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martedì 26 luglio 2022

per tutti, per uno solo

Mt 13,36-43

Arriviamo oggi a quel momento del capitolo 13 del Vangelo di Matteo, in cui Gesù ha finito di parlare alla folla e si ritira in una casa. A questa casa hanno l'accesso solo i suoi discepoli e lì viene spiegato a loro, su richiesta il significato di una parabola. Mi colpisce questo fatto. Varie parabole per le folle, racconti delle similitudini per far capire come funziona il Regno dei cieli. Poi il momento di riposo e di intimità, di una profonda comprensione. Indubbiamente, Dio parla a tutti, parla anche alla folla, spiega, concretamente anche negli eventi della storia, le sue "logiche". Poi però viene il momento in cui soffermarsi su ciò che da Lui viene detto. E questo richiede tempo con Lui, intimità, ricerca personale e disponibilità del cuore a lasciarci lavorare e, alle volte, anche ferire, dalla Parola. Nella folla tutto viene ascoltato con più facilità, c'è confusione, molte cose si perdono, la Parola riesce a penetrare solo fino a un certo punto. In più, le parole che sentiamo, se per caso scomode, possono essere allontanate senza sforzo. Il vero lavorio di crescita è in solitudine della "casa", dove chiedere al Signore, allo Spirito di spiegarci la Parola ascoltata. E allora Egli, avendo la nostra attenzione o anche solo la buona volontà di comprendere, di stare con Lui, di trascorrere del tempo con Lui, può illuminare la nostra vita. Perché le parole sono per le folle, per tutti. ma la Parola è per uno solo: per te.

sabato 4 dicembre 2021

le mappe della tua vita


 Lc 3,1-6

Quanto sono dettagliate le informazioni che ci fornisce oggi l’evangelista Luca, per contestualizzare l’inizio dell’attività pubblica di Giovanni il Battista. Davvero siamo sicuri che queste ci servono? Nella sola prima frase, abbiamo chiara l’immagine politica della Palestina. In mezzo a tutti questi nomi, quali: Ponzio Pilato, Erode, Anna, Caifa… che forse non ci fanno venire in mente niente di buono, si fa strada la parola di Dio. Essa però, stranamente, non viene in una città o anche qualsiasi altra località, ma raggiunge il deserto e in esso, Giovanni. Sembra che Luca voglia operare un’analogia con il Verbo, cui incarnazione ha appena raccontato e che avviene a Betlemme, nella piccolezza (cf Mi 5,1). Hai mai pensato all’analogia che tutto questo potrebbe avere con la tua vita? Oggi è il giorno in cui fare memoria del momento in cui hai fatto il tuo incontro, forse quello decisivo o forse il primo importante, con Gesù, il Verbo, appunto. Oggi è il giorno, in questo cammino che ci prepara alla sua nascita, di riprendere questo evento e fare come fa Luca. Puoi visitare con la memoria del cuore, le regioni della tua esistenza, per vedere come e da “chi” erano governate, domandarti su cosa stava succedendo nella “politica” del tuo vivere di quel periodo. Puoi infine individuare il punto, dove la Parola venne a visitarti. Forse scoprirai che anche in te e nella terra e nella storia che sei, Egli preferì andare oltre tutti gli ambiti conosciuti per nome, visitati, inquadrabili nella tua geografia, per impiantarsi in una tua periferia, in un qualche margine della tua persona. Sicuramente ti ricorderai questo primo amore e lo zelo che ne conseguì. Questo incontro produce sempre una sovrabbondanza che sfocia nel fervore, che anche a Giovanni ha spinto a camminare e gridare quell’Amore che sta per raggiungere tutti. Fai un secondo step. Guarda al presente. Dove sei oggi? Che posto ha in te e nel tuo cuore, Colui che hai incontrato con così tanta forza? In quale regione del tuo essere Egli dimora? Ha già preso possesso di tutto/a te stesso/a? Sei ancora disposto/a ad andare e dire con la tua vita la sua Presenza vivificante, rallegrante, totalizzante? Ricordati che nei momenti di stasi, di crisi, di ripensamento, nell’esperienza del non-senso, che sono in fondo tutti nomi dei “deserti” che attraversiamo nella nostra vita, la strada c’è. Ed è quella di ritornare all’Amore conosciuto, a Colui che sa raddrizzare, riempire, abbassare, spianare, che ti fa di nuovo vedere la salvezza. Nel nostro cammino di Avvento, non lasciamoci scappare la preziosa possibilità di tracciare la cartina generale della nostra vita presente. In primis quella geografica, per comprendere i luoghi che oggi hanno più bisogno di essere la culla del Salvatore, ma anche quella fisica, per sentire nel cuore quanto i nostri sentieri, burroni, monti, colli, vie, hanno bisogno di Lui.


