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sabato 23 gennaio 2021

Il nuovo è fuori

Mc 3,20-21
Hai presente cosa succede quando ti metti le scarpe nuove? Ricorda quel piccolo timore, quando ti rendi conto che usandole, man mano si sporcheranno, si consumeranno, eppure profumano ora di nuovo! Ci piacerebbe alle volte tenere le cose "dentro" e conservarle scrupolosamente, in modo che restino al sicuro, eternamente nuove. E anche se sappiamo che questo è impossibile, ci proviamo lo stesso oppure almeno proviamo quello strano sentimento di resistenza quando ci rendiamo conto che le cose nuove presto (e di questi tempi sempre più presto, data la qualità, tante volte scarsa dei prodotti) si saranno consumate. Eppure il nuovo serve "per fuori". O meglio ancora, solo ciò che resta fuori, può essere considerato novità. Gesù gironzolava, si trascinava dietro un sacco di gente. Dunque, "i suoi" sono andati a prenderlo, a "ritirarlo", perché come dicevano, era fuori di sé. Ebbene, si, lo era sicuramente. Perché non gli piaceva il vecchio, perché non era venuto a conservare le consuetudini, ma per scuotere la vecchia realtà e farne una nuova. E per questo aveva bisogno di essere fuori. Anche il nuovo può essere consumato, ma non per questo diventa necessariamente vecchio. La novità sta infatti nei due movimenti che si completano: centrifugo, che ti porta fuori e centripeto che ti porta dentro. Perché noi siamo sempre chiamati a stare dentro di noi, presenti al nostro cuore, per poter dalla pienezza di questo cuore, portare la novità nel mondo. Ed essa non si logora.  
Per i nostri fratelli usciti dal Covid, inizia una nuova vita...in particolare per chi è giovane e ancora attende. Che vita sarà? Il vissuto ci segna sempre, specialmente quello traumatico. Tuttavia questa vita che rinasce, contro ogni speranza, resta per noi un segno forte, introduce nel mondo un raggio di Bontà, che stimola e illumina a noi lo spazio per una carità che non avrà mai fine, quella che si mostra creativa, quando decidiamo di stare fuori, insieme.






martedì 24 settembre 2019

chi è dentro, chi è fuori?

Lc 8,19-21
Una delle cose peggiori che possono succedere quando tu stai in compagnia. Arrivano i tuoi e ti richiamano, ti vogliono tirare fuori. Peggio ancora: non entrano ma mandano qualcuno a chiamarti. Forse un po' di rabbia e scocciatura ci sta. Ma Gesù sembra che non si lasci scomporre da queste possibili istintive reazioni. Fa direttamente una mossa che da un lato potrebbe sconvolgere di più, dall'altro lato svela la sua estrema libertà interiore che si manifesta proprio nel fatto che lui non si altera. In queste situazioni, noi ci arrabbiamo perché ci sentiamo trascinati o vincolati da dei legami, giustamente, avendo a che fare con i nostri familiari. Il punto è restare, come Gesù, dentro e dentro di sé. Se dentro di te c'è la sufficiente sicurezza, quella buona, che non è sfacciataggine, tu non ti scomponi, ma rimani dentro, presente a te stesso, anche quando da fuori ti richiamano, rifacendosi ai legami più legittimi di questo mondo. I legami sono fatti per la vita e non la vita per i legami. L'uomo è un essere sociale per poter vivere ha bisogno dell'altro, ma non di dipendere morbosamente dall'altro. Chi è "dentro", come Gesù, vede quali sono le relazioni più vitali, quelle appunto che coinvolgono interiormente, all'ascolto di una Parola che dà vita. Le voci da "fuori", che sono lì, pronte addirittura a dirti che sei tu quello pazzo e "quello fuori", sì, forse danno un po' fastidio, dispiacciono, ma non sconvolgono la vita vera. L'amore non sta infatti nel fermarsi fuori a richiamare. Il vero legame è quando tu hai coraggio di entrare dentro la vita del fratello, non in quello che tu pensi che egli sia, ma in quello che egli davvero è. E questo significa davvero sapersi mettere in ascolto di quella Parola, che lo abita.

mercoledì 13 febbraio 2019

la responsabilità dentro

Mc 7,14-23

C'è da ricordarsi oggi tutte quelle volte in cui ci sentiamo infastiditi da una cosa, che alla nostra veloce e immediata valutazione, viene da fuori e "ci disturba". Scatta immediatamente in questi casi una più o meno grande accusa: "mi fai arrabbiare", "mi ha fatto sbagliare", "mi fa andare in escandescenza", "mi fate venire l'ansia" e... continuate voi l'elenco. Tutte cose molto comuni, tutte espressioni che usiamo nelle nostre giornate, convinti che la causa dei nostri sentimenti negativi, stia al di fuori di noi. Viene da sorridere, perché invece è vero l'esatto contrario. La procedura che potrebbe migliorare molto il nostro vivere comune, sarebbe permettere a noi stessi intanto di provare i sentimenti negativi, cosa che, nella maggior parte dei casi, la nostra "buona educazione" ci vieta interiormente. Una volta che ci permettiamo di sperimentarli, come parte integrante ed inevitabile (!!!) della nostra vita, occorre sì, dar loro un nome. "Sto provando rabbia", "sono in ansia", sono affermazioni che ci riconducono al nostro mondo interiore, facendoci incontrare anzitutto con noi stessi. Una volta lì, possiamo arrivare a capire che non sono responsabili le condizioni esterne a noi per ciò che proviamo, ma il modo in cui noi elaboriamo "l'incontro" con il mondo esterno, DENTRO di noi. Se a provocarci spiacevoli sensazioni sono modalità relazionali con le persone, possiamo sempre verbalizzare ciò che ci dispiace, agli interessati. Se sono cose o eventi, la verbalizzazione può essere importante nel nostro intimo, per sfociare nella domanda: "come mai questa cosa mi dà così tanto fastidio e cosa potrei fare per me stesso, per evitarmi questi sentimenti?" Delle volte ci si riesce, altre volte no. Ma ciò a cui Gesù ci richiama oggi, è esattamente questo: essere consapevoli che è contaminato non quello che dall'esterno entra in noi, ma il come noi lo affrontiamo e esterniamo. Una verità che, prima di essere spirituale, è molto, ma molto umana. E forse da un lato l'accettazione di questa verità sull'essere umano e dall'altro lato la capacità sempre più profonda di cercare dentro di noi e farci delle domande, potrebbe piano piano cambiare la qualità della nostra vita?