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martedì 24 agosto 2021

il tuo albero di fichi

 

Gv 1,45-51

Il brano del Vangelo di oggi ci può servire a ricordarci spesso una cosa essenziale. E cioè che per primo e in ultimo è sempre il Signore che ci guarda, il suo sguardo d'amore, collocato proprio laddove siamo collocati noi, sotto qualsiasi nostro albero di fichi, è già con noi. Tante volte sono gli altri che ci chiamano, che ci vogliono dare un nome, un'identità, cose talvolta molto belle, ma che non possono nella vita essere un riferimento ultimo. Anche a me e a te il Signore dice oggi: ricordati, che in mezzo a tutte le chiamate, prima che chiunque ti abbia conosciuto e amato, io ti avevo già visto. Il mio sguardo ti ha dato vita e identità. Ti vedo anche oggi in qualsiasi tuo luogo, anche quello più indesiderato o insignificante. E lì, al di là di tutto e di tutti, TI AMO! 

martedì 5 gennaio 2021

sentirsi visti

Gv 1,43-51

Sono stata colpita e affondata ancora da questo brano del Vangelo... Non riesco a liberarmi da questo sguardo: prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l'albero di fichi. Natanaele è stato chiamato da Filippo? Nooooo. Cos'è una chiamata da parte di una persona umana...? Mah forse acquista un senso più profondo, quando tu capisci, che Dio si serve di una persona per chiamarti, perché prima di questo Lui TI HA VISTO. Non posso far finta di non sapere i verbi greci di questo brano, due verbi strepitosi!!! Il primo, usato nella domanda di Natanaele: ghinoskein, verbo biblico della conoscenza!  E' un verbo che esprime la pienezza della conoscenza: all'elemento intellettivo e razionale si aggiunge la volontà che sceglie di penetrare una realtà, contemplando anche una dimensione affettiva ed "effettiva", cioè un andare fino in fondo nella conoscenza. Non di rado è verbo usato per l'atto sessuale, come compimento di un itinerario di conoscenza precedente... Natanaele si è sentito conosciuto fin nella sua intimità più profonda e domanda come possa essere possibile...
Gesù risponde con il verbo della visione, quello più profondo tra tutti, se pensiamo che Giovanni nel suo Vangelo ne usa tre e ognuno di questi verbi indica un gradino più profondo di "capacità di vedere". Ed ecco eidòn, che indica il vedere non solo con gli occhi, ma anche con l'intelletto e con il cuore, e vedendo comprendere penetrando fin in profondità dei significati dell'"oggetto della visione"... Commovente! E tutto per non dimenticare che per primo e in ultimo è sempre il Signore che ci guarda, il suo sguardo d'amore, collocato proprio laddove siamo collocati noi, sotto qualsiasi albero di fichi, è già con noi. Alle volte sono gli altri che ci chiamano, perché Lui si serve di loro. Altre volte le persone ci vogliono dare un nome, un'identità, secondo il loro parere... cose talvolta anche molto belle, ma che non possono nella vita essere un riferimento ultimo. Anche a me e a te il Signore dice oggi: ricordati, che in mezzo a tutte le chiamate, prima che chiunque ti abbia conosciuto e amato, io ti ho visto già. Il mio sguardo ti ha dato la vita e l'identità. Ti vedo anche oggi, in qualsiasi tuo luogo, anche quello più insignificante. E lì, al di là di tutto e di tutti, TI AMO! 

