora crescere e cominciare a formare ed esprimere i tratti personali, che gli faranno distinguere chiaramente dagli altri. Forse per questo, come dice il Vangelo di oggi, una madre di fronte alla scomparsa del suo figlio, sente che lui "non è più". Di fronte alla morte dei bambini, quando scompaiono tante vite piccole ed innocenti, ancora tutte in potenza, non possiamo non fare una riflessione sull'essere del nostro mondo. Privare i bambini di vita e della possibilità di crescere significa condannare il mondo al "non essere", che è molto peggio del "non esserci", cioè non rendersi presenti. Dio è colui che è e in Lui tutto esiste, anche ciò che noi volontariamente o meno, annientiamo.  E vuole che noi tutti siamo e ci siamo! A noi dunque, la decisione sul "TO BE OR NOT TO BE", nostro e quello del nostro mondo.

martedì 15 settembre 2020

il ritorno della bellezza


 Gv 19,25-27

Vi propongo oggi questa meditazione, lettura spirituale del brano di Maria ai piedi della Croce.

Qualche anno prima, si erano ritrovati davanti a lei in quella sala nuziale, tremando, dicendo che stava finendo il vino. E forse lei non sapeva nel primo momento se era un bisogno o un desiderio. L’essenza del momento più bello della vita di una persona, conditio sine qua non, la bellezza stessa. La bellezza… è un desiderio di cui abbiamo bisogno ed è un bisogno che desideriamo. Un cuore leggermente spento, se conserva la nostalgica nota attraverso la quale desidera il desiderio, è sulla strada verso la bellezza. Madre del desiderio sei allora, Maria, colei che precede il vuoto che si sta creando. Stabat Mater: il tuo posto fisso è lì, ai piedi della Croce. È proprio lì che tu guadagni per noi questo desiderio che tante, troppe volte è lucignolo fumigante, nelle nostre vite distratte dai vuoti che non colmano il cuore. Il bisogno più grande, tu lo intuisci così: non fuggi dalla croce. La bellezza ora ha sembianze di ecce homo, uomo morente e senza confini. Ritorna attraverso la tua maternità, la dignità di ogni persona umana, ritorna l’inequivocabile verità sulla bellezza che risiede in ciascuno di noi. Alzare il capo per vedere tuo figlio che muore per ridare la bellezza a tutto il mondo, alla storia. Far violenza al nucleo della propria maternità. Sentire la spada trafiggere il cuore. Scopri che la tua missione non era affatto compiuta con il dare al mondo il suo Redentore. E non termina nemmeno con il suo: Donna, ecco il tuo figlio. La missione è compiuta quando tu e Lui, due vite distrutte, rovesciate più o meno consapevolmente la logica della morte. Due corpi martoriati, di cui uno morente, immagini di bellezza che rinasce oltre ogni aspetto estetico. Lì, sul colle del Golgota, tu hai alzato lo sguardo per contemplare tra le lacrime, il volto sfigurato di Lui, precedi il vuoto che si sta creando. Precedi, con il tuo atteggiamento, ciò che non è stato intuito subito dopo la sua crocifissione e non viene intuito nemmeno oggi, tante volte. Ti accorgi che ciò di cui abbiamo più bisogno, quel desiderio dei desideri, si nasconde nel brutto. Si sta facendo buio su tutta la terra, per far risplendere la Luce con ancora più forza. Non desidereremmo la vita, se non avessimo dentro la nozione della nostra mortalità. Non potremmo mai vedere e apprezzare la bellezza, se non conoscessimo, per contrasto, la bruttezza. Sono contrasti a cui non badiamo, quando il vuoto si affaccia ai nostri cuori. Eppure è possibile non vedere nulla per eccesso di luce. Non sentire più nulla per eccesso di dolore. E proprio laddove ci sentiamo incapaci di provare alcun sentimento, quando i sensi si mettono a tacere, la bellezza e la vita esplodono: anche in mezzo all'orrore e alla morte. Probabilmente qualche esperto della vita spirituale lo chiamerebbe purificazione, oppure notte dei sensi. Ma quando quel dolore generativo diventa esperienza dello spirito e persino della carne, si comprende quanto è limitante vestire di parole un’esperienza. Le nostre lingue, soprattutto quelle moderne, quelle che con sfrenata corsa scappano dalle espressioni che chiamano per nome la sofferenza, fingendo che da essa si possa fuggire nella vita, arrivano solo fino a un certo punto. Dopo resta solo lo spazio di silenziosa condivisione di quello che succede nell’animo umano. Linguaggio oltre ogni linguaggio. 