sabato 9 ottobre 2021

un parto soprannaturale

 


Lc 11,27-28

Leggendo il Vangelo di oggi, occorrerebbe domandare alle donne che sono madri, qual è il compito secondo loro più importante e quale quello più arduo per una madre. La donna che grida dalla folla verso Gesù, mette in risalto la benedizione che è scesa sulla sua madre, col solo fatto di esserlo biologicamente: grembo che l'ha portato e seno che l'ha allattato. E noi, che conosciamo chi è la mamma di Gesù, Maria, sappiamo quanto lei sia stata cosciente di questa benedizione. Ma sappiamo anche quanto Ella sia rimasta attonita e stupita davanti alla vocazione ad essere la Madre di Dio, sappiamo quanto non se ne sentiva all'altezza. Probabilmente Maria aveva in parte coscienza e in parte intuizione, che appunto il suo compito verso il Figlio di Dio, quel Compito supremo, non era affatto darlo alla luce e farlo crescere, ma qualcos'altro. 
Maria, quando suo figlio è cresciuto, ha sofferto tantissimo per lui. Specie all'inizio per la sua mancanza, per la mancanza delle notizie su di Lui. Ma probabilmente il parto più grande e più doloroso, era quello interiore, dell'accettazione del compimento della Parola di Dio su di Lui. Ecco cosa risponde il Signore alla donna: beati coloro che ascoltano la Parola e la osservano. Beati coloro che si concentrano su ciò che Dio opera nella loro vita attraverso la sua Parola, che non si soffermano solo sul livello materiale, ovviamente necessario e "primario", ma sanno elevare anche la relazione così stretta, come quella materna, ad un livello diverso. Ognuno di noi infatti è madre di Dio, nella misura in cui è in grado di cercare e di trovare la Presenza di Dio nella propria vita quotidiana. A cosa pensa una mamma, infatti, se non al proprio figlio, tutti i giorni? Ecco la nostra chiamata. Essere madri di quel dio che abita il nostro mondo e la nostra storia, alle volte di nascosto, altre volte manifestamente, ma che dispiega la sua presenza nella Parola che trasforma verso il bene la nostra esistenza. Perché la Parola di Dio è sempre quella che ci spinge al bene e alla costruzione del mondo. Ecco, questa va osservata, per la beatitudine "materna" che Gesù oggi ci presenta. 






sabato 11 settembre 2021

un ascolto che scava

 


Lc 6,43-49

Nel brano di oggi mi colpisce particolarmente un'espressione, usata da Gesù. Egli dice che chi ascolta le sue parole è come se stesse scavando molto in profondità per porre le fondamenta e poi costruire la propria casa. Scavare nella profondità della roccia, è un lavoro molto molto arduo, che richiede tanta forza e tanta perseveranza, oltre che tempo. Quasi un lavoro impossibile, assurdo e irrealizzabile da soli. Precisamente come quando come ci mettiamo a scavare nel nostro cuore. Ci passa la voglia, ci perdiamo in mezzo ai nostri pensieri, desideri, emozioni, sentimenti. Non sappiamo da quale punto iniziare, ci disperiamo, magari riusciamo a scavare un pochino, dopo però ci sembra di nuovo troppo dura, ci tiriamo indietro, ci diciamo "ora basta", oppure ci facciamo a un certo punto la convinzione che "è sufficiente" così e ci accomodiamo su ciò che abbiamo "raggiunto". Fino alla prossima ondata violenta del fiume, di qualcosa che ci investe fortemente dal di fuori, che ci mette in discussione, che ci crea un'interiore "scomodità". Allora appare il bruciore interiore, qualcosa vacilla, nascono emozioni improvvise, quali rabbia, sconcerto, sorpresa. Segno che qualcosa non è stato approfondito sufficientemente. Allora forse si ricomincia a scavare un po' di più. Oppure no. Si può anche far finta di nulla, lasciar passare l'emozione e andare avanti facendo finta di nulla, fino alla prossima ondata. La casa della nostra vita, pur dando apparenza di stabilità, sarà sempre più o meno vacillante, ci piaccia o no. Ma si può rafforzare, se abbiamo la tenacia di andare in profondità, scavando. E al contrario, si può indebolire se non lo facciamo. 