martedì 1 dicembre 2020

non solo guardare

Lc 10,21-24 

Quanto strana suona oggi la frase di Gesù, rivolta ai discepoli. Non dice infatti: Beati i vostri occhi perché vedono ciò che vedono, ma dice Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Dunque non dà per scontato che gli occhi beati siano quelli dei discepoli, ma piuttosto sottolinea la condizione di questi occhi. Facendo un gioco un po' "giovanneo", possiamo accorgerci che anche Luca usa due verbi in questa frase, in greco. La frase che abbiamo appena riportato, utilizza il verbo blepo, che indica più che altro la capacità fisica di vedere, la vista stessa. Dunque, beati quegli occhi che hanno la vista per vedere ciò che voi vedete. Come se volesse parlare di gradi diversi della vista, come è solito fare Giovanni nel suo Vangelo. Qui è beatitudine già l'avere la vista in quel contesto e in quei tempi, ed essere in grado di vedere ciò che possono vedere i discepoli. Ma la frase che segue, va già più in profondità. Molti re e profeti avrebbero voluto "vedere e conoscere" (ideîn) ciò che i discepoli guardano, ma non lo videro e non lo conobbero. Siamo ad un altro livello. Questo desiderio di profeti e re, esprime quella nostalgia profonda, che alberga il cuore di chi non ha il Figlio di Dio davanti agli occhi, di chi non è vissuto nel tempo di Gesù e non l'ha potuto vedere all'opera, e non ha potuto allora comprendere la sua opera. Dietro a questo verbo c'è non solo la vista, ma anche l'attività spirituale, una lettura più profonda di ciò che si vede. I discepoli sono privilegiati, hanno davanti agli occhi persino elementi visivi che facilitano loro la necessità di lettura più profonda di ciò che è e fa Gesù. Hanno la possibilità non solo di guardare, ma anche di vedere lì in fieri l'opera della salvezza. Molto di più questo vale per noi. Loro infatti hanno guardato per noi, hanno visto in profondità e hanno trasmesso a noi la fede nell'infinita possibilità di vedere e conoscere in profondità ciò che Dio compie nel mondo, nella storia. Come guardiamo allora la nostra quotidianità? La guardiamo solo o la scrutiamo, vivendola per conoscere in essa l'azione di Dio? Anche per noi vale la frase Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Beati siamo perché ancora di più dei discepoli abbiamo la Parola che ci illumina gli occhi, la vista, se vogliamo. A noi sta decidere cosa farcene con questa vista, già tanto carica di ciò che per noi hanno visto e hanno trasmesso coloro che nel corso dei secoli della chiesa, hanno voluto guardare e vedere.



giovedì 29 ottobre 2020

la sua visita in te



Lc 13,31-35

Quanto doveva amare Gesù la città di Gerusalemme... le sue parole lasciano trapelare un amore di predilezione. L'amore vero ha un duplice sguardo: mentre vede come idealmente potrebbe essere una persona o realtà, vede anche molto realisticamente i "difetti" del proprio oggetto d'amore. Ecco Gesù che  vede che questa città "eletta" non è come Dio l'ha voluta. Le parole che seguono sanno del profetismo, che pur rilevando la sventura proclama il momento in cui vi si riverserà l'amore di Dio verso il suo popolo. Gli eventi futuri mostreranno che questo amore è più forte di ogni cosa e continua a "visitare", sta alla porta e bussa... C'è qualcosa che entra dagli occhi e qualcosa che esce dagli occhi. Per Gesù il vedere Gerusalemme "passa dalle parti del cuore" e ritorna agli occhi nella forma di una futura possibile bellezza. Si attiva il meraviglioso funzionamento dell'emotività umana presente nel Dio che si incarna. Le sue parole apparentemente di rimprovero, ripuliscono la città di Dio di ciò che Egli le rimprovera. Questo si chiama riprendere per amore. Quando io intravvedo, con gli occhi puliti dall'amore, l'opera di Dio in te, la meraviglia che sgorga dalla sua visita in te. E ti auguro che tu ti lasci visitare da Lui, per essere ciò che sei.

