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martedì 7 dicembre 2021

Il SI della storia


Lc 1,26-38

Non si capisce bene se la storia finora è stata sterile o vergine...un popolo che attende da secoli, forse sterile in chi non spera più, forse vergine in chi, come Maria, continua a chiedere "maranathà!" Una storia che voleva essere madre...ma che non riusciva a generare il Salvatore. Fino a quando una vergine non ha risvegliato il cuore dell'umanità, capace di accogliere Dio, con il suo SI, tanto deciso quanto folle. Così io e te, sempre in attesa della sua venuta, sempre inquieti. Fino a quando il cuore non si apre e riapre per vederlo, incarnato per sempre nell'umanità, su tutte le strade della vita. E finalmente, con gli occhi verginali, riusciamo a vedere dovunque la sua presenza e il suo essere "tutto in tutti". E corre libero il Magnificat della storia.

martedì 22 giugno 2021

diventare conchiglia

Mt 7,6.12-14

Penso e ripenso a queste perle. Quelle che Gesù dice che non vanno gettate ai porci... Questa parola può essere interpretata male, se uno pensa che si tratti della chiusura alle persone che ci capita di incontrare nella vita, e che non riconoscono il tesoro che noi vogliamo porgere loro. Se pensiamo così, questa frase ci porta sostanzialmente a vivere "camminando sulle uova", per distinguere che cosa, quando e perché dire/dare a qualcuno piuttosto che a qualcun altro. E diventa una vita invivibile e non raramente contrassegnata dalla paura di fidarsi e chi ne ha più, ne metta. Indubbiamente abbiamo a che fare con un invito da parte del Signore, di essere prudenti, perché resta vero che nella vita non tutte le cose vanno consegnate a tutti: altrimenti saremmo inevitabilmente vittime di "abusi" a cui involontariamente ci esporremmo. Va bene essere aperti e spontanei, al di là dei calcoli nelle nostre relazioni, ma è importante sapere anche maturare quel grado di apertura e spontaneità che interiormente ci permetterà di discernere dove inizia il nostro confine. Il confine di una persona è quel limite, insito nella natura umana, che segna un oltre, che appartiene solo al "tu per tu" nostro con Dio. Ecco grosso modo il senso di ciò che ci vuole dire il Signore. 
Ma c'è dell'altro. C'è da dire che la perla nasce in una conchiglia da un disturbo, da un corpo estraneo, che non viene rifiutato, ma rivestito della sostanza che riveste la stessa conchiglia. Pensiamo che cosa questo significhi per noi... è automatico voler rimuovere cose/persone che ci danno disturbo. Che succederebbe se, soprattutto per le persone, invece di rifiutare, come potrebbe fare la conchiglia con il granello di sabbia, le tenessimo dentro, permettendo che ci diano un po' di fastidio (forse cogliendo l'occasione di andare in profondità, per vedere cosa e per quale motivo realmente ci dà fastidio, per perdonare?)? Ci viene in aiuto Etty Hillesum, quando scrive: Accogliere l'altro nel proprio spazio interiore e lì lasciare che fiorisca, dargli un posto dove possa crescere e svilupparsi. Vivere davvero insieme all'altro, anche se non lo si vede per anni, lasciare che l'altro ci continui a vivere dentro e vivere con lui, questa è la cosa essenziale. E così si può continuare a vivere insieme a qualcuno, al riparo dagli eventi esteriori di questa vita. Ciò è una grande responsabilità. 
Allora ogni perla che noi "gettiamo", purché non ai porci, significherebbe condivisione di un dolore che viene trasformato nella grazia di accoglienza, nella gioia che ne viene. E sarebbe condivisione della vittoria della vita sulla morte, dell'accoglienza sul rifiuto. Gettare questa perla fuori di sé significherebbe raccontare che ogni cosa nella nostra vita ha un senso più profonda nell'ottica di Dio. E forse potrebbe produrre altre perle, nelle persone-conchiglie, che smetterebbero di rigettare le cose/le persone della loro vita, trasformandole in spazi di guarigione.
Ma per far questo, occorre che diventiamo conchiglie: capaci di apertura e di chiusura al momento opportuno. Perché la perla si forma nel silenzio del dialogo quotidiano con Dio, laddove sono nascosti i segreti del Re, che, appunto non vanno gettati ai porci. 
Questa è una grazia da chiedere, per riempire il mondo di perle, ricchezza dell'umanità.


