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domenica 6 novembre 2022

punti di riferimento

Lc 20,27-38

Funziona così e non può essere diversamente. Finché siamo su questa terra, cerchiamo e cercheremo sempre dei punti di riferimento umani, secondo i quali definire noi stessi. E' un processo normale. Ogni persona, che lo voglia o meno, fa riferimento con se stessa ai propri genitori, siamo sempre figli, genitori, sposi, zii, amici, conoscenti, nemici, collaboratori ecc, di qualcuno. Da qui parte l'interrogativo dei sadducei, che, sebbene furbo e fortemente risonante della loro opposizione verso le novità proposte da Gesù, fa comunque parte del patrimonio antropologico di ogni essere umano. In questo preciso caso possiamo intuire qualche nota di convenzioni e di abitudini che fanno di persone, cose. Ad esempio il fatto che una moglie passi quasi come una macchina da un fratello all'altro, in funzione dell'eredità che deve essere data al primo dei fratelli. E ancora, sempre come se fosse una cosa: a chi apparterrà nell'eternità?
Ed ecco che la risposta di Gesù non è solo il voler distogliere chi lo interroga, dalla logica di legami terreni. E' anche il far vedere che nell'eternità decadono tutti i rischi provenienti dalla reciproca appartenenza degli esseri umani. Rischi, appunto, quali: reificazione, uso, dipendenza, strumentalizzazione tra le persone, quelle cose che producono comunque totalmente o parzialmente, la morte dell'essere umano a quello che è davvero. Perché se io, se tu, siamo usati dai nostri simili, non siamo più uguali a loro, non siamo più davvero uomini e donne, ma veniamo trattati come oggetti. E spesso rispondiamo diventando oggetti, appunto. Il Signore ci dice invece che l'eternità è fatta di un solo punto di riferimento, a fronte dei tanti, terreni. Il Riferimento per eccellenza: l'amore totalizzante e liberante per sempre di Dio, che fa sì che non abbiamo di fatto più bisogno gli uni degli altri, perché Dio finalmente è tutto in tutti e così tutti ci ritroviamo a vivere dello stesso eterno Amore. 

lunedì 18 aprile 2022

un guadagno facile

Mt 28,8-15

Impressionante leggere nel Vangelo di oggi, come la diceria sul furto del corpo di Gesù, stia continuando fino ai nostri tempi. E fa anche molto riflettere, se vogliamo soffermarci sul meccanismo che sottosta a questo racconto. Inventarsi di sana pianta una spiegazione laddove la spiegazione non è conosciuta. Perché? Perché inventarsi delle cose e non dire secondo la verità "non sappiamo cosa sia successo"? 
C'è sempre un guadagno facile, dietro una pronta spiegazione e non stiamo parlando solo della spiegazione della scomparsa del corpo di Gesù dalla tomba. Nel brano di Matteo vediamo il guadagno nella più semplice e immediata delle sue forme: il denaro. Una spiegazione falsa, comprata per soldi. Ma, se guardiamo bene la nostra vita, troveremo molti altri tipi di guadagni dietro queste tipologie di situazioni. Quante volte si cerca e si trova una spiegazione, falsa, solo ed esclusivamente per guadagnare a livello affettivo. Il noto meccanismo: se io saprò dare la risposta subito e prontamente, l'altro mi stimerà, mi vedrà, mi noterà, mi raccomanderà agli altri, mi farò una buona fama... Facciamo mille giri mentali, per calcolare le reazioni, calcolare la quantità di attenzione che riceveremo... Ci vendiamo non per soldi, ma per affetti, per anche la minima dose del senso di valore, che non sappiamo darci da soli, ma mendichiamo dagli altri, anche a costo di bugie. Delle volte siamo così affannati dietro questi facili guadagni, che non ci rendiamo conto che certe "dicerie" si perpetuano e perdurano nel tempo. E nel caso in cui di mezzo non c'è il denaro,  continuiamo a costruire le nostre relazioni sul falso. Corriamo dietro alle richieste degli altri, anche quando non siamo realmente capaci di rispondere, per un motivo o per un altro, e perdiamo infine la nostra dignità, facendo finta di essere altro di quel che siamo, non riconoscendo il nostro proprio limite ma soprattutto non dandoci la possibilità di essere amati per quel che siamo e per quel che possiamo dare. Accontentiamo per avere in cambio i riconoscimenti. Certamente questo succede, perché in fondo non amiamo noi stessi, non sappiamo stare da soli con noi stessi e sentirci amati da Dio. Forse questa Pasqua può essere principio di liberazione da ogni legame malato. Come Cristo ha spezzato i lacci della morte, così anche noi possiamo decidere di abbandonare ciò che ci lega in una maniera malsana alle persone, alle cose... e che in fondo è una forma di morte.  Sono quelle cose in cui prima cominciamo a credere noi stessi, perché il ritorno che ne riceviamo ci condiziona. Rinunciamo ai guadagni facili e alle "dicerie" che ci sono nella nostra vita. Potremo così darci vita "da soli", prendendo in mano la nostra esistenza e lasciandoci amare da Dio e da chi ci accetta così come siamo. 

venerdì 10 dicembre 2021

non va mai bene?

 

Mt 11,16-19

La verità antica tanto quanto l'umanità: qualsiasi cosa tu non faccia, non va mai bene. Musica allegra - non ballano. Musica triste - non reagiscono. Qualsiasi musica non va mai bene, ma anche qualsiasi reazione alla musica, non è mai adeguata. 