martedì 29 settembre 2020

l'effetto dello sguardo

Gv 1,45-51

Come ti senti quando qualcuno ti dice: ti ho visto ? Credo che di solito, istintivamente, cominciamo a domandarci: oddio, cosa ho fatto di sbagliato?  Comunque, un momento di dubbio, di sospensione, in questi casi è più che normale. Soprattutto quando non capiamo realmente se dietro a queste parole si cela un rimprovero oppure si tratta di qualcos'altro.
Natanaele, nel Vangelo di oggi, guarda a Gesù attraverso dei pregiudizi. Si sa, da Nazareth non può venire nulla di buono. Ecco: non lo guarda per quello che Egli è realmente, tuttavia per fortuna, è capace di porre il suo dubbio in forma di domanda. E, ricercando la risposta, si imbatte nell'atteggiamento esattamente opposto al suo. Viene chiamato da una persona che anzitutto sa e pronuncia il suo nome e dopo sa e verbalizza ciò che sta nel suo cuore. E dice delle cose positive. Si accende lo stesso un sospetto: come mi conosci? E avviene un miracolo: non appena si sente preso per quel che realmente è, riesce a riconoscere l'altro per quello che Egli è. Non sappiamo se sia stato l'effetto solleticante dell'essersi sentito elogiato... Tuttavia forse possiamo trovare qui una grande verità relazionale. Solo se siamo guardati con amore e accettati per quel che siamo realmente, riusciamo a riprodurre lo stesso sguardo sugli altri. Dall'essenza all'essenza. Senza tanti raggiri o sforzi di guardare dentro per mettere insieme degli elementi (che poi non si sa da dove vengano) e "definire" una persona. Essere amati = essere guardati. Se sentiamo lo sguardo di benevolenza su di noi, ci sentiamo amati. E scompare il bisogno di definire una persona, perché basta il suo nome e il bene che c'è dentro di lei, che, pronunciati, danno la vita all'altro, e gli danno quella carica che significa: la mia vita è importante. Non c'è bisogno di essere innamorati, per vivere questo, non c'è bisogno di sguardi sdolcinati. L'esercizio quotidiano potrebbe essere quello di ri-cor-dare, ripassare dalle parti del cuore, il fatto che siamo sempre guardati con amore dal datore della vita. Allora forse pian piano cambierebbe il nostro sguardo sulle persone e sulle cose. Le nostre relazioni possono in questo modo diventare più semplici, più dirette e più edificanti. E scompare la paura che "qualcuno mi abbia visto", quando vivo sotto lo sguardo tenero e premuroso di Dio. 

domenica 31 maggio 2020

sapere di che si tratta

At 2,1-11

E' la grande verità: quante teste tante idee, pensieri, vedute, opinioni. O meglio, di più, dato che non abbiamo un solo pensiero o idea a testa. E' ovvio dunque che talvolta non ci capiamo a vicenda. Non c'è un essere umano, nemmeno tra i gemelli, che abbia la stessa esperienza di vita e di conseguenza sappia comprendere perfettamente l'altro. Ma c'è Qualcuno che perfezione la nostra comprensione reciproca. Lui è l'intesa più vera, lo Spirito. E' ovvio che tutti gli osservanti Giudei presenti al momento della Pentecoste, non hanno avuto improvvisamente il dono del corso accelerato delle lingue, per sentire ciascuno nella propria lingua, raccontate le opere di Dio. Questa è una proposta che capita solo negli spot pubblicitari, quella di apprendere una lingua in pochissimi giorni. Ma, sorridiamo tutti, perché anche semplicemente meccanicamente capire una lingua, non significa e non significherà mai comprendere una persona che parla quella lingua sin dalla nascita, perché non significa comprendere il suo sfondo culturale, il suo vissuto ecc. Ecco che dunque lo Spirito si sostituisce alle nostre più brillanti pubblicità. Tutta quella gente improvvisamente comprende. Si ritrovano ad essere partecipi di un dono, che permette loro di trovarsi in sintonia, una tale sintonia che non è più solo un'intesa umana, ma il saper leggere le opere di Dio, e questo significa occhi davvero nuovi. Questo significa trovare qualcosa che ci accomuna al di là della provenienza e della lingua che si parla. Questo significa esperienza di comunione e se è bello avere un'intesa a livello umano, quanto è meraviglioso quando comprendiamo i sentimenti, i desideri e gli aneliti dell'altro... quando sentiamo che c'è qualcosa oltre noi, che fluisce tra noi e ci permette di vivere la stessa esperienza. Ecco cosa hanno vissuto i Giudei al momento della Pentecoste, l'esatto contrario della torre di Babele. Questo è ciò che fa lo Spirito, quando lo si invita ed accoglie, rafforza i nostri legami, ci fa ritrovare collegati laddove e con persone con cui non ci saremmo mai immaginati di poterci capire "al volo"... dello Spirito. E di sapere, anche in mezzo alle tante teste diverse e idee diverse, fino in fondo, di che si tratta, pur senza "conoscere la lingua". 