venerdì 26 marzo 2021

il ministero più richiesto

Gv 10,31-42 

Hai presente quando ti metti a dialogare con qualcuno a lungo, apri il cuore, e riveli qualcosa di te stesso, perché magari ti piace instaurare una relazione di fiducia e di amicizia con qualcuno ma... vieni frainteso e senti che in fondo ciò che dici non viene compreso?
E' esattamente ciò che capita alla fine a Gesù nel Vangelo di oggi. Ha cercato, in questi giorni, di dialogare, di rivelare la sua identità, di spiegare, di aprirsi, ma ha trovato davanti a sé un po' l'incapacità oggettiva di comprendere chi egli sia veramente, ma molto anche la chiusura del cuore dei suoi interlocutori. Quella chiusura appunto che fa sì che noi, dopo aver aperto il nostro cuore e la nostra vita, ci sentiamo nudi e delusi. Cosa fa infine Gesù? Si allontana e rientra nel silenzio. Non dice più nulla. Non si presenta, non cerca più di convincere nessuno di nulla sul proprio conto. E... improvvisamente, da coloro che dalla sua bocca non hanno sentito nulla, ma avevano sentito testimonianza sulle sue opere... viene capito. Mi viene in mente ciò di cui si parla ultimamente molto: il ministero della consolazione. E' come se Gesù lontano da coloro su cui comprensione contava, trovasse proprio i ministri della consolazione. Coloro che credettero in Lui, senza aver sentito da Lui nemmeno una parola. Ecco ciò che ci viene chiesto: essere senza pregiudizi, ministri della consolazione. Senza troppe parole, saper accogliere le persone per quel che sono. Più sono duri i tempi, più abbiamo bisogno di questo, di farlo e di sentirci anche noi accolti, cioé questo ministero, parte della vocazione cristiana, funziona in due direzioni. Perché un'altra trappola potrebbe essere semplicemente pensare di dover dare e non ricevere. Nessuno di noi è immune dall'aver bisogno di sentirsi amato, non saremmo umani né veri. Anche il Figlio di Dio sembra abbia avuto bisogno di questo. Facciamoci questo regalo, ora, che siamo nei tempi difficili!











mercoledì 23 settembre 2020

un sacchetto semivuoto

 


Lc 9,1-6

Hai presente come fa il bambino quando si trova in un posto in cui ci sono tante cose belle? Vorrebbe prenderle tutte, si riempie le mani di ogni cosa che gli piaccia, però... dopo percepisce il limite, non solo non può più prendere tutto ma ad esempio non può abbracciare la mamma. 
Alle volte, leggendo il brano del Vangelo come quello di oggi, noi consideriamo erroneamente la povertà, specie quella fatta dalle persone consacrate, come voto, con la mancanza delle cose o con la privazione dalle cose. Gesù dice di non prendere molte cose, quando vieni chiamato ad annunciare il Regno di Dio. In effetti, si potrebbe pensare che uno per essere ascoltato e attenzionato, deve mostrarsi poco abbiente, così tutti lo guardano, ammirano la sua povertà e diventa testimone (oppure un fenomeno da guardare, dipende). Ma il senso vero non sta esattamente qui. Piuttosto ci viene restituito dall'esempio del bambino. Uno che nella vita deve annunciare il Vangelo (cioé ogni cristiano), non deve essere "pieno di cose", dove per le cose si intenda non solo cose materiali, perché la missione dell'annuncio gli dona infinitamente tanto e molto di più, secondo la promessa di Gesù di ricevere il centuplo. La missione non è solo dare, ma è anche o alle volte, soprattutto, ricevere. Gesù non dice di passare di casa in casa, dire due cose e andare avanti. No, no: dice di entrare nella casa e fermarsi. E quando si entra in una casa, si viene accolti e si riceve. Proprio secondo quanto è stato detto dopo la Risurrezione: Egli vi precede in Galilea, cioé è già presente laddove tu vai. E il trattenersi con le persone, fa svelare la sua presenza in mezzo a noi, perché Egli si manifesta dove due o tre sono riuniti. Allora il bambino comprende che è più importante l'abbraccio della mamma, delle cose stesse di cui possa riempirsi. Allora noi comprendiamo che la povertà è una rinuncia, sì, ma rinuncia per un bene più grande: per il regalo del Signore che si dona nell'incontro coi fratelli. Allora il senso della missione ci si presenta molto più chiaro e molto più semplice di quel che vi potremmo immaginare: essere un sacchetto in cui ci sono poche cose, saper donare quelle poche cose e soprattutto restare disponibili ad essere riempiti della sua Presenza. 






giovedì 7 maggio 2020

chi accogli?

Gv 13,16-20

Sebbene il parlare di Gesù sia per ora molto enigmatico, in quanto Egli sta preparando i suoi all'arrivo dello Spirito, ci sono anche nel brano odierno, dei passaggi che hanno una valenza importantissima, nella nostra vita quotidiana. Chi accoglie colui che manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Che discorso grandioso sull'accoglienza! A molti tra noi, man mano che conosciamo una persona, succede di avere la tentazione di cambiarla. Perché, con l'intuito o talvolta con discorsi anche molto ragionati, vogliamo provare che se cambiasse, sarebbe meglio... una volta ho assistito a un dialogo di questo genere. Una persona diceva all'altra che non va bene che faccia in una determinata maniera e come sarebbe meglio se facesse diversamente nella sua vita. L'altra persona ha ascoltato pazientemente, dopodiché ha guardato chi le stava dando quei "consigli" e ha risposto: cosa ne sai tu della mia vita, del mio passato, in base al quale oggi faccio proprio così? Mi hai mai chiesto con quale obiettivo mi comporto così, cioè che futuro intravedo? Il "consigliere" è rimasto a bocca aperta. Un esempio che azzecca perfettamente con ciò che dice Gesù. Prima di entrare nella vita degli altri, dovremmo accoglierli esattamente così come sono e ciò significa: con il loro passato che li ha portati ad essere ciò che oggi sono e con la prospettiva del loro futuro, che, sebbene noi possiamo aiutare a costruire, non siamo chiamati a costruire al loro posto. Chi accoglie me, te, accoglie ciò che ero e ciò che sarò. E chi accoglie l'altro così, crea uno spazio per la sua crescita, un terreno fertile. Perché una persona umana cambia, certamente, migliora, ma lo fa solo in un ambiente e in delle circostanze, in cui si sente pienamente accolta per quel che è. Bella esperienza da fare personalmente e da far fare agli altri, l'accoglienza reciproca, che fa crescere.