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domenica 6 novembre 2022

punti di riferimento

Lc 20,27-38

Funziona così e non può essere diversamente. Finché siamo su questa terra, cerchiamo e cercheremo sempre dei punti di riferimento umani, secondo i quali definire noi stessi. E' un processo normale. Ogni persona, che lo voglia o meno, fa riferimento con se stessa ai propri genitori, siamo sempre figli, genitori, sposi, zii, amici, conoscenti, nemici, collaboratori ecc, di qualcuno. Da qui parte l'interrogativo dei sadducei, che, sebbene furbo e fortemente risonante della loro opposizione verso le novità proposte da Gesù, fa comunque parte del patrimonio antropologico di ogni essere umano. In questo preciso caso possiamo intuire qualche nota di convenzioni e di abitudini che fanno di persone, cose. Ad esempio il fatto che una moglie passi quasi come una macchina da un fratello all'altro, in funzione dell'eredità che deve essere data al primo dei fratelli. E ancora, sempre come se fosse una cosa: a chi apparterrà nell'eternità?
Ed ecco che la risposta di Gesù non è solo il voler distogliere chi lo interroga, dalla logica di legami terreni. E' anche il far vedere che nell'eternità decadono tutti i rischi provenienti dalla reciproca appartenenza degli esseri umani. Rischi, appunto, quali: reificazione, uso, dipendenza, strumentalizzazione tra le persone, quelle cose che producono comunque totalmente o parzialmente, la morte dell'essere umano a quello che è davvero. Perché se io, se tu, siamo usati dai nostri simili, non siamo più uguali a loro, non siamo più davvero uomini e donne, ma veniamo trattati come oggetti. E spesso rispondiamo diventando oggetti, appunto. Il Signore ci dice invece che l'eternità è fatta di un solo punto di riferimento, a fronte dei tanti, terreni. Il Riferimento per eccellenza: l'amore totalizzante e liberante per sempre di Dio, che fa sì che non abbiamo di fatto più bisogno gli uni degli altri, perché Dio finalmente è tutto in tutti e così tutti ci ritroviamo a vivere dello stesso eterno Amore. 

martedì 26 luglio 2022

per tutti, per uno solo

Mt 13,36-43

Arriviamo oggi a quel momento del capitolo 13 del Vangelo di Matteo, in cui Gesù ha finito di parlare alla folla e si ritira in una casa. A questa casa hanno l'accesso solo i suoi discepoli e lì viene spiegato a loro, su richiesta il significato di una parabola. Mi colpisce questo fatto. Varie parabole per le folle, racconti delle similitudini per far capire come funziona il Regno dei cieli. Poi il momento di riposo e di intimità, di una profonda comprensione. Indubbiamente, Dio parla a tutti, parla anche alla folla, spiega, concretamente anche negli eventi della storia, le sue "logiche". Poi però viene il momento in cui soffermarsi su ciò che da Lui viene detto. E questo richiede tempo con Lui, intimità, ricerca personale e disponibilità del cuore a lasciarci lavorare e, alle volte, anche ferire, dalla Parola. Nella folla tutto viene ascoltato con più facilità, c'è confusione, molte cose si perdono, la Parola riesce a penetrare solo fino a un certo punto. In più, le parole che sentiamo, se per caso scomode, possono essere allontanate senza sforzo. Il vero lavorio di crescita è in solitudine della "casa", dove chiedere al Signore, allo Spirito di spiegarci la Parola ascoltata. E allora Egli, avendo la nostra attenzione o anche solo la buona volontà di comprendere, di stare con Lui, di trascorrere del tempo con Lui, può illuminare la nostra vita. Perché le parole sono per le folle, per tutti. ma la Parola è per uno solo: per te.

domenica 10 gennaio 2021

fare o essere?