sabato 25 aprile 2020

lontano dagli occhi, vicino al cuore

Lc 24,13-35

Ancora una volta, in giro di pochi giorni, ci troviamo sulla strada di Emmaus, affianco ai due fuggitivi. 
Questa volta possiamo spostare la nostra attenzione sul momento preciso in cui loro hanno riconosciuto il Signore nello spezzare del pane. La conseguenza dell'illuminazione che vivono, è istantanea, Egli sparisce dalla loro vista. Mah, insomma, proprio quando l'hanno riconosciuto e potevano finalmente godere della sua presenza, doveva sparire? Invece è proprio così che succede anche a noi. Quando davvero incontriamo il Signore nella nostra esperienza di vita, spesso proprio nel momento di lutto e di difficoltà, egli in qualche maniera sparisce. Non si fa sentire, perlomeno non come noi vorremmo percepirlo... da un lato questo succede proprio perché Lui è Dio e non può essere inquadrato nelle nostre categorie, e nessuno lo può "possedere" del tutto in questa vita, anche se la tentazione è sempre quella. D'altra parte succede questo, nell'incontro con Lui, perché Lui passa dagli occhi, al cuore e vi prende dimora. Il vero incontro con Dio fa sì che noi cominciamo a "portarlo in giro" e non perché Lui sta appiccicato a noi, ma perché la nostra vita, il nostro cuore comincia pian piano ad assomigliare a Lui e noi... evangelizziamo. Anche senza parole. Diventiamo missionari. Con le nostre opere e con i nostri modi di stare al mondo, noi evangelizziamo tutto ciò che tocchiamo. Il cuore arde. In questo senso infatti, lontano dagli occhi, ma di certo non lontano dal cuore, anzi più vicino. Coltiviamo allora questa presenza dentro di noi. Se sai che Lui abita dentro di te, pensa: gli hai detto oggi che lo ami? Parlagli: lui ti aspetta proprio lì, lontano dagli occhi, vicino al cuore. 

giovedì 16 aprile 2020

donne e uomini della risurrezione

Lc 24,35-48

Oggi non posso far a meno dell'immaginarmi gli occhi dei protagonisti del Vangelo. I due, ritornati da Emmaus, con gli occhi ormai illuminati, da quando l'hanno riconosciuto, mentre spezzava il pane. Occhi spalancati per lo stupore e probabilmente anche per l'incredulità mista alla paura, all'apparire di Gesù. Occhi illuminati di gioia, quando capirono che era veramente lui. E chissà... forse anche occhi pieni di lacrime, per la commozione, per la gratitudine, per aver capito che la morte è vinta, davvero! Infine, le parole chiave: di questo voi siete testimoni! Le parole chiave che oggi vengono dette proprio a me e a te. Siamo noi quegli inviati ad essere testimoni della Pasqua, della risurrezione, testimoni della vita che trionfa su tutto. Ciò non significa, che saremo privi di sofferenza, di paura, di preoccupazione... ciò significa che dentro di noi può fiorire l'evento che va oltre e supera tutto questo. Noi sappiamo riconoscere immediatamente, guardando gli occhi delle persone, cosa stanno vivendo, cosa affiora nel loro cuore. E conosciamo quegli sguardi, anche tristi e addolorati, ma pieni di luce. Questo esattamente è lo sguardo di donna e uomo della risurrezione. Non sguardo di chi vuole banalizzare le difficoltà della vita, ma di chi è inviato ad essere testimone. E' lo stesso sguardo che, dopo aver visto il Risorto, nell'esperienza di incontro intimo con Cristo, saprà vedere la sua presenza dovunque, senza avere stretta necessità di cercarlo solo in chiesa o nei contesti religiosi. Donne e uomini della risurrezione, illuminano il mondo, perché vi portano lo sguardo illuminato dalla sua Pasqua e attraverso di esso, vedono i germi di bene seminati nei solchi della storia. 
Per fare questo, ancora oggi e tutti i giorni, siamo chiamati a ritornare con il nostro cuore, all'evento dell'incontro con Lui, di quando lui è apparso vivo e vivente dentro di noi, quando ci ha cambiato la vita. Sarà successo una volta, più volte... sarà successo molto tempo fa, o poco, ci ridona la vita e la luce. A noi e agli altri. Vale la pena dunque, ricordarselo, perché è principio della nostra vocazione di cristiani. 