giovedì 21 maggio 2020

trasformazione

Gv 16,16-20

Sicuramente oggi anche tu hai qualche tristezza dentro di te. Se non una che ti opprime, una importante, probabilmente ne hai una piccola oppure una che ti porti dal passato, tipo quella tristezza che ti viene, quando ti ricordi una cosa, una persona, un evento... un qualcosa che punge al cuore. E' segno che sei tu il destinatario delle parole di Gesù di oggi nel Vangelo. Perché la sofferenza, ogni sofferenza, è destinata ad essere tramutata in gioia, nella misura in cui in essa entra la grazia di Dio. Ci sono quelle tristezze grandi, che sembra non possano essere colmate, ad esempio la persona cara che se ne va... al momento quando succede, pensiamo che ci stia crollando il mondo addosso e che non riusciremo mai a tornare alla vita normale. E invece nella maggior parte dei casi succede il contrario e molte volte la memoria che conserva il bene, l'amore ricevuto, trasforma l'esperienza del dolore, nel calore che si infonde nel cuore al pensiero della persona amata. Altre volte il pensiero di questa persona, ci sprona ad essere coraggiosi, migliori, a interrogarci... ecco che la tristezza si trasforma in gioia, non quella euforica che è risata superficiale, ma quella profonda, che ci fa tornare alla consapevolezza, che anche nel dolore, c'è un senso. E questa è la vera gioia, perché è risposta alla domanda sul male e sulla morte, la rassicurazione che esse non hanno l'ultima parola. E se non l'hanno oggi, possiamo già gioire per quel domani, che sarà il giorno dell'Eternità. Lo Spirito che presto ci verrà in dono, ci porta proprio lì. 




giovedì 14 maggio 2020

amare a distanza

Gv 15,9-17

Forse in questo tempo abbiamo sperimentato con più forza cosa significa la distanza fisica nelle relazioni umane. Proprio ieri stavo riflettendo su come mutano le relazioni, quando non ci si rapporta di persona, ma solo tramite i mezzi di comunicazione, i più svariati. Come suona in questo contesto che stiamo vivendo, il comandamento dell'amore del prossimo? Amarci gli uni gli altri, come ci ha amati Lui... Cosa significherà mai? C'è da tenere presente che, sebbene Gesù storico, uomo che ha calpestato questa terra, non ha potuto incontrare tutti gli uomini, di certo egli ha pagato in prima persona, proprio con la sua vita fisica, cioè morendo. Il suo amore non ha raggiunto solo una mortificazione interiore, una sofferenza morale, spirituale, ma proprio la morte corporale. Cosa abbiamo sperimentato in quarantena, dovendoci rapportare sempre con le stesse persone? Come abbiamo mantenuto  i nostri affetti con le persone a distanza? Cosa è risultato più facile? 
Di solito si dice che è facile amare a distanza. Certamente, perché anche nell'amore ci deve essere una giusta distanza, e lo capiamo se ricordiamo i momenti in cui in stretta quarantena ci venivano i nervi di fronte alla nostra stessa famiglia, perché magari non la sopportavamo più. L'amore ha bisogno di vicinanze e lontananze. Stare insieme, sempre vicini, soffrendo, anche questo può essere un modo per dare la vita, anche se alle volte sembra che ce la stiamo togliendo a vicenda, che "non respiriamo più", esperienza anch'essa di quell'oblazione che Gesù ha compiuto sulla croce. Nell'esigenza interiore che abbiamo, quella di amare e quella di essere amati, possiamo trarre molti insegnamenti sia dal dover amare a distanza, sia dal dover amare ad eccessiva vicinanza. Ciascuno di noi puoi misurarsi con le dimensioni della propria capacità di amare. E forse proprio riflettere su questo, potrà dare un nuovo sapore a quando potremo abbracciarci di nuovo...




martedì 21 aprile 2020

da dove vieni? dove vai?