Mc 7,1-11

E' verissimo, quando diciamo che non sono le parole che qualificano la vita della persona, ma le sue opere. Non so se vi è mai capitato (a me sì), di seguire gli scritti di una persona che non necessariamente stimate come persona (cioè per quel che fa). E' un'arte. Da un lato quella di saper attingere del buono anche quando la persona parla bene, ma razzola male, dalle sue parole, che possono oggi essere preziose per noi. D'altra parte ci fa esercitare la pazienza e l'istintiva voglia di buttare il "bambino con l'acqua sporca"... Oscilliamo dunque tra la voglia di attingere alle cose che possono aiutare la nostra vita e l'altrettanta voglia di mandare tutto all'aria, quando vediamo le opere di chi sa parlare bene. 
E poi ci sono i farisei... che parlano bene, che soprattutto comandano bene, fanno delle pressioni efficaci... ma poi loro stessi non fanno ciò che dicono. Il problema di molti leader, qui aggravato dal fatto che le loro parole sono comandi. Questa incoerenza, così spesso messa in luce dalle generazioni più giovani, nei confronti della chiesa e chi la rappresenta oggi, ha le sue radici nella noncuranza del nostro essere. Occupiamo posti, ci prendiamo responsabilità, ci viene data fiducia e ci permettiamo di tirare fuori la nostra autorità. Ma tutto precocemente, perché prima non abbiamo curato il nostro essere, non ci siamo guardati abbastanza dentro, per vedere se siamo disposti, ma soprattutto se siamo in grado di affrontare ciò che ci tocca insieme alla responsabilità, quanto alla coerenza della vita. Perché il leader vero è quello che si sporca per primo le mani, perché sa di essere "uno tra tanti" e di essere posti lì a servire. E se, a livello dell'essere, non è disposto a servire, non deve parlare e tantomeno ricoprire degli incarichi. Questo non sempre è legato alla cattiveria o malavoglia. Spesso abbiamo semplicemente a che fare con un'incapacità a livello dell'essere. E qui si apre il famoso discorso del non prenderci il peso che va oltre la nostra persona, come pure quello sul non chiedere alle persone ciò che non possono essere. Tanto difficile, a quanto pare, conoscere se stessi e il proprio limite... Ma tanto necessario. Salvo il normale margine di debolezza che ognuno porta in sé, ogni "fare", in effetti, "fatto bene" e coerentemente, si basa su un robusto "essere". Ed è quello, per primo, da curare, ogni giorno. 

giovedì 17 settembre 2020

l'oggettività del profumo

Lc 7,36-50 


Parlare dell'oggettività, oggi è molto rischioso, me ne rendo conto. Purtroppo spesso, troppo spesso, si confonde la libertà con il libero arbitrio e l'interpretazione di un dato di fatto altera la realtà, sotto la copertura della tolleranza e del: ognuno è libero di pensare ciò che vuole. A me piace un profumo che forse a te non piace, sei libero di non mettertelo addosso, tuttavia, se è un profumo piacevole, dovresti saper dire: è un bel profumo (inteso: non è una puzza), anche se non corrisponde ai miei gusti. E' come quando dico in una discussione: ciò che dici è un'ipotesi possibile, anche se per me non è quella più plausibile. Dove voglio arrivare? Al fatto che il profumo buono e prezioso che la donna del Vangelo di oggi riversa sui piedi di Gesù, resta quello, al di là di chi fa il gesto. Gesù è il Signore e riconoscere questo, legittima "lo spreco" di quella sostanza più pregiata che forse quella donna avesse in quel momento. I farisei però non vogliono vedere questo: loro guardano alla persona con disprezzo. Insomma per loro quel gesto è sporco, perché è sporca per loro la protagonista. Non così Gesù. Lui separa le persone dal male che possono aver commesso e le qualifica dal bene che fanno. Non vede in lei una peccatrice, anche se sa che lei è anche questo. Lui vede una donna che fa un gesto oggettivo: esprime l'amore. E vuole vederla attraverso questo gesto, dato che l'amore a parole vale poco, ma con i fatti molto. Di più: egli fa capire come un peccatore può amare infinitamente di più rispetto al cosiddetto uomo retto. Perché il peccatore compie gesti clamorosi d'amore, mentre quello abituato ad ospitare il Signore, potrebbe non compierne nemmeno uno... E noi, che sguardo abbiamo? Vediamo le persone a partire dal loro peccato o a partire dall'oggettività del buon profumo che sono comunque capaci di spargere, anche quando noi non siamo in grado di vederlo? Amare si può, è una scelta nella libertà. Riconoscere l'oggettività dei fatti si deve, abbandonando gli occhiali della nostra emotività ferita, bramosa di perfezionismo. 