sabato 28 marzo 2020

post giudizio

Gv 7,40-53 


Mi colpisce quanto si accesa la disputa del Vangelo di oggi, su chi sia realmente Gesù e se sia lui il Messia. Si usano tutte le conoscenze che vengono dalle scritture e si fanno tanti ragionamenti più o meno contorti per... fare vedere che "io ho ragione". Come se l'identità di una persona potesse essere definita da un'altra persona con assoluta certezza. Come se il cuore e la mente dell'uomo fossero delle pietre che, una volta che si sono induriti, tali restano. E invece: sorpresa! Anche il cuore e la mente che noi giudichiamo più duri di questo mondo, finché sono in vita, possono cambiare. Ed è precisamente questo fatto che dovrebbe aiutarci a cambiare il modo di guardare le persone e permetterci di entrare nell'ottica di Dio, di acquisire gli occhi che Egli ha, guardando noi, occhi di un innamorato, che vede il meglio che la sua creatura può fare, pur senza costringerla a farlo. Gesù viene inquadrato in una serie di inflessibili "verità" proposte dalla gente, dalle guardie, dai farisei. Ogni gruppo, persona sembra tirare l'acqua al proprio mulino. Risultato? Ognuno torna a casa propria, senza concludere nulla. 
Cosa provoca dentro di noi questa quarantena? Riusciamo a vedere cose nuove e finora sconosciute o inaspettate, nel ristretto cerchio di persone con cui ora ci rapportiamo? Riusciamo, come Dio, a vedere li bene che risiede nei nostri prossimi più prossimi, nonostante la tensione che spesso rischia di farci tirare fuori invece il peggio di noi? Sarà forse una buona occasione per cominciare a cambiare il nostro sguardo, dal momento in cui non abbiamo più le vie di fuga da questo o quell'altro aspetto della nostra capacità relazionale. Possa davvero iniziare ad essere un'occasione per scrollarci dal di dosso i pregiudizi che da sempre portiamo dentro di noi, quelli sulle etnie, sui gruppi sociali, sulle nazioni, sui singoli, persino sulle nostre famiglie. Siamo chiamati davvero a passare dal pregiudizio ad una sorta di post giudizio, cioè ciò che viene dopo e nonostante che, per la nostra propria sicurezza emotiva e mentale, noi abbiamo già giudicato e inquadrato le persone. Solo andando oltre questo, potremo infatti scoprire la bellezza dello stare insieme, del convivere, del ritrovarci tutti uguali, come davvero è, davanti a Dio. E lo potremo fare, per assurdo, a partire dal nostro essere oggi tutti uguali, davanti ad un microrganismo, che minaccia le nostre vite, ma che non potrà averla vinta mai, sulle nostre relazioni, se solo noi lo vorremo. 


martedì 9 aprile 2019

da un'altra prospettiva

Gv 8,21-30

Continua il discorso di Gesù. Continua anche l'incredulità e l'ostinazione di chi non vuole o non può credere in Lui. 
E allora scatta la considerazione sul punto di vista da cui guardare le cose. Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete... 
Hai mai guardato la stessa persona prima dal basso e poi dall'alto (oppure vice versa)? O meglio ancora: mettendo ben a fuoco cosa succede quando cambiamo la posizione verso la persona, dal punto di vista fisico, pensiamo ora allo sguardo interiore. Hai mai cambiato la posizione verso qualcuno, interiormente? Ti è capitato di guardare (forse anche inconsapevolmente) qualcuno dall'alto verso il basso per un lungo tempo, con la poca voglia di avvicinarti a lui o di "degnarlo" di uno sguardo diverso rispetto al solito? Ti è mai venuto in mente che forse proprio quella persona, che guardi un po' dall'alto, magari non tanto o non solo per antipatia ma anche per la tua personale insicurezza, che non vuoi esternare (come fu nel caso di farisei che, insicuri sulla persona di Gesù, preferivano coglierlo in fallo e/o comunque ostinarsi nel non volersi avvicinare alla sua "posizione"), potrebbe essere qualcos'altro, rispetto a quello che tu pensi? Beh, se hai questa esperienza, sai allora che le parole di Gesù sono sacrosante. Solo quando cambiamo la prospettiva, quando "innalziamo" la persona, purtroppo spesso esattamente come fu fatto a Lui, messo in croce, riusciamo a vedere la sua grandezza. Questo può succedere nelle circostanze della vita o semplicemente perché anche noi ci mettiamo in croce a vicenda. Ma poi finalmente abbiamo modo di guardare l'altro dal basso, da una nuova prospettiva... forse si presenta finalmente quell'occasione in cui siamo noi quelli piccoli, quelli più indifesi o perché ci rendiamo conto che abbiamo messo in croce qualcuno, o perché vediamo una grandezza che prima non eravamo in grado di percepire. Dunque, può essere un compito interessante per questi ultimi giorni della Quaresima: cambiare la prospettiva, assumere un'altra posizione, e questo significa: permettere ai nostri occhi di vedere qualcosa, che prima non sono stati capaci di scorgere. 