Gv 3,7-15 

Certo che il discorso che Gesù sta facendo a Nicodemo, può risultare ancora incomprensibile. Ed è anche legittimo che sia così. Egli infatti all'improvviso gli presenta un'entità che è completamente nuova, quella dello Spirito. E lo Spirito porta con sé una nuova logica, completamente diversa dalla logica di chi, facendo riferimento alle proprie origini, tutto vede attraverso di esse. L'uomo anzitutto fa esperienza della terra, dell'appartenenza al mondo materiale ed è per questo, specie a quei tempi, quando certe filosofie e religioni ancora non c'erano, che si percepisce in una logica lineare. Nascita - crescita - maturità - vecchiaia - morte. Non vi rientra nessuna rinascita, in questa sequenza di eventi della vita, che fanno riferimento quasi esclusivamente alla vita corporea. Ma esiste un'altra vita... ed è quella che a volte ci fa ringiovanire e altre volte ci fa diventare vecchi prima. 
Lo Spirito, dice Gesù, non sai da dove viene e dove va. A noi sembra di sapere già, appunto da dove veniamo e quindi dove andiamo, secondo la logica della sola carne. Eppure  la domanda sulle nostre origini è sempre trampolino di lancio verso la risposta o le risposte su dove realmente andiamo, che direzione prendere. Se scadessimo nella sola logica di appartenenza alla terra, non conterebbe praticamente null'altro, ma lo Spirito c'è. E ci spinge oltre questo, secondo quanto dicevamo ieri, che la rinascita dallo Spirito non conosce l'età ed è possibile sempre. In pratica cosa significa tutto questo? Che c'è sempre qualche passo in più da fare. Ma occorre avere coraggio di fermarsi a guardare negli occhi del Signore, anche quando ciò che "sentiamo" ci pare incomprensibile. E' di solito lì, che ci viene chiesto un passo in più. E questo passo può riguardare qualsiasi dimensione della nostra vita, che oggi non riusciamo ad inquadrare con le nostre logiche. 




giovedì 2 aprile 2020

fermarsi o proseguire?