E forse va bene così. In nome di quale criterio io dovrei fare le cose o reagire a delle cose in una maniera, che corrisponde a quello che pensano/sentono/pretendono gli altri? Certamente, esistono le esigenze di un vivere comune, esigenze per prima insite nella natura dell'uomo, quale animale sociale. Dopodiché però, data l'unicità di ciascuno, ci si trova davanti a tutto uno spazio aperto, in cui ognuno di noi non solo può ma anche deve essere se stesso. 

Gesù oggi ci dice null'altro che questo: la vita relazionale è fatta di molti tentativi ed alcuni per forza falliscono. Perché il pensiero dell'altro non è mio e il suo sentire non necessariamente corrisponde al mio mondo dei valori. Ma questo fa parte della vita e va accettato. Le nostre lamentele, i nostri pettegolezzi su come la gente "fa diversamente" da ciò che noi vorremmo e sentiamo dentro, potrebbero allora trasformarsi dalle frustrazioni in costatazioni di una naturale diversità. Sta a noi scegliere cosa di queste differenze ce ne faremo. Certi, come Gesù che ci parla oggi, che la sapienza (che è un deposito comune all'umanità), si farà la strada da sola, perché parla con e nelle opere. 

lunedì 8 novembre 2021

nel traffico della vita

Lc 17,1-6

Non dimenticherò mai le raccomandazioni del mio istruttore alla scuola guida, il quale spesso mi ripeteva: 
"ricordati che mentre guidi devi stare attenta a te stessa, a ciò che fai tu ma devi stare altrettanto attenta o ancora di più, a quello che fanno gli altri. Insomma, sappi che sempre, in ogni circostanza, anche quando l'altro ha torto, tu, se hai il senso di responsabilità, puoi evitare dei disastri". 
E non potevo non ricordarmelo oggi, alle parole di Gesù sullo scandalo: state attenti a voi stessi. In effetti, lo sappiamo, disgraziatamente, quante volte succede che degli autisti  semplicemente vedano delle persone in difficoltà le persone in strada oppure addirittura provochino degli incidenti e non si fermino, se ne vadano come se nulla fosse. E' forse questo il modo in cui "stare attenti a sé stessi"? Decisamente no. 
E nella vita? Ci pensiamo quante volte può succedere che, anche involontariamente, causiamo un "incidente" e ci passiamo sopra, come se niente fosse? Lo scandalo  non sta nel fare un incidente, se pensiamo che tutti siamo fallibili, ma nel fatto che passiamo oltre senza voler indagare sulle nostre responsabilità compiute o non compiute. Ma c'è di più: Gesù parla dello scandalo verso i piccoli. E in effetti è più facile ancora non accorgersi o far finta di nulla, quando abbiamo a che fare con i piccoli, di tutte le categorie possibili e immaginabili. I bambini "tanto non capiscono ancora", per cui spesso vengono esposti dagli adulti a delle cose pericolose, per non dire abominevoli, perché "cosa vuoi che capiscano?" I poveri, nemmeno li notiamo, ormai assuefatti all'abisso che spesso c'è tra la nostra vita e la loro. Ognuno percorre la propria corsia, non ci incrociamo, ergo: l'incidente non c'è. E l'incidente è proprio nel fatto che non troviamo un incrocio, una rotonda per tornare indietro e tendere la mano... Poi ci sono i poveri in spirito: siccome non pretendono, non alzano la voce, siccome spesso tacciono, non si lamentano, diventano loro "la nostra corsia", lo spazio sopra cui transitiamo con le nostre pretese, le nostre rivendicazioni, i nostri presunti diritti... I bambini sono sempre più feriti sin dall'infanzia, i poveri sono sempre più poveri, i deboli, i fragili, sono sempre più tali. E Gesù non mette nessun dolcificante, dice che chi, nel traffico della vita, non sa stare attento a se stesso e di conseguenza è colui che non bada a nessun'altro, non ha ragioni per vivere. In effetti, se ci pensiamo: la vita è un fluire di relazioni. Più stai attento a te stesso, più sei a contatto profondamente con te stesso, più sarai capace di relazioni con gli altri, più ti sentirai vivo e il "traffico" delle nostre vite, sarà più sereno e ordinato. 

lunedì 5 luglio 2021

tornare alla vita

Mt 9,18-26

Tutte e due le donne del Vangelo di oggi, sia la piccola che la grande, meritano un'attenzione particolare. Ma facciamo intanto uno zoom sulla emorroissa, figura tanto conosciuta e tanto osservata, specie dai biblisti. Una donna che perde sangue, ininterrottamente, da anni e anni, nel popolo d'Israele è una donna costantemente impura, cioè non atta a nessun tipo di relazione. Il vero dramma per lei è che ormai da tantissimo tempo, non si rapporta con nessuno. La malattia le ha impedito di vivere ciò senza cui una persona umana non può vivere e non può essere pienamente umana. E il forte richiamo a quella vita che le è stata negata per anni, fa sì che ella rischi. 
Non è in grado di prevedere cosa succederà, probabilmente teme le conseguenze. Sa che sta facendo una cosa illecita, infatti non deve toccare nessuno. Potrà succedere di tutto, quando se ne accorgeranno. Ebbene, il rischio, ella decide di abbracciarlo. Sa bene dentro di sé, che vale la pena rischiare anche tra la paura e l'insicurezza. Ha attirato su di sé lo sguardo del Signore. E sta tornando a vivere, guarita dalla sua fede. Ogni rischio di abbandonarsi nelle mani di Dio, di gridare ancora una volta a Lui, al di là dei pareri e della disapprovazione di chiunque, porta con sé una liberazione, se sappiamo prenderlo. E ci permette di vivere sempre più pienamente. 

lunedì 19 aprile 2021

quali relazioni?