martedì 20 novembre 2018

una vista superiore

Si tratta sempre della vista... ieri il cieco di Gerico che pur non vedendo, ha fissato gli occhi più profondi  in Gesù e non ha smesso di gridare finché il Signore non l'ha ascoltato... eh, si, forse vedeva meglio di quanto ce lo potremmo aspettare! 
Oggi Zaccheo che per vedere sale sul sicomoro e,  se anche fosse salito lì per curiosità, lo sguardo di Gesù rivolto verso di lui, gli ha fatto cambiare la rotta... La salvezza per tutt'e due! 
Dicono che una cosa è la fede e un'altra è la visione. Ma la fede ha occhi che scorgono molto di più di quei due di cui è dotato il nostro corpo. Questi occhi vedono la salvezza e permettono di correre nella sua direzione.  Ci doni il Signore gli occhi che penetrando la realtà, saranno in grado di scorgere in essa i segni dell'opera salvifica a cui siamo chiamati a collaborare, guardando nella fede quei frutti che sono già e non ancora. 

venerdì 6 ottobre 2017

occhio nell'occhio

Dice il Piccolo Principe che amarsi non è guardarsi negli occhi ma guardare insieme nella stessa direzione. Credo sia profondamente vero. Ma avviene solo quando le due persone per un tempo hanno saputo guardare l'uno negli occhi dell'altro. La capacità di fissare insieme lo stesso obiettivo e così essere uniti da una stessa passione, avviene quando ci si è conosciuti e, usando il concetto dello sguardo, se si è capaci di guardarsi negli occhi. 
Ci sono poi contesti, situazioni, periodi della vita, in cui ci si può accorgere, che c'è qualche persona vicino a noi, alla quale non riusciamo a guardare negli occhi. Magari è più facile verificarlo, quando ci troviamo in un gruppo. Parliamo guardando tutti meno che questa persona/queste persone (se ce ne fosse più di una). Sì, ci sono degli sguardi che, non si sa perché, non riusciamo a sostenere. Può essere che dietro questa difficoltà ci sia una semplice timidezza oppure, appunto, una mancanza di reciproca conoscenza, oppure qualcosa di irrisolto... o, ci sono anche quegli sguardi che ci sembrano così penetranti, così "impegnativi", che non ce la facciamo semplicemente. Pare poi che qualche ultima ricerca scientifica faccia presagire che alle volte non riusciamo a mettere d'accordo la "lettura" del volto dell'altro e la "stesura" del discorso che stiamo facendo. Pare che anche il nostro sistema nervoso in alcuni momenti ci faccia evitare di guardare un volto, perché si vuole concentrare sulle parole da dire, se si tratta di un contesto di dialoghi ecc.
Ma resta sempre vero che ci sono nella nostra vita dei volti e degli occhi "impegnativi". Non ci piace essere "conosciuti" senza che noi diamo il permesso all'altro di conoscerci. E quindi questi occhi che ci penetrano, ci creano disagio, non importa che sia in positivo (arrossendo quando la persona con cui scambiamo lo sguardo è quella per cui nutriamo un interesse), o in negativo (volendo scappare quando la persona che abbiamo davanti ci provoca antipatia). 
Alle volte penso che è vero quello che ci dice la Parola di Dio: è questa la ragione per cui noi non possiamo vedere ancora faccia a faccia Dio. Lo sguardo puro e penetrante di Dio, sebbene lo sperimentiamo nella vita spirituale, non possiamo sperimentarlo "fisicamente", perché significherebbe sentire come siamo conosciuti, fino in fondo, in ogni dimensione e in ogni momento. Perché i suoi occhi non ci lasciano mai, ma, guarda caso, noi non ne abbiamo consapevolezza costante. 
Forse questa è la sfida, soprattutto quando ci è difficile guardare qualche persona, per un insieme di sentimenti di confusione e di insicurezza che ci provoca. Occorre decidere di guardarla negli occhi, anche quando è difficile, e farlo pensando che in questo scambio difficile di sguardi, c'è Dio. Se gli occhi di un fratello mi risultano troppo penetranti per "lasciarmi conoscere" così facilmente, oppure perché c'è qualcosa che in me non è chiaro, ecco, lasciamoci guardare da questo fratello. Possiamo pensare che proprio in quel momento il Signore ci guarda, perché Egli abita in ogni persona che incontriamo sulla nostra strada. Sì, Dio ci guarda soprattutto in questi sguardi insostenibili, ci sfida ad accoglierlo dovunque, ci invita ad essere conosciuti, a scoprire che l'umanità potrà guardare nella stessa direzione di pace e di unità, se sapremo iniziare dal nostro piccolo ambiente, nello scambio sincero di sguardi come espressione di reciproca considerazione. 