Gv 8,51-59 

Andiamo ancora avanti con lo stesso passo del Vangelo. Sembra che ciò che sottolineavamo ieri, cioé un viaggiare su due binari paralleli, si stia solo accentuando, rendendo impossibile non solo ormai un dialogo, ma anche una serena conclusione del discorso. Così pare quando leggiamo la frase finale. Sono arrivati talmente all'estremo, che non vedono come risolvere la discussione, se non ammazzando direttamente Gesù, lapidandolo. Cioé la tensione si è trasformata nella violenza. Ma non è esattamente colpa della tensione, la violenza che ne deriva... la tensione in una corda si crea, perché ci sono le due estremità che restano attaccate a due appigli i quali improvvisamente si allontanano l'uno dall'altro, o uno per qualche motivo prende vantaggio sull'altro. E' la corda che ne risente. Così Gesù continua il suo discorso sulla continuità tra Abramo e lui, cioé tra l'Antico e il Nuovo Testamento, detto "scientificamente". Mentre chi lo accusa, resta radicato e fissato nella... morte. Nella propria convinzione e idea, che partono da una morte. Non ci toccare Abramo perché lui era nostro padre ed è morto! Quella morte che un essere umano nel suo intimo sempre rifiuta o vuole allontanare, all'improvviso diventa un'ancora! Assurdo, ma vero. 
Ovviamente, il dialogo riportato da Giovanni, si svolge prima della Pasqua e nessuno può avere idea del fatto che siamo destinati all'eternità e che dopo la morte corporale c'è una vita che poi coinvolgerà anche il nostro corpo. Tuttavia qui si cela un'altra convinzione pericolosa. E cioè che andare oltre la morte, sia una cosa sbagliata. Infatti sono scandalizzati, perché Gesù gli fa notare che forse oltre la morte di Abramo c'è qualcuno che ancora ha qualcosa da dire loro. E che si potrebbe scoprire che abbia qualcosa da dire a partire dall'esempio di Abramo e per immettere nelle loro mentalità qualche proposta nuova. Dunque fa molto pensare tutto questo alla nostra vita e alle nostre idee fisse. Quante di loro sono espressione della nostra sana umanità radicata in un sano equilibrio? Quante e quali invece sono frutti della fissazione in una "morte"? Cioé: "è successo così e oltre questo non ci muoviamo" oppure "si è sempre fatto così", senza darsi possibilità di crescere, guardando indietro ad ogni "Abramo" che ci ha preceduti, ma dandoci la possibilità di crescere, di evolverci. Questo vale per ciò che possiamo permettere a noi stessi e anche agli altri. Dare il permesso a noi stessi ad andare oltre una vecchia abitudine che rende la nostra vita stantia, fa spesso bene al nostro cuore e alla nostra mente. Ma fare lo stesso con l'altro, permettendoci a lasciare i nostri giudizi ormai super radicati, sulle altre persone perché "si sa che lei/lui è così", significa liberare se stessi da un'immagine che ci costruiamo e liberare gli altri dalle prigioni che abbiamo creato a loro, forse a partire da delle esperienze oggettive, ma di certo chiudendo agli altri la strada affinché possano cambiare. Perché, si sa, le persone e le nostre relazioni cambiano, quando permettiamo a noi stessi e ad altri di cambiare. A noi questa scelta coraggiosa, di non fermarci sulla "morte", ma proseguire verso la vita nuova. 

domenica 29 marzo 2020

due in una

Gv 11,1-45

Non ci ho fatto proprio caso a Lazzaro oggi... anche se è lui la causa di tutta questa confusione  Più che le solite considerazioni sull'uscire dal buio alla luce, abbandonare i propri sepolcri, sull'anticipazione della risurrezione di Cristo, vorrei guardare ancora alle due sorelle del risuscitato. Mai come oggi mi pare che siano una stessa persona nelle sue due espressioni. Marta, inquieta come sempre, non appena sente che Gesù sta venendo da loro, gli va incontro senza manco fargli entrare nel paese... Me la immagino che corre incontro a Lui per rimproverarlo che in un momento di massima debolezza del fratello, non è stato lì con loro. E poi... provoca, si, Marta è provocatrice, non le basta sapere che il fratello sarebbe risorto nell'ultimo giorno, vuole sapere di più, vuole sapere l'utilità per la quale Gesù è arrivato lì con Lazzaro già morto e sepolto. Attende parole che le parlino dei fatti. E, donna di animo grande e fiducioso, CREDE, crede prima che il miracolo avvenga: la sua è una confessione di fede non minore di ciò che diciamo noi nel credo. Ma non finisce qui. Torna a casa e dice a Maria che il Maestro l'aspetta. Gesù non ha detto nulla di simile. Ma il fatto è che Dio quando ti parla e quando tu lo interpelli, ti vuole nella tua interezza. Per questo Marta è come se andasse a recuperare la sua "seconda metà". Maria, che finora è stata seduta in casa, si muove finalmente. Questa persona che sono loro due, tira fuori "il resto di sé", lo fa uscire, esce allo scoperto con tutto ciò che ha dentro e che forse ha spesso tenuto dentro. E avviene che questa donna si getta ai piedi del Signore e piange. Finalmente cade la corazza della "forte" Marta, che sebbene faccia bene a "rimproverare" il Signore, deve mostrarsi anche nella sua debolezza. E' come quando noi (non si sa perché) pensiamo di dover essere forti di fronte al dolore e non riusciamo a lasciarci andare. E invece Dio, per fare miracoli nella nostra vita, ha bisogno della nostra autenticità, cioè che noi non ci vergogniamo né davanti a Lui né davanti agli uomini, della nostra fragilità. Ed ecco che il cuore di Dio si commuove e avviene il miracolo. Ciò che era causa del dolore profondissimo, riporta la vita in questa famiglia. Così Marta e Maria rappresentano una persona nella sua interezza e verità. Si, perché se la malattia di Lazzaro è per la gloria di Dio, noi sappiamo che la gloria di Dio è l'uomo vivente, quello intero, risorto,  ricompostosi nella sua umanità. Risorge dunque il fratello, ma risorge anche LA sorella, si ricompone appunto. Siamo un po' tutti noi così: litighiamo (giustamente) con Dio, ma dobbiamo arrivare nei nostri dolori, a lasciarci andare, lasciare che il nostro cuore sia quello che è, forse che si spezzi, per far penetrare la luce nuova, la Luce della nuova vita. 
Tanto attuale per il nostro oggi... gridare al Signore, coscienti della nostra debolezza, del nostro bisogno in questa situazione che denuda la vulnerabilità di tutti... ma gridare da CREDENTI, coloro che sanno di essere sempre ascoltati. 