Gv 6,22-29 

Il Vangelo di oggi sembra darci l'occasione per una verifica semplice e chiara, delle nostre relazioni. Gesù non la manda a dire. Mentre è chiamato a "fare i discepoli", per cui avere seguaci dovrebbe per lui essere un segno della riuscita della sua missione, sa distinguere una sequela vera da quella "interessata". Voi mi cercate perché avete mangiato... E noi? Perché cerchiamo veramente Dio? Per caso lo cerchiamo solo e perché è in grado di fare dei miracoli per la nostra vita? Lo cerchiamo perché abbiamo bisogno che qualcuno sazi una nostra fame (che in diversi periodi della vita può essere diversa)? E poi, scendiamo ad un livello più "basso". Che relazioni abbiamo? Quante delle nostre amicizie sono dei veri scambi, gratuiti, disinteressati, pronti al sacrificio senza ritorno? Quanti rapporti invece, anche molto sottilmente, si basano sul reciproco appagamento dei bisogni, tante volte inespressi e sottili? Sono riflessioni da fare con cognizione di causa. E' chiaro che qualsiasi nostra relazione è basata sul bisogno che tutti abbiamo, di essere amati. Ma forse la domanda è: amati come? Gesù dona gratuitamente la sua vita per noi. Puntualizza perciò, che non ha bisogno di seguaci che vengano dietro a lui solo perché lui "dà loro da mangiare". E noi? Sappiamo scegliere quelle relazioni che hanno il sapore della gratuità e non quelle che convengono? 




giovedì 2 aprile 2020

fermarsi o proseguire?

Gv 8,51-59 

Andiamo ancora avanti con lo stesso passo del Vangelo. Sembra che ciò che sottolineavamo ieri, cioé un viaggiare su due binari paralleli, si stia solo accentuando, rendendo impossibile non solo ormai un dialogo, ma anche una serena conclusione del discorso. Così pare quando leggiamo la frase finale. Sono arrivati talmente all'estremo, che non vedono come risolvere la discussione, se non ammazzando direttamente Gesù, lapidandolo. Cioé la tensione si è trasformata nella violenza. Ma non è esattamente colpa della tensione, la violenza che ne deriva... la tensione in una corda si crea, perché ci sono le due estremità che restano attaccate a due appigli i quali improvvisamente si allontanano l'uno dall'altro, o uno per qualche motivo prende vantaggio sull'altro. E' la corda che ne risente. Così Gesù continua il suo discorso sulla continuità tra Abramo e lui, cioé tra l'Antico e il Nuovo Testamento, detto "scientificamente". Mentre chi lo accusa, resta radicato e fissato nella... morte. Nella propria convinzione e idea, che partono da una morte. Non ci toccare Abramo perché lui era nostro padre ed è morto! Quella morte che un essere umano nel suo intimo sempre rifiuta o vuole allontanare, all'improvviso diventa un'ancora! Assurdo, ma vero. 
Ovviamente, il dialogo riportato da Giovanni, si svolge prima della Pasqua e nessuno può avere idea del fatto che siamo destinati all'eternità e che dopo la morte corporale c'è una vita che poi coinvolgerà anche il nostro corpo. Tuttavia qui si cela un'altra convinzione pericolosa. E cioè che andare oltre la morte, sia una cosa sbagliata. Infatti sono scandalizzati, perché Gesù gli fa notare che forse oltre la morte di Abramo c'è qualcuno che ancora ha qualcosa da dire loro. E che si potrebbe scoprire che abbia qualcosa da dire a partire dall'esempio di Abramo e per immettere nelle loro mentalità qualche proposta nuova. Dunque fa molto pensare tutto questo alla nostra vita e alle nostre idee fisse. Quante di loro sono espressione della nostra sana umanità radicata in un sano equilibrio? Quante e quali invece sono frutti della fissazione in una "morte"? Cioé: "è successo così e oltre questo non ci muoviamo" oppure "si è sempre fatto così", senza darsi possibilità di crescere, guardando indietro ad ogni "Abramo" che ci ha preceduti, ma dandoci la possibilità di crescere, di evolverci. Questo vale per ciò che possiamo permettere a noi stessi e anche agli altri. Dare il permesso a noi stessi ad andare oltre una vecchia abitudine che rende la nostra vita stantia, fa spesso bene al nostro cuore e alla nostra mente. Ma fare lo stesso con l'altro, permettendoci a lasciare i nostri giudizi ormai super radicati, sulle altre persone perché "si sa che lei/lui è così", significa liberare se stessi da un'immagine che ci costruiamo e liberare gli altri dalle prigioni che abbiamo creato a loro, forse a partire da delle esperienze oggettive, ma di certo chiudendo agli altri la strada affinché possano cambiare. Perché, si sa, le persone e le nostre relazioni cambiano, quando permettiamo a noi stessi e ad altri di cambiare. A noi questa scelta coraggiosa, di non fermarci sulla "morte", ma proseguire verso la vita nuova. 