venerdì 14 luglio 2017

l'occhio del serpente

Mi sa che Gesù ci fa venire un po' di confusione oggi con questo Vangelo: pecore, lupi, colombe, serpenti, oh mamma mia... che significa???? Tra questi quattro animali, qual è quello che ci reca più difficoltà? Beh, pecore sono pecore: tranne quella smarrita che è comunque indifesa e bisognosa, di solito sono mansuete. Lupi... un po' pericolosi ma tutto sommato se si trova in giro un san Francesco, ce la può fare ad addomesticarli. Colomba: si sa, è purissima, anzi per noi cristiani significa anche la presenza dello Spirito. E infine serpenti... qui c'è qualche problemino in più. Da una parte ci sembra che sia impressa nel nostro immaginario collettivo la figura del serpente come il male, a partire dal racconto biblico. Ma sappiamo bene che ci sono delle ragioni antropologiche radicate ben più in profondità. E infatti, probabilmente ci ricorderemo da ciò che abbiamo studiato a scuola, che effettivamente il serpente (qualsiasi tipo) era un rettile altamente pericoloso per l'uomo nel corso dell'evoluzione. Infatti, forse per assurdo, la nostra vista, è altamente specializzata anche "per colpa" dei serpenti, perché l'unico modo in cui si sono saputi difendere i primati dal pericoloso veleno dei serpenti, fu sviluppare una vista sempre più nitida, per distinguere la sagoma allungata del serpente. Scrivo tutto ciò perché mi sembra estremamente significativo, che altri animali non ebbero questa capacità e semplicemente si sono resi nel corso dei millenni, resistenti al veleno, perché incapaci di sviluppare una vista migliore.
Ma cosa c'entra con il nostro dover essere prudenti come serpenti? Ecco che sono proprio i serpenti che hanno una spiccata capacità di osservare e di vedere. Dunque, se vogliamo soffermarci oggi proprio su quell'animale che ci fa più problemi, possiamo pensare che Gesù ci chiama ad uno sguardo che non è un semplice "guardarsi in giro", ma che è caratterizzato da una profondità e pazienza, che solo appunto un serpente può insegnarci. La parola prudenza infatti deriva dal participio presente di provvedere indicando una persona che ha la scienza del bene e del male e sa quali cose seguire e quali fuggire. Il serpente ha questa vista per la quale sa vagliare ciò che ha davanti. E con la sua "scienza" ha saputo nella storia del genere umano, provocare un essere che ne aveva il potenziale, a specializzare la sua vista. Credo che la virtù di prudenza così intesa, sia una vera provocazione nel mondo di oggi. A stento si capisce oggi la capacità di osservazione, nel tempo in cui i tanti stimoli visivi ci portano a non avere più un occhio profondo, vigile, paziente e soprattutto: capace di vedere il bene nascosto nelle pieghe della storia da distinguere da quel che del bene ha solo l'apparenza. Suonerà assurdo: ma possa ancora e sempre provocarci la figura del serpente, ad avere un occhio attento, intento a guardare a lungo prima che la bocca pronunci la parola. E questo significherà, così come ci è successo nell'evoluzione: non essere resistenti al veleno, ma restare vulnerabili, per curare la nostra "vista". Così, per essere in linea con il fatto che l'occhio è lo specchio dell'anima.