sabato 2 novembre 2019

passaggi

2 novembre cos'è? È il giorno dei morti, ovviamente. Oggi riflettevo su cosa dovesse significare questo... Stiamo ricordando coloro che fisicamente non sono più qui in mezzo a noi. E li chiamiamo "morti"... ma è un nome appropriato? Delle volte quando siamo stanchi, noi diciamo che siamo "morti", quando ci arriva una notizia inaspettata, negativa, diciamo che per un momento "siamo morti" al sentirla. Se ci guardiamo bene in giro (e forse anche dentro di noi, chissà), noi scopriamo che ci sono tante persone morte, eppure viventi. Sì, perché nel loro cuore, nella loro vita, hanno seppellito qualcosa, l'hanno messo a tacere, abbandonando la speranza. Al di là di questa triste condizione in cui versano molte persone, mi stavo domandando: ma sono davvero "morti", quelli che noi festeggiamo oggi? Non è per caso meglio chiamarli "viventi in eternità", o al limite "defunti", cioè quelli che semplicemente hanno compiuto qui la loro parte e sono passati altrove? 

Mi hanno sempre colpita molto quelle necropoli antiche, in cui quando si va a visitarle, nelle tombe si trovano gli scheletri con delle stoviglie o comunque oggetti utili per la vita quotidiana. Sebbene non cristiane, le civiltà antiche consideravano normale, che la vita di una persona non finiva qui, che quella che per noi è la fine, per loro era solo un passaggio naturale in un'altra dimensione mentre l'esistenza di una persona continuava altrove. Ecco perché avevano bisogno di questi oggetti, per potersene servire laddove andavano. Penso allora che oggi dovremmo semplicemente ricordare i defunti, quelli che sono andati altrove, che non vediamo qui accanto a noi, ma non morti... In fondo sappiamo che siamo di passaggio e il passaggio non significa solo la fine, ma anche un nuovo inizio, sempre.