venerdì 12 giugno 2020

giocare al rialzo

Mt 5,27-32


Ti sei mai fermato/a a riflettere su come ti è stato insegnato a vivere? Fondamentalmente quel che ci viene sempre trasmesso è che dobbiamo essere delle "brave persone". Perché poi, se siamo "brave persone", non ci tocca più nessuno, nessuno ci può dire nulla. Oppure meglio, ci insegnano ad essere dei "bravi cristiani". Le conseguenze più o meno sono le stesse. Perché chi mai può toccare un "bravo cristiano"? Qualunque cosa esso significhi... e poi in scena entra quello senza cui non saremmo cristiani, Cristo stesso, appunto. E dice: "fu detto così e così... ma io vi dico di più". Che tradotto significa: vi è stato insegnato a rimanere sul sicuro, sull'osservanza, sul minimo indispensabile. E io vi dico che c'è bisogno di un passo in più. Come giochi la tua vita? Stai sul sicuro, quello che ti rende una "brava persona", intoccabile e amica di tutti, che non si espone, perché, non sia mai che qualcuno abbia qualcosa da ridire? Non ti sbilanci eccessivamente perché, una volta arrivato qui, già è un buon traguardo e non c'è bisogno di "esagerare"? Beh, Gesù dice un'altra cosa. Dice che non basta questo. Occorre invece "giocare al rialzo", rispetto alla media, o, per chiamarla per nome, rispetto alla mediocrità. Questo di certo farà sì che non saremo amici di tutti, ma non è quello che conta nella vita, al contrario. C'è la necessità del rischio, in mezzo. Quel rischio che ci distoglie dalla sicurezza posta in noi stessi, ci permette di decentrarci e di riconoscere che qualcun Altro è l'artefice della storia, non noi. E che non sarà la simpatia di tutti a salvarci, ma l'adesione alla salvezza, già operata per noi, da Uno che ha saputo "giocare al rialzo". 




giovedì 7 maggio 2020

chi accogli?

Gv 13,16-20

Sebbene il parlare di Gesù sia per ora molto enigmatico, in quanto Egli sta preparando i suoi all'arrivo dello Spirito, ci sono anche nel brano odierno, dei passaggi che hanno una valenza importantissima, nella nostra vita quotidiana. Chi accoglie colui che manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Che discorso grandioso sull'accoglienza! A molti tra noi, man mano che conosciamo una persona, succede di avere la tentazione di cambiarla. Perché, con l'intuito o talvolta con discorsi anche molto ragionati, vogliamo provare che se cambiasse, sarebbe meglio... una volta ho assistito a un dialogo di questo genere. Una persona diceva all'altra che non va bene che faccia in una determinata maniera e come sarebbe meglio se facesse diversamente nella sua vita. L'altra persona ha ascoltato pazientemente, dopodiché ha guardato chi le stava dando quei "consigli" e ha risposto: cosa ne sai tu della mia vita, del mio passato, in base al quale oggi faccio proprio così? Mi hai mai chiesto con quale obiettivo mi comporto così, cioè che futuro intravedo? Il "consigliere" è rimasto a bocca aperta. Un esempio che azzecca perfettamente con ciò che dice Gesù. Prima di entrare nella vita degli altri, dovremmo accoglierli esattamente così come sono e ciò significa: con il loro passato che li ha portati ad essere ciò che oggi sono e con la prospettiva del loro futuro, che, sebbene noi possiamo aiutare a costruire, non siamo chiamati a costruire al loro posto. Chi accoglie me, te, accoglie ciò che ero e ciò che sarò. E chi accoglie l'altro così, crea uno spazio per la sua crescita, un terreno fertile. Perché una persona umana cambia, certamente, migliora, ma lo fa solo in un ambiente e in delle circostanze, in cui si sente pienamente accolta per quel che è. Bella esperienza da fare personalmente e da far fare agli altri, l'accoglienza reciproca, che fa crescere. 