Ci sono tanti modi di vivere la nostra fede. Ne voglio sottolineare 4. Ci sono persone che hanno sempre Dio e il Vangelo sulla bocca, ma la vita è un'altra cosa, purtroppo. Poi ci sono quelli che parlano di Dio e la loro vita è coerente con ciò che dicono (nel limite dell'umano ovviamente). E ancora abbiamo quelli che di Dio non parlano o quasi mai. Tra di loro quelli che non ne parlano perché non lo considerano e quelli che non ne parlano, perché la loro vita ne parla sufficientemente. Qual è la modalità giusta? Non lo so, dato che poi ci sono anche tante altre modalità, sfumate. Ma mi sembra di capire che, se è come dice Gesù oggi, che ognuno dal tesoro del proprio cuore trae ciò che è coerente con la sua vita, allora molte parole in realtà non servono, perché vengono comunque risciacquate dalle onde del fiume in piena. Mentre se con l'ascolto della parola del Signore, stiamo scavando abbastanza, allora prevale proprio quello, l'ascolto, e quello dà frutti visibili. 

sabato 24 aprile 2021

sembra il cinese

Gv 6,60-69

E' vero che a ciascuno di noi è capitato nella vita di leggere o ascoltare qualcosa che sembrava completamente incomprensibile, per dirla come siamo soliti dire "sembrava il cinese"? Possono essere state lezioni di matematica, discorsi scientifici, la Divina Commedia, scritta in un italiano difficilmente comprensibile oggi, può essere stato qualcuno che ci assegnava un compito difficile... può essere stata la Parola di Dio. Di fronte a certe cose incomprensibili, facciamo molto presto a convincerci, che "tanto non le capiremo mai". Questa convinzione, specie negli adulti, diventa presto un'accomodante scusa per non affrontare un discorso, oppure per non crescere, per non realizzare i propri sogni... "Eh, troppo difficile, c'ho provato ma niente". 
Alle volte manca la pazienza, altre volte manca l'autostima, altre ancora manca l'umiltà per chiedere l'aiuto... Ciascuno di noi ha le proprie scuse. Ovviamente senza generalizzare, tenendo presente che tutti abbiamo dei limiti oggettivi, perché siamo umani. Ma ci sono delle cose nelle nostre vite, che hanno questa sfumatura di una sorta di nostalgia. Il sapore di quella resa che abbiamo deciso troppo presto. Il sapore di qualche cosa che ci siamo preclusi e che, mentre da un lato lo giustifichiamo, ci crea dentro quel sentimento di malinconia per qualche cosa che ci manca. Se sbirciamo nel nostro cuore, probabilmente lo troviamo con facilità. 
I discepoli nel Vangelo di oggi fanno proprio così. Ascoltano la Parola di Gesù e costatano che essa è "troppo dura" e che non si può ascoltare. La sorpresa sta invece proprio nel superamento di questo dubbio. Il sentimento dell'impotenza di fronte a qualche cosa che non capiamo, è spazio di fiducia, se lo accogliamo. Così anche la stessa parola di Gesù: sembra pesante, lontana, sembra cinese. Eppure, se ci fidiamo e se semplicemente rimaniamo con essa, potremmo scoprire un giorno che essa, più spesso è frequentata, più comincia ad parlare alla nostra vita e a penetrarla in profondità. E' così perché la Parola è per noi la presenza stessa del nostro Dio, la Parola è viva ed è efficace anche laddove il nostro intelletto non riesce a seguirla. La parola d'ordine resta: fiducia! Dio può rendere fruttuoso anche ciò che noi non vediamo efficace. 