sabato 28 marzo 2020

post giudizio

Gv 7,40-53 


Mi colpisce quanto si accesa la disputa del Vangelo di oggi, su chi sia realmente Gesù e se sia lui il Messia. Si usano tutte le conoscenze che vengono dalle scritture e si fanno tanti ragionamenti più o meno contorti per... fare vedere che "io ho ragione". Come se l'identità di una persona potesse essere definita da un'altra persona con assoluta certezza. Come se il cuore e la mente dell'uomo fossero delle pietre che, una volta che si sono induriti, tali restano. E invece: sorpresa! Anche il cuore e la mente che noi giudichiamo più duri di questo mondo, finché sono in vita, possono cambiare. Ed è precisamente questo fatto che dovrebbe aiutarci a cambiare il modo di guardare le persone e permetterci di entrare nell'ottica di Dio, di acquisire gli occhi che Egli ha, guardando noi, occhi di un innamorato, che vede il meglio che la sua creatura può fare, pur senza costringerla a farlo. Gesù viene inquadrato in una serie di inflessibili "verità" proposte dalla gente, dalle guardie, dai farisei. Ogni gruppo, persona sembra tirare l'acqua al proprio mulino. Risultato? Ognuno torna a casa propria, senza concludere nulla. 
Cosa provoca dentro di noi questa quarantena? Riusciamo a vedere cose nuove e finora sconosciute o inaspettate, nel ristretto cerchio di persone con cui ora ci rapportiamo? Riusciamo, come Dio, a vedere li bene che risiede nei nostri prossimi più prossimi, nonostante la tensione che spesso rischia di farci tirare fuori invece il peggio di noi? Sarà forse una buona occasione per cominciare a cambiare il nostro sguardo, dal momento in cui non abbiamo più le vie di fuga da questo o quell'altro aspetto della nostra capacità relazionale. Possa davvero iniziare ad essere un'occasione per scrollarci dal di dosso i pregiudizi che da sempre portiamo dentro di noi, quelli sulle etnie, sui gruppi sociali, sulle nazioni, sui singoli, persino sulle nostre famiglie. Siamo chiamati davvero a passare dal pregiudizio ad una sorta di post giudizio, cioè ciò che viene dopo e nonostante che, per la nostra propria sicurezza emotiva e mentale, noi abbiamo già giudicato e inquadrato le persone. Solo andando oltre questo, potremo infatti scoprire la bellezza dello stare insieme, del convivere, del ritrovarci tutti uguali, come davvero è, davanti a Dio. E lo potremo fare, per assurdo, a partire dal nostro essere oggi tutti uguali, davanti ad un microrganismo, che minaccia le nostre vite, ma che non potrà averla vinta mai, sulle nostre relazioni, se solo noi lo vorremo. 


giovedì 14 novembre 2019

i caldomorbidi

Le relazioni mutano. Questo ci entusiasma, ci spaventa oppure lo consideriamo naturale? Senz'altro ci può essere in ogni caso d'aiuto, questa favola che mi piace riportare qui sotto. 