sabato 21 luglio 2018

puoi andartene

Mt 12,14-21

Mi piace oggi guardare come si atteggia il Signore con le persone che sono i suoi cosiddetti "nemici". Certamente tutti abbiamo nella nostra vita delle presenze che o non ci stanno simpatiche oppure le percepiamo come persone che fanno di tutto per contrastarci. Spesso lo fanno nel nome di una legge, del rispetto di un insieme di regole, spesso le loro intenzioni sono buone, eppure noi ci sentiamo annientati dalle loro azioni, parole, atteggiamenti. Così Gesù ci fa vedere che questo è capitato pure a Lui. Addirittura, un gruppo sociale si riunisce per cercare il modo per metterlo alla morte... questo forse a noi non capita, per fortuna. Comunque, sono cose pesanti, indubbiamente. Possiamo ricordarci questi tipi di situazioni e di persone e vedere, come reagiamo. Resta sempre valida una regola d'oro: le persone non cambiano, ma siamo noi che abbiamo il potere sulla nostra vita e, a partire dai dati di fatto, possiamo decidere cosa fare. C'è chi si ritiene eroe e resta in delle situazioni veramente pesanti, dicendo di farlo per amore, o perché non si sa cosa direbbe la gente, o perché pensiamo che la virtù in queste situazioni sta nel continuare a soffrire, anche con le più alte motivazioni spirituali. Ebbene, certamente la capacità di sopportare pazientemente le persone moleste, o le situazioni contrarie, appartiene alla nostra vita da cristiani, ma solo fino a un certo punto. E oggi il Signore ci dice con molta chiarezza qual è questo punto. I farisei si riuniscono per metterlo alla morte. Ma qui non si tratta solo di una morte fisica. La morte è il limite della nostra vita, della nostra vitalità. Quando tu senti che una situazione di sofferenza, magari subita e non per colpa tua, ti toglie la serenità minima, la tua abituale vitalità, allora è il momento di reagire. Attenzione però, ci sono almeno due cose da ricordare. La prima è la capacità e il coraggio di manifestare alle persone che ci fanno soffrire, il nostro disagio, cioè un sereno confronto. La seconda è la necessità di guardarsi dentro, perché quando una cosa o persona ci fa soffrire molto, può essere che tocca qualche punto debole o qualche ferita nostra e... potrebbe essere un'occasione per guarire. Considerate queste due cose, quando la certezza interiore è che abbiamo fatto quel che dovevamo, occorre prendere delle decisioni per il nostro bene. L'atteggiamento cristiano verso chi ci crea difficoltà, tuttavia, è questo: avere coraggio di pensare che nessuno mi fa del male apposta. Questo aiuta a non coltivare la rabbia e lo sdegno, a non portare rancore in futuro. In poche parole: aiuta a far entrare la risurrezione in questa piccola morte relazionale. Ed ecco Gesù: avendo saputo che volevano farlo morire, si allontanò. Si mostrò essere colui che Isaia aveva annunciato: non grida, non spezza la canna incrinata. Sì, perché ci sarebbe un ultimo elemento da considerare nelle nostre relazioni. Alle volte ci facciamo del male a causa delle cose che sono dentro di noi e di cui non ci accorgiamo. Non spezzare la canna incrinata in questo caso significa non gridare in faccia a chi mi fa del male, ciò che posso intuire come causa del male che mi fa. Proprio perché le persone si spezzano alle volte scoprendo la loro stessa debolezza. E ad essa devono arrivare gradualmente, non con la violenza di chi gliela grida in faccia. Resta sempre attuale che le persone non cambiano perché le rimproveri, ma perché le ami. E capita che questo debba significare allontanarsi, cambiare rotta, andare via. Fa male, ma può essere una scelta per la vita, come oggi il Signore ci mostra con il suo comportamento. Non temiamo, dunque. Possiamo andarcene, ma solo se questo significa ricominciare a vivere, non per vendetta, non per rabbia. 

martedì 3 ottobre 2017

se n'è andato e... c'è!

A Lui, eternamente vagabondo e per sempre presente... (Transito 2017)

Solo una piccola porzione
per amore di colui
che è Tutto
che con la sua Croce
tutto ha compiuto
Compiuta la sua parte
le mani inchiodate le braccia incrociate
il cuore consegnato la speranza non delusa
Sì, la speranza è tutta proprio qui
E di nuovo Assisi sul tuo cielo
una stella fulgente conclude e vola
verso Colui che è Santo forte, grande
altissimo e onnipotente
che è rifugio, fortezza
mitezza e dolcezza
Si chiude l’occhio si schiude il cielo
festa della speranza che nei figli
durerà in terra per sempre
che regna invincibile
nella sera e nella mattina che furono
nel primo giorno
Giorno dell’Eternità