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domenica 2 aprile 2023

innamorarsi o amare?

E' Domenica delle Palme...
Ci viene data un'abbondanza e una pregnanza straordinaria della Parola di Dio. 
E' vero, questi stessi Vangeli li sentiamo ogni anno, ma la nostra vita è sempre nuova per cui ci parlano sempre in una maniera nuova, se ascoltiamo col cuore. 
Mi soffermo solo brevemente sull'ingresso di Gesù a Gerusalemme e sulla domanda che forse tante volte abbiamo sentito porre. Come fa questa gente a cambiare di 180 gradi, in giro di pochi giorni? Osannare Gesù questa domenica per poi urlare "crocifiggilo" nemmeno una settimana dopo...  
E mi torna nel cuore la differenza tra gli innamorati e gli amanti. Chi è innamorato, idolatra l'altro, lo idealizza, lo esalta, gli corre dietro, cerca di osannarlo, appunto, dà sfogo alle sue emozioni.
Ma l'innamoramento passa presto. Improvvisamente tira un altro vento, qualcuno urla più forte, arriva la paura delle conseguenze che potrebbe portare con sé l'abbracciare l'oggetto del proprio interesse. Si comincia a prendere la consapevolezza che amare una persona comporta sacrificio e responsabilità. E quindi, siccome appare qualcun altro dietro cui andare, seguendo la folla, scegliendo una corrente facile, allora si va, e dopo 5 giorni si urla il contrario di quello che si gridava prima. 
Sì perché l'amore arriva dopo l'innamoramento. E arriva come scelta e decisione, quella presa ogni giorni. Arriva come desiderio del bene dell'altro e degli altri, perché nessun amore è esclusivo, ma è sempre generativo. L'amore arriva con l'accettazione della ferita, della sofferenza. L'innamoramento svanisce con l'emozione che ti prende e che passa. L'amore resta come sentimento del bene. 
La settimana santa è tutta improntata su questo. Gesù si consegna, perché ama, perché il voler bene delle sue creature, è duraturo e prevale su ogni altra cosa. Ciò che noi chiamiamo allora passione di Cristo, cioè racconto della sua morte, è una vera passione, che porta alla follia più grande, a dare la vita. Passiamo anche noi dall'innamoramento all'amore. In fondo, solo questo passaggio produce poi la risurrezione. 

sabato 4 luglio 2020

fare senza volere

Mt 9,14-15

La simpatica domanda che i discepoli di Giovanni rivolgono oggi a Gesù, probabilmente può richiamare alla nostra memoria tantissime situazioni vissute nel nostro quotidiano. Con curiosità osserviamo altre persone, appartenenti ad altre famiglie, gruppi sociali, religiosi ecc e raramente ci domandiamo a che scopo osserviamo. Non di rado le nostre silenziose osservazioni producono giudizi ma in alcune occasioni producono anche confronti e paragoni. Il pensiero porta poi con sé il sentimento, direbbe forse sant'Ignazio. Ma restiamo diplomatici. Quando facciamo o osserviamo delle cose in cui non c'è il nostro cuore, quando dunque le facciamo per una sorta di rituale appreso, "perché si è sempre fatto così", perché "cosa dirà la gente se non faccio così", nascono mosse diplomatiche come quella del Vangelo di oggi. Verbalizziamo e razionalizziamo un pensiero che sotto sotto cela un sentimento di rifiuto, in qualunque sua sfumatura. "Come mai noi facciamo questo <sottointeso cosa buona che ci pone sul gradino superiore rispetto ad altri> e quelli no?" Il ché tradotto razionalmente dovrebbe significare: come mai noi agiamo "correttamente" e quelli no e "se la cavano"? Invece, in molti (anche se non tutti) casi esprimiamo una protesta: come mai io/noi devo sono costretto a fare questo e loro no? Diventa così chiaro che da qualche parte in tutta questa contestazione, si nasconde un po' di invidia. Io agisco secondo un DOVERE che però non interiorizzo e non faccio mio, per cui non appena vedo qualcuno che fa diversamente, mi si attiva dentro il rifiuto che in fondo ho di questa dimensione. 
Dunque, due spunti di riflessione... Il primo: c'è ogni tanto da interrogarsi su quali regole/consuetudini vivo e per quale motivo lo faccio... Il secondo: cosa me ne faccio, soprattutto di quelle che magari mi stanno scomodi, ma so che le rispetto in vista di un bene più grande, cioè, le subisco oppure so farne delle risorse? O anche un terzo spunto: vivo appieno la mia vita, dando testimonianza delle scelte compiute, oppure preferisco perdere tempo guardando dentro la vita degli altri ed esprimendo cosa ne penso? Tutto ciò condito dall'unica consapevolezza: sono io l'artefice della mia vita e ogni giorno decido cosa e come vivere, in vista della felicità. 