C'era  una  volta  un  luogo,  molto,  molto,  molto  tempo  fa,  dove  vivevano  delle  persone  felici.  Fra queste  persone  felici  ce  n'erano  due  che  si  chiamavano  Luca  e  Vera.  Luca  e  Vera  vivevano  con i  loro  due  figli  Elisa  e  Marco.   Per  poter  comprendere  quanto  erano  felici,  dobbiamo  spiegare  come  erano  solite  andare  le cose  in  quel  tempo  e  in  quel  luogo. Vedete,  in  quei  giorni  felici,  quando  un  bimbo  nasceva  trovava  nella  sua  culla,  posto  vicino  a dove  appoggiava  il  suo  pancino,  un  piccolo,  soffice  e  caldo  sacchetto  morbido.  E,  quando  il bambino  infilava  la  sua  manina  nel  sacchetto,  poteva  sempre  estrarne  un…  "caldomorbido". I  caldomorbidi  in  quel  tempo  erano  abbondantissimi  e  molto  richiesti  perché,  in  qualunque momento  una  persona  ne  sentisse  il  bisogno,  poteva  prenderne  uno  e  subito  si  sentiva  calda  e morbida  a  lungo.   Se,  per  qualche  motivo,  la  gente  non  avesse  ricevuto  con  una  certa  regolarità  dei caldomorbidi,  avrebbe  corso  il  rischio  di  contrarre  una  strana  e  rara  malattia.  Era  una  malattia che  partiva  dalla  spina  dorsale  e  che  lentamente  portava  la  persona  ad  incurvarsi,  ad  appassire e  poi  a  morirne. In  quei  giorni  era  molto  facile  procurarsi  i  caldomorbidi:  se  qualcuno  li  chiedeva,  trovava sempre  qualcun  altro  che  li  dava  volentieri.  Quando  uno,  cercando  nel  suo  sacchetto,  tirava fuori  un  caldomorbido,  questo  aveva  la  dimensione  di  un  piccolo  pugno  di  bambina  ed  un colore  caldo  e  tenero.  E  subito,  vedendo  la  luce  del  giorno,  questo  sorrideva  e  sbocciava  in  un grande  e  vellutato  caldomorbido. E  quando  era  posto  sulla  spalla  di  una  persona,  o  sulla  testa,  o  sul  petto,  e  veniva  accarezzato, piano  piano  si  scioglieva,  entrava  nella  pelle  e  subito  la  persona  si  sentiva  bene  e  per  lungo tempo. La  gente  a  quel  tempo  si  frequentava  molto  e  si  scambiava  reciprocamente  caldomorbidi. Naturalmente  questi  erano  sempre  gratis  ed  averne  a  sufficienza  non  era  mai  un  problema. Come  dicevamo  poc'anzi,  con  tutta  questa  abbondanza  di  caldomorbidi,  in  questo  paese  tutti erano  felici  e  contenti,  caldi  e  morbidi  per  la  gran  parte  del  tempo. Ma,  un  brutto  giorno,  una  strega  cattiva  che  viveva  da  quelle  parti  si  arrabbiò,  perché,  essendo tutti  così  felici  e  contenti,  nessuno  comprava  le  sue  pozioni  e  i  suoi  unguenti. La  strega,  che  era  molto  intelligente,  studiò  un  piano  diabolico. Una  bella  mattina  di  primavera,  mentre  Vera  giocava  serena  in  un  prato  con  i  bambini, avvicinò  Luca  e  gli  sussurrò  all'orecchio: "Guarda  Luca,  guarda  Vera  come  sta  sprecando  tutti  i  caldomorbidi  che  ha,  dandoli  a  Elisa. Sai,  se  Elisa  se  li  prende  tutti,  può  darsi  che,  a  lungo  andare,  non  ne  rimangano  più  per  te". Luca  rimase  a  lungo  soprappensiero.  Poi  si  voltò  verso  la  strega  e  disse:  "Intendi  dire  che  può succedere  di  non  trovare  più  caldomorbidi  nel  nostro  sacchetto  tutte  le  volte  che  li cercheremo?". E  la  strega  rispose:  "Proprio  così.  Quando  saranno  finiti,  saranno  finiti.  E  non  ne  avrete assolutamente  più". Detto  questo  volò  via,  sghignazzando  fra  sé. 
Luca  fu  molto  colpito  da  quanto  aveva  detto  la  strega  e  da  quel  momento  cominciò  ad osservare  e  a  ricordare  tutti  i  momenti  in  cui  Vera  dava  caldomorbidi  a  qualcun  altro. Di  lì  in  poi  divenne  timoroso  e  turbato,  perché  gli  piacevano  i  caldomorbidi  di  Vera  e  non voleva  proprio  rimanere  senza.  E  pensava  pure  che  Vera  non  facesse  una  cosa  buona  a  dare tutti  quei  caldomorbidi  ai  bambini  e  alle  altre  persone. Cosi  cominciò  ad  intristirsi  tutte  le  volte  che  vedeva  Vera  elargire  un  caldomorbido  a  qualcun altro.  E  poiché  Vera  gli  voleva  molto  bene,  essa  smise  dì  offrire  così  spesso  caldomorbidi  agli altri,  riservandoli  invece  per  lui. I  bambini,  vedendo  questo,  cominciarono  naturalmente  a  pensare  che  fosse  una  cattiva  cosa dar  via  caldomorbidi  a  chiunque  e  in  qualsiasi  momento  venissero  richiesti  o  si  desiderasse farlo  e,  piano  piano,  senza  quasi  nemmeno  accorgersene,  diventarono  sempre  più  timorosi  di perdere  qualcosa. Così  anch'essi  divennero  più  esigenti.  Tennero  d'occhio  i  loro  genitori  e,  quando  vedevano  che uno  di  loro  donava  un  caldomorbido  all'altro,  anche  loro  impararono  a  intristirsi.  Anche  i  loro genitori  se  ne  scambiavano  sempre  di  meno  e  di  nascosto,  perché  così  pensavano  che  non  li avrebbero  fatti  soffrire. Sappiamo  bene  come  sono  contagiosi  i  timori.  Infatti,  ben  presto  queste  paure  si  sparsero  in tutto  il  paese  e  sempre  meno  si  scambiarono  caldomorbidi. Nonostante  ciò  le  persone  potevano  comunque  sempre  trovare  un  caldomorbido  nel  loro sacchetto  tutte  le  volte  che  lo  cercavano,  ma  essi  cominciarono  a  estrarne  sempre  meno, diventando  nel  contempo  sempre  più  avari. Presto  la  gente  cominciò  a  sentire  mancanza  di  caldomorbidi  e,  di  conseguenza,  a  sentire meno  caldo  e  meno  morbido.  Poi  qualcuno  di  loro  cominciò  ad  incurvarsi  e  ad  appassire  e talvolta  persino  a  morire.  Quella  malattia,  dovuta  alla  mancanza  dì  caldomorbidi,  che  prima della  venuta  della  strega  era  molto  rara,  ora  colpiva  sempre  più  spesso. E  sempre  di  più  la  gente  andava  ora  dalla  strega  per  comprare  pozioni  e  unguenti,  ma, nonostante  ciò,  non  aveva  l'aria  di  star  meglio. Orbene,  la  situazione  stava  diventando  di  giorno  in  giorno  più  seria.  A  pensarci  bene  la  strega cattiva  in  realtà  non  desiderava  che  la  gente  morisse  (infatti  pare  che  i  morti  non  comprino balsami  e  pozioni),  così  cominciò  a  studiare  un  nuovo  piano.  Fece  distribuire  gratuitamente  a ciascuno  un  sacchetto  in  tutto  simile  a  quello  dei  caldomorbidi,  ma  questo  era  freddo  mentre l'altro  era  caldo.  Dentro  il  sacchetto  della  strega  infatti  c'erano  i  "freddoruvidi".  