venerdì 5 giugno 2020

una risposta sempre pronta

Mc 12, 35-37 

Di solito le persone che hanno la risposta sempre pronta oppure vogliono avere sempre l'ultima parola, non ci piacciono. Alla loro presenza capita che ci sentiamo un po' sempliciotti, specie se già abbiamo un'autostima bassa. E poi in alcune persone scatta questo meccanismo: inventiamo una domanda difficile, per mettere alla prova questa persona che (secondo l'interpretazione comune) si crede più degli altri. Andiamo di solito avanti con una certa superficialità, senza domandarci realmente come mai queste persone agiscano così, perché le motivazioni possono essere varie. C'è chi si dà valore avendo sempre le risposte, c'è chi ha imparato che non può permettersi di non sapere qualcosa, per cui inventerà, pur di rispondere e non sentirsi impreparato... c'è poi chi sa rispondere, perché è abituato a riflettere molto e in profondità. Nella vita possiamo distinguere queste persone soprattutto dall'atteggiamento. E potremo farlo solo se abbandoneremo un attimo il nostro sentimento (spesso negativo) nei loro confronti e cercheremo di guardarle e considerarle per ciò che sono (cosa non facile). Ecco qui Gesù. Spesso intrappolato nelle questioni contorte, ma sempre con la risposta pronta. Ecco oggi spiega una cosa che sembra impossibile e complicata e sembra contraddire alcune cose che Egli stesso proclama. In un'altra occasione, chi lo ascolta, si domanda "da dove gli viene questa sapienza?". Gesù oggi ci dimostra chiaramente da dove essa gli venga. E' un assiduo frequentatore della Parola di Dio, conosce la Scrittura, da buon ebreo, ma ne conosce anche significato più profondo, proprio quello che si scopre man mano che uno ama e vive ciò che Dio dice... la sua conoscenza della Parola non è un recitare a memoria, ma un aver letto, meditato e vissuto. Ecco a cosa ci invita: ad essere anche noi coloro che hanno le risposte, perché le hanno trovate e continuano a trovarle nella Scrittura, la quale è viva e vivificante, attraverso lo Spirito che sempre è pronto ad animarci. 

martedì 24 settembre 2019

chi è dentro, chi è fuori?

Lc 8,19-21
Una delle cose peggiori che possono succedere quando tu stai in compagnia. Arrivano i tuoi e ti richiamano, ti vogliono tirare fuori. Peggio ancora: non entrano ma mandano qualcuno a chiamarti. Forse un po' di rabbia e scocciatura ci sta. Ma Gesù sembra che non si lasci scomporre da queste possibili istintive reazioni. Fa direttamente una mossa che da un lato potrebbe sconvolgere di più, dall'altro lato svela la sua estrema libertà interiore che si manifesta proprio nel fatto che lui non si altera. In queste situazioni, noi ci arrabbiamo perché ci sentiamo trascinati o vincolati da dei legami, giustamente, avendo a che fare con i nostri familiari. Il punto è restare, come Gesù, dentro e dentro di sé. Se dentro di te c'è la sufficiente sicurezza, quella buona, che non è sfacciataggine, tu non ti scomponi, ma rimani dentro, presente a te stesso, anche quando da fuori ti richiamano, rifacendosi ai legami più legittimi di questo mondo. I legami sono fatti per la vita e non la vita per i legami. L'uomo è un essere sociale per poter vivere ha bisogno dell'altro, ma non di dipendere morbosamente dall'altro. Chi è "dentro", come Gesù, vede quali sono le relazioni più vitali, quelle appunto che coinvolgono interiormente, all'ascolto di una Parola che dà vita. Le voci da "fuori", che sono lì, pronte addirittura a dirti che sei tu quello pazzo e "quello fuori", sì, forse danno un po' fastidio, dispiacciono, ma non sconvolgono la vita vera. L'amore non sta infatti nel fermarsi fuori a richiamare. Il vero legame è quando tu hai coraggio di entrare dentro la vita del fratello, non in quello che tu pensi che egli sia, ma in quello che egli davvero è. E questo significa davvero sapersi mettere in ascolto di quella Parola, che lo abita.