sabato 2 maggio 2020

al bivio (1): una relazione

Oggi e nei prossimi giorni volevo soffermarmi su un bivio, che riguarda tutti noi, senza eccezione. Questo bivio ha un nome, che definisce una "cosa" che ad alcuni fa paura, solo al pensiero, per altri è una "cosa" riservata ai preti, suore e frati. E invece questa "cosa" va molto oltre il solo ambito religioso e non va temuta. Basta lasciarla crescere e chiamarla per nome, per scoprire, che c'è e ci è sempre stata, anche se tante volte nascosta e non ascoltata. E che significa tante, ma proprio tante cose. 
Stiamo parlando della VOCAZIONE. Una parola forse sconosciuta, forse arcaica, incomprensibile, eppure è una delle parole della nostra vita. Non riporto i significati dei dizionari, ve li potete cercare da soli. E non do nessuna definizione compilata da me. Spero che dopo qualcuna di queste brevi riflessioni che condivideremo, ognuno potrà trovarne una propria, pregna di significati e di vissuti. Iniziamo!

Oggi ci soffermiamo su un concetto basilare, per parlare della vocazione. E' la relazione. Non c'è cristianesimo senza la relazione fondante, quella con Dio. E' tanto ovvio per quanti la coltivano, quanto incomprensibile e astratto per coloro che non ce l'hanno. Come si coltiva una relazione? Ovviamente frequentandosi, parlandosi e conoscendosi sempre di più. Come è frequentare Dio? Beh c'è chi dice che a Dio si parla in una forma di monologo e si spera che senta qualcosa o che voglia ascoltare. Altri dicono che si sentono ascoltati da lui, che lo incontrano quotidianamente in ciò che vivono. Certo, se pensiamo che Dio "non sia di questo mondo", diventa dura, stabilire una relazione con qualcuno che vive solo oltre la nostra realtà e in qualche distante "al di là". Forse qualcuno ce lo vuole anche far credere o forse troppo spesso ci ritroviamo proprio a crederlo già dentro di noi. E allora si fatica a stabilire e mantenere questa relazione. Perché non è nemmeno cristianesimo, l'osservanza delle leggi, della moralità, la frequentazione dei sacramenti o di qualsiasi rito, se dietro non c'è una Persona. Una Persona alla quale tende tutto questo e che dona senso a tutto ciò.  

Certo, è difficile perché Dio è una persona che non possiamo toccare, guardare negli occhi, ascoltare con le orecchie. Tante volte anche se crediamo in qualche maniera nella sua presenza, fatichiamo, perché può sembrare distante. E invece Egli è più vicino a noi di quello che potremmo mai immaginare. Tutte le barriere invece vivono nella nostra testa, alle volte nel nostro cuore. Forse occorre ascoltare qui proprio ciò che Gesù stesso ci dice: "se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli" (Mt 18,3). Se ci fai caso, è proprio il bambino che ha la capacità di oltrepassare il limite, che per noi spesso è muro, tra il materiale e lo spirituale, fino a quando non gli inculchiamo, che è vero solo quel che è tangibile, percepibile con i nostri sensi. E invece: sorpresa! Anche la nostra anima possiede i sensi: sa udire, vedere e sentire una presenza, delle volte anche più intensamente di quella fisica. A noi sta utilizzarli e acutizzarli, questi sensi. 
Solo attraverso di essi possiamo stabilire la vera relazione con Dio, davvero rapportarci quotidianamente con Lui, ovviamente dedicandogli del nostro tempo (che poi è suo!)
All'inizio della nostra riflessione su cosa sia la vocazione, dobbiamo tenere ben presente che tutto inizia da questa relazione, dall'amore che ricambiamo all'amore infinito di Colui che ci ha creati. Allora, dentro questa relazione possiamo piano piano scoprire cosa è questa vocazione, cioè quella "cosa" a cui non solo siamo "chiamati" (da: vocare, chiamare in latino), ma anche quella "cosa" che ci chiama dal di dentro, dal nostro cuore. E non ci lascia in pace, finché non l'ascoltiamo. 
Ma di questo parleremo nella prossima puntata! 😊