Questi freddoruvidi  non  facevano  sentire  la  gente  calda  e  morbida  ma  fredda  e  scontrosa.  Comunque fosse,  i  freddoruvidi  un  effetto  ce  l'avevano:  impedivano  infatti  che  la  schiena  della  gente  si incurvasse  più  di  tanto  e,  anche  se  sgradevoli,  servivano  a  tenere  in  vita  gli  abitanti  di  quel paese  che  una  volta  era  stato  felice. Così  tutte  le  volte  che  qualcuno  diceva:  "Desidero  un  caldomorbido",  la  gente,  arrabbiata  e spaventata  per  il  loro  rarefarsi,  rispondeva:  "Non  ti  posso  dare  un  caldomorbido,  vuoi  un freddoruvido?". E,  a  volte,  capitava  persino  che  due  persone  a  passeggio  insieme  pensavano  che  avrebbero potuto  scambiarsi  dei  caldomorbidi,  ma  una  o  l'altra  delle  due,  aspettando  che  fosse  l'altra  ad offrirglielo,  finiva  poi  per  cambiare  idea,  e  si  scambiavano  dei  freddoruvidi. Stando  così  le  cose,  ormai  sempre  meno  gente  moriva  di  quella  malattia,  ma  un  sacco  di persone  erano  sempre  infelici  e  sentivano  molto  freddo  e  molto  ruvido. E'  inutile  dire  che  questo  fu  un  periodo  d'oro  per  gli  affari  della  strega. La  situazione  peggiorava  ogni  giorno.  I  caldomorbidi,  che  una  volta  erano  disponibili  come l'aria,  divennero  merce  di  grande  valore  e  questo  fece  sì  che  la  gente  fosse  disposta  ad  ogni sorta  di  cose  pur  di  averne.  In  certi  casi  i  caldomorbidi  venivano  estorti  con  l'inganno,  in  altri con  violenza  e,  quando  ciò  avveniva,  succedeva  una  cosa  strana:  questi  non  sorridevano  più, sbocciavano  poco  e  diventavano  scuri.   Prima  che  la  strega  facesse  la  sua  apparizione  la  gente  era  solita  trovarsi  in  gruppi  di  tre  o  di quattro  o  anche  di  cinque  persone  senza  minimamente  preoccuparsi  di  chi  fosse  a  dare  i caldomorbidi.  Dopo  la  venuta  della  strega  la  gente  cominciò  a  tenere  per  sé  tutti  i  propri caldomorbidi,  e  a  darli  al  massimo  ad  un'altra  persona.  Qualche  volta  succedeva  che  quelli  che davano  a  persone  esterne  dei  caldomorbidi  si  sentivano  in  colpa  perché  pensavano  che  il proprio  partner  molto  probabilmente  ne  sarebbe  stato  dispiaciuto  e  geloso.  E  quelli  che  non avevano  trovato  un  partner  sufficientemente  generoso  andavano  a  comprare  i  loro caldomorbidi  e  questo  gli  costava  molte  ore  di  lavoro  per  racimolare  il  denaro. Un  altro  fatto  sorprendente  ancora  succedeva.  Alcune  persone  prendevano  i  freddoruvidi,  che si  trovavano  facilmente  e  gratuitamente,  li  camuffavano  ad  arte  con  un'apparenza  piacevole  e morbida  e  li  spacciavano  per  caldomorbidi.  Questi  caldomorbidi  contraffatti  venivano  chiamati caldomorbidi  di  plastica  e  finirono  per  procurare  guai  ulteriori. Per  esempio,  quando  due  persone  si  volevano  scambiare  reciprocamente  dei  caldomorbidi pensavano,  è  ovvio,  che  si  sarebbero  sentiti  bene,  ma,  in  realtà,  nulla  cambiava  e continuavano  a  sentirsi  come  prima  e  forse  anche  un  pochino  peggio.  Ma,  poiché  pensavano  in buona  fede  di  essersi  scambiati  dei  caldomorbidi  genuini,  rimanevano  molto  confusi  e disorientati,  non  comprendendo  che  il  loro  freddo  e  le  loro  sensazioni  sgradevoli  erano  in  realtà il  risultato  dell'essersi  scambiati  caldomorbidi  di  plastica. Così  la  situazione  si  aggravava  di  giorno  in  giorno. I  caldomorbidi  erano  sempre  più  rari  e,  a  volte,  anche  guardati  con  sospetto,  perché  si confondevano  con  quelli  di  plastica,  contraffatti.  I  freddoruvidi  erano  abbondanti  e  sgradevoli  e tutti  pareva  volessero  regalarli  agli  altri.  C'era  molta  tristezza,  paura  e  diffidenza  e  tutto  questo era  iniziato  con  la  venuta  della  strega,  che  aveva  convinto  le  persone  che,  a  forza  di  scambiarsi caldomorbidi,  un  giorno  non  lontano  avrebbe  avuto  la  sorpresa  di  scoprire  che  erano  finiti. Passò  ancora  del  tempo  e,  un  giorno,  una  donna  florida  e  graziosa,  nata  sotto  il  segno dell'Acquario,  giunse  in  quel  paese  sfortunato,  portando  il  suo  sorriso  limpido  e  cordiale. Non  aveva  mai  sentito  parlare  della  strega  cattiva  e  non  nutriva  alcun  timore  che  i  suoi caldomorbidi  finissero.  Li  dava  liberamente,  anche  quando  non  erano  richiesti.  Molti  la disapprovavano  perché  pensavano  che  fosse  sconveniente  per  i  bambini  vedere  queste  cose  e temevano  per  la  loro  educazione Ma  essa  ai  bambini  piacque  molto,  tanto  che  la  circondavano  in  ogni  momento.  E  anche  loro cominciarono  a  provare  gusto  nel  dare  agli  altri  caldomorbidi  quando  gliene  veniva  voglia.  I benpensanti  corsero  ben  presto  ai  ripari  facendo  approvare  una  legge  per  proteggere  i  bambini da  un  uso  spregiudicato  di  caldomorbidi.  Secondo  questa  legge  era  un  crimine  punibile  dare caldomorbidi  ad  altri  che  non  alle  persone  per  cui  si  avesse  avuto  una  licenza.  E,  per  maggiore garanzia,  queste  licenze  di  darsi  caldomorbidi  si  potevano  avere  per  una  sola  persona  e  spesso duravano  tutta  la  vita. Molti  bambini  comunque  fecero  finta  di  non  conoscere  la  legge  e,  in  barba  a  questa, continuarono  a  dare  ad  altri  caldomorbidi  quando  ne  avevano  voglia  o  quando  qualcuno  glieli chiedeva.  E,  poiché  c'erano  molti,  molti  bambini  -  così  tanti  forse  quanto  i  benpensanti  - cominciò  ad  apparire  chiaro  che  la  cosa  era  molto  difficile  da  contenere. A  questo  punto  sarebbe  interessante  sapere  come  andò  a  finire.  Riuscì  la  forza  della  legge  e dell'ordine  a  fermare  i  bambini?  Oppure  furono  invece  i  benpensanti  a  scendere  a  patti?  E  Luca e  Vera,  ricordando  i  giorni  felici  dove  non  c'era  limite  di  caldomorbidi,  ricominciarono  a  donarli ancora  liberamente? La  ribellione  serpeggiava  ovunque  nel  paese  e  probabilmente  toccò  anche  il  luogo  dove  vivete. Se  voi  volete  (e  io  sono  sicuro  che  voi  lo  volete),  potete  unirvi  a  loro  a  offrire  e  a  chiedere caldomorbidi  e,  in  questo  modo,  diventare  autonomi  e  sani  senza  più  il  rischio  che  la  vostra schiena  si  ripieghi  per  la  sofferenza  e  rischi  di  raggrinzirsi. 