venerdì 8 maggio 2020

al bivio (7): la decisione

Se c'è qualche grande crisi che fa strage nel mondo di oggi (oltre quella economica), è certamente crisi della capacità decisionale e della responsabilità per le decisioni prese. Lo si vede chiaramente nei casi delle persone che non riescono a decidere un percorso di studi, o di sposarsi, o di avere un figlio, o della banale destinazione per la vacanza. Poi invece si accorgono che le occasioni sfuggono, il tempo passa...ma è pur vero che oggi tutto è diventato molto più complicato, e la vita esige da noi tanti calcoli complessi. Invece Dio è semplice e ci dice: prosegui avanti. Non restare al bivio perché esso non è luogo in cui costruirsi un nido. La mancanza di decisione è pure una decisione. Purtroppo la peggiore di tutte, perché spesso in questa maniera la nostra vita finisce tra le mani di chi, sulla nostra indecisione, vuole guadagnarci. Se ci sembra che non decidendo, lasciamo a Dio la realizzazione della sua volontà, potremmo sbagliare di grosso. Non confondiamo la libertà, di cui abbiamo parlato nella puntata precedente, con l'eterna sospensione, soprattutto quando già intuiamo la direzione da prendere.
Ogni scelta è di per sé dolorosa perché comporta la mancanza di ciò che non scegliamo. In questo senso, la scelta della vita dedicata a Dio e ai fratelli, può essere particolarmente sfidante: richiede di abbandonare i sogni su una famiglia da crearsi o spesso anche su una stabilità di luogo. Ma è un abbandonare qualcosa di prezioso per una preziosità maggiore. Tuttavia tante e troppe persone so fermano proprio qui, dove sembra ormai che manchi solo l'ultimo passettino. Molte e fantasiose sono le scuse con cui lo fanno. Dalla mancanza di certezza assoluta (impossibile!) alla mancanza di mezzi economici (per coloro che dovrebbero sposarsi, scusa reale ma un tantino esagerata, nella prospettiva dell'esistenza della Provvidenza), alla salute, al parere condizionante degli altri ecc ecc. Ricordati: 
se il processo di discernimento e il cammino sono autentici, questo piccolo passo, sarà solo una meravigliosa conferma di quanto già intuito nel cuore. 

martedì 21 aprile 2020

da dove vieni? dove vai?