giovedì 20 dicembre 2018

l'ultima parola

Lc 1,5-25

Povero uomo, il nostro Zaccaria. Certamente ognuno di noi ha fatto esperienza di queste situazioni, in cui, di fronte a Qualcuno che sentiamo più grande di noi, o almeno con più esperienza, cerca di dirci qualcosa che noi riusciamo comprendere solo fino a un certo punto, ma per timore non sappiamo più se fare ulteriori domande o tacere. Delle volte è solo confusione, altre volte invece veramente e realmente vogliamo avere l'ultima parola su ogni cosa, e questo per tanti motivi: può essere per via del nostro temperamento che non conosce freni, altre volte perché ci sembra di sapere meglio, altre volte ancora perché in fondo siamo insicuri e il poter sempre rispondere ci dà l'impressione di tenere le cose in mano e di non perdere il controllo. Così Zaccaria si trova di fronte ad un mistero e certamente in qualche modo si sente insicuro. Soprattutto di fronte alle parole assurde e incomprensibili di Gabriele. Ebbene, visto che cerca di fare obiezioni, Gabriele permette da parte di Dio, che venga tolta a Zaccaria la parola. Sì, perché ciò che Dio vuole, lo compie, nonostante tutte le nostre insicurezze e obiezioni. Alle volte infatti l'unica cosa che permette a Dio di operare nella nostra vita è quando siamo messi completamente a tacere: quando ci sentiamo privi di quella parola che nella vita umana significa possibilità di comunicare, di creare, ma che in fin dei conti permette a Dio di agire. Sì, perché in Zaccaria ci possiamo rivedere un po' tutti: prega e vive desiderando una cosa sola e quando finalmente le sue preghiere vengono esaudite, pone mille interrogativi e vuole per forza razionalizzare. Non che abbia tutti i torti, ma Dio non ha bisogno di tutto ciò, per operare quel che è sua Volontà. In questo caso il fatto che a Zaccaria sia mancata la parola, non è punizione, ma è una forma di protezione davanti a ulteriori ostacoli e sofferenze che egli stesso era pronto ad infliggersi. 
L'ultima parola infatti appartiene sempre a Colui che è la Parola. 



martedì 25 luglio 2017

tuona, Giacomo, tuona...

Quando penso alla figura di Giacomo il fratello di Giovanni, che oggi festeggiamo, mi vengono in mente alcune immagini. Anzitutto l'ambiziosità. Noi spesso pensiamo male delle persone che mostrano di voler arrivare ad una meta che ci sembra alta. Le consideriamo superbe oppure troppo sicure di sé. E alle volte sarà anche vero. Resta però che chi non ambisce, non ottiene nulla, e se nella vita non si prova, certamente non si arriva. Ma sorrido pensando a come "osano" Giacomo e Giovanni. Facile attaccarsi alla gonna della mamma e anzi, mandarla in avanscoperta per sondare le reazioni di Gesù... come dire: quando sentiamo il grembo materno in cui eventualmente nasconderci, vicino, osiamo tanto perché ci sentiamo al sicuro. Alle volte forse sarebbe meglio non dire certe cose, perché dopo, quando ci manca improvvisamente "la mamma", cioé la presenza rassicurante, ci ritroviamo sulle sabbie mobili. Altre volte va bene invece che si dicano cose importanti e azzardate, perché il Signore non le dimentica. Sebbene pronunciate nella situazione di sicurezze umane, se sono desideri veri, Dio le potrà portare a compimento, purificandole prima. Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro, le famose parole dicono proprio questo. Tu, che sei Giacomo, che sei Giovanni, che hai desideri belli e grandi, ora datti da fare, per compierli, nella fiducia in Dio. Giacomo così diventa il primo apostolo martire... perché chi ha molto ricevuto e ha molto coraggio, avrà molto da dare.
Un'ultima cosa che mi viene in mente è inevitabilmente il cammino di Santiago. C'è che sogna di farlo, c'è chi riesce a farne un pezzo alla volta per completarlo in un secondo momento, c'è chi lo fa tutto subito per intero. Ma non è la lunghezza o il tempo che contano, ma il camminare, il muoversi verso... Il coraggio dell'amore sta proprio qui: guardare in alto e coltivare i desideri belli, grandi. E obbedire alla vita, facendo un passo alla volta, sapendo che nessun sogno al cospetto di Dio resta deluso.
Sarà che essere il figlio del Tuono, significava per Giacomo avere come missione illuminare e far risuonare la terra della voce della Parola di Dio, attraverso questi desideri forti e belli? Beh, in ogni caso: Giacomo, insegnaci il tuo coraggio nell'essere testimoni. Possa il tuono del tuo coraggio risuonare all'interno delle nostre vite affinché insieme sappiamo dare testimonianza, perché no, da grandi sognatori, ma capaci di un passo illuminante e tuonante alla volta.