Claude  Steiner,  1969   







lunedì 8 aprile 2019

reggersi da soli

Gv 8,12-20


Oggi mi viene da fare una riflessione "girata di 180°" rispetto a ciò che dicevamo qualche giorno fa. Osservavamo Gesù che non pretendeva che si credesse solo nella sua testimonianza, ma diceva di avere altri testimoni. Oggi punta invece sulle parole che Egli stessi dice di sé, e sul Padre, che purtroppo coloro che lo ascoltano, non vedono e non riescono a percepire. Bene, vediamo quante volte nella nostra vita, specie parlano di noi stessi, diciamo "ti giuro che..." e "puoi chiedere a...". Insomma a tutti i costi cerchiamo di convincere le persone che sono attorno a noi che una cosa, un evento, una nostra caratteristica, davvero sono come noi le presentiamo. Certamente nella vita serve delle volte farlo. E di solito lo facciamo nei confronti delle persone a cui ci teniamo. E fin qui comunque è tutto normale. Il problema comincia, quando a noi crolla il mondo solo perché le persone non ci credono. Quando d'istinto cominciamo a fare di tutto e a cercare di convincere, magari spendendo forze, tempo, energie, rincorrendo le persone a cui dobbiamo provare qualcosa... solo per avere l'approvazione. E Gesù dice: "anche se io do testimonianza a me stesso, la mia testimonianza è vera". E basta. Le frasi che pronuncia dopo, non sono per nulla volte a convincere i farisei della sua veridicità, anzi, sembra che la distanza tra lui e chi ascolta si stia anche allungando. 
Eh sì. Bisogna imparare da lui a reggersi da soli. Certo, siamo esseri in relazione, abbiamo bisogno di curarle ecc. Tuttavia siamo anche soli davanti a Dio, che ci vede per quel che siamo e solo Lui ci vede nella nostra verità. Perché rincorriamo le persone e cerchiamo a tutti i costi la loro approvazione? Forse perché spesso non sappiamo reggerci in piedi da soli e cerchiamo un bastone, cioé una persona che ci regga la vita, che ci dia il ritorno del suo valore. E non ci ricordiamo più che valiamo solo perché esistiamo... Quando ci viene da giurare e da voler convincere qualcuno di qualche cosa, invece di corrergli dietro, forse potremmo fermarci, prendere un bel respiro profondo e dirci: "ma cosa mi cambia, se non mi crede?" Forse scopriremmo che in fondo non ci cambia nulla, che il nostro valore resta lo stesso perché siamo sempre amati, anche quando il rifiuto di qualcuno momentaneamente ci ferisce. Forse anche questo è un passettino verso la libertà interiore: sapere che i legami sono necessari, ma che devono essere sani e che in ogni amore ci vuole anche la giusta distanza, quel respiro appunto, che ci permetta di assaporare lo sguardo d'amore sempre rivolto su di noi al di là del fatto che riceviamo le approvazioni o meno. Questo significa in fin dei conti amare, relazionarsi, ma non essere dipendenti. Questo ci apre alle relazioni libere e all'amore di Dio. 