Gv 3,7-15 

Certo che il discorso che Gesù sta facendo a Nicodemo, può risultare ancora incomprensibile. Ed è anche legittimo che sia così. Egli infatti all'improvviso gli presenta un'entità che è completamente nuova, quella dello Spirito. E lo Spirito porta con sé una nuova logica, completamente diversa dalla logica di chi, facendo riferimento alle proprie origini, tutto vede attraverso di esse. L'uomo anzitutto fa esperienza della terra, dell'appartenenza al mondo materiale ed è per questo, specie a quei tempi, quando certe filosofie e religioni ancora non c'erano, che si percepisce in una logica lineare. Nascita - crescita - maturità - vecchiaia - morte. Non vi rientra nessuna rinascita, in questa sequenza di eventi della vita, che fanno riferimento quasi esclusivamente alla vita corporea. Ma esiste un'altra vita... ed è quella che a volte ci fa ringiovanire e altre volte ci fa diventare vecchi prima. 
Lo Spirito, dice Gesù, non sai da dove viene e dove va. A noi sembra di sapere già, appunto da dove veniamo e quindi dove andiamo, secondo la logica della sola carne. Eppure  la domanda sulle nostre origini è sempre trampolino di lancio verso la risposta o le risposte su dove realmente andiamo, che direzione prendere. Se scadessimo nella sola logica di appartenenza alla terra, non conterebbe praticamente null'altro, ma lo Spirito c'è. E ci spinge oltre questo, secondo quanto dicevamo ieri, che la rinascita dallo Spirito non conosce l'età ed è possibile sempre. In pratica cosa significa tutto questo? Che c'è sempre qualche passo in più da fare. Ma occorre avere coraggio di fermarsi a guardare negli occhi del Signore, anche quando ciò che "sentiamo" ci pare incomprensibile. E' di solito lì, che ci viene chiesto un passo in più. E questo passo può riguardare qualsiasi dimensione della nostra vita, che oggi non riusciamo ad inquadrare con le nostre logiche. 




mercoledì 20 marzo 2019

uomo, non Dio [2]

Ci siamo fermati nella prima riflessione dicendo che possiamo costruire le vere relazioni solo svelando il nostro vero io.
Dobbiamo ricordarci che allacciare i rapporti porta con sé un certo rischio, quello di aggrapparci poi alle persone e cercare in loro il compimento dei nostri desideri. Diventiamo dipendenti dagli altri, forse delle volte senza accorgerci che li cerchiamo per colmare le nostre lacune. Se non abbiamo un forte e costruttivo legame con Cristo, sarà senz'altro faticoso instaurare delle sane relazioni con le persone. Nessuno vive per andare incontro ai nostri bisogni. Come nessuno potrà mai dirci cosa è meglio per noi e come scoprire i nostri desideri più profondi. Ovviamente possiamo e dobbiamo ascoltare i consigli che ci vengono dati, ma sempre ricordandoci che essi provengono da un'esperienza individuale della vita di quella persona. Possono servire a noi, ma la responsabilità per la nostra vita, resta sempre personale e come tale, sta nelle nostre mani. Ognuno di noi, infatti ha una sensibilità e un vissuto differente. Di certo vale anche al contrario: non posso esigere che una persona si comporti in quel modo che per me è stato utile nella vita, perché è la persona stessa che, in fin dei conti, deve decidere cosa è bene per lei. Posso aiutarla, ma mai esigere che faccia ciò che dico, altrimenti limito la sua libertà. 
Ci dobbiamo ricordare sempre che "riempirsi di una persona", è sempre un'esperienza e, nel caso, un antidoto passeggero per le nostre tristezze e per i nostri dolori. A lungo andare questo atteggiamento porta alla profonda delusione, perché prima o poi ci accorgiamo che le persone non sono in grado di colmare certi vuoti che abbiamo dentro. Così il fatto di avere delle attese o addirittura delle pretese verso l'altro, è fonte di frustrazione soprattutto per noi stessi. Siamo capaci anche di andare avanti cercando di convincere noi stessi che va bene appoggiarsi su una persona, fino a quando non arriva la grande delusione, quando non otteniamo ciò che stiamo cercando. Capita pure, che spostiamo l'attenzione su un'altra persona, senza accorgerci dello schema che stiamo riproducendo, che ci porta di frustrazione in frustrazione. Esso ci allontana dalla vera realizzazione dei nostri desideri e, di certo anche da Dio, che, mentre dovrebbe essere al centro della nostra vita (se siamo cristiani), viene sostituito da un surrogato umano. 

[continua]