mercoledì 3 aprile 2019

tale padre tale figlio

Gv 5,17-30 

Dunque come è questa storia? Chi è più importante padre o figlio? Credo sia chiara la risposta. Ma! C'è un "ma". E' chiaro che nella relazione padre-figlio c'è sempre una nota di ovvia superiorità e inferiorità. Questa posizione tuttavia ha una ragion d'essere solo fino a un certo punto della vita e della "carriera" di padre e di quella relativa di figlio. Per quanto restino per sempre legati, viene il momento in cui tutti e due si incontrano "allo stesso livello" della vita. Il padre deve accettare che il figlio ormai è cresciuto. Qualsiasi scelta farà, giusta o sbagliata, sarà la sua. Il genitore può dare un consiglio ma non si può sostituire al figlio (sebbene il figlio sia naturalmente portato a riprodurre i suoi errori) e non può continuare a guardarlo "dall'alto". Altrettanto il figlio deve assumersi responsabilmente la sua crescita e iniziare a vivere camminando con le proprie gambe non dare al padre l'occasione di continuare a trattarlo come un bambino. Dunque Gesù cosa vuole dire quando dice: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare il Padre? Suona un po' come se Gesù fosse dipendente dal Padre, alla maniera di un uomo immaturo? Fermo restando ciò che abbiamo detto sopra: cioè che riprodurre i gesti buoni e meno buoni dei genitori, è un meccanismo psicologico "normale", qui però si stratta di qualcosa di più. Il Padre infatti ama il Figlio. Ecco il primo elemento essenziale: l'amore. E quello, lo sappiamo, libera, altrimenti non sarebbe amore. Il Padre... gli ha dato il potere di giudicare: Dio rispetta la natura umana del Figlio e lo lascia "libero" di giudicare, anche se il legame è tale da far sì che il giudizio dei due sia sempre lo stesso. 
Fa pensare, che Dio operi con due categorie umane: amore e libertà, nel parlare del legame intratrinitario tra due persone della Trinità. Ma proprio amore e libertà sono due nomi dello Spirito. E questo fa pensare ancora di più. Per quanto non saremo mai capaci di scrutare e comprendere a fondo queste relazioni tra i Tre (come li chiamava beata Elisabetta della Trinità), pare che ogni valore umano delle relazioni familiari venga risaltato oggi dalla Parola di Dio. Figlio generato dal Padre, ma uguale a Lui, non dominato da lui. Figlio come persona indipendente, eppure legato dall'essenza del bene al Padre. 
Forse può essere uno spunto buono per riflettere su come viviamo, nella nostra età adulta, le relazioni genitori-figli.

mercoledì 20 marzo 2019

uomo, non Dio [2]

Ci siamo fermati nella prima riflessione dicendo che possiamo costruire le vere relazioni solo svelando il nostro vero io.
Dobbiamo ricordarci che allacciare i rapporti porta con sé un certo rischio, quello di aggrapparci poi alle persone e cercare in loro il compimento dei nostri desideri. Diventiamo dipendenti dagli altri, forse delle volte senza accorgerci che li cerchiamo per colmare le nostre lacune. Se non abbiamo un forte e costruttivo legame con Cristo, sarà senz'altro faticoso instaurare delle sane relazioni con le persone. Nessuno vive per andare incontro ai nostri bisogni. Come nessuno potrà mai dirci cosa è meglio per noi e come scoprire i nostri desideri più profondi. Ovviamente possiamo e dobbiamo ascoltare i consigli che ci vengono dati, ma sempre ricordandoci che essi provengono da un'esperienza individuale della vita di quella persona. Possono servire a noi, ma la responsabilità per la nostra vita, resta sempre personale e come tale, sta nelle nostre mani. Ognuno di noi, infatti ha una sensibilità e un vissuto differente. Di certo vale anche al contrario: non posso esigere che una persona si comporti in quel modo che per me è stato utile nella vita, perché è la persona stessa che, in fin dei conti, deve decidere cosa è bene per lei. Posso aiutarla, ma mai esigere che faccia ciò che dico, altrimenti limito la sua libertà. 
Ci dobbiamo ricordare sempre che "riempirsi di una persona", è sempre un'esperienza e, nel caso, un antidoto passeggero per le nostre tristezze e per i nostri dolori. A lungo andare questo atteggiamento porta alla profonda delusione, perché prima o poi ci accorgiamo che le persone non sono in grado di colmare certi vuoti che abbiamo dentro. Così il fatto di avere delle attese o addirittura delle pretese verso l'altro, è fonte di frustrazione soprattutto per noi stessi. Siamo capaci anche di andare avanti cercando di convincere noi stessi che va bene appoggiarsi su una persona, fino a quando non arriva la grande delusione, quando non otteniamo ciò che stiamo cercando. Capita pure, che spostiamo l'attenzione su un'altra persona, senza accorgerci dello schema che stiamo riproducendo, che ci porta di frustrazione in frustrazione. Esso ci allontana dalla vera realizzazione dei nostri desideri e, di certo anche da Dio, che, mentre dovrebbe essere al centro della nostra vita (se siamo cristiani), viene sostituito da un surrogato umano. 

[continua]