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sabato 22 luglio 2023

vedere e correre

Gv 20,1-18



Cara Maria Maddalena, grazie. La tua compagnia oggi mi ha ricordato quanto segue: ogni volta che io dico "ho visto il Signore" dovrei sentire quel calcio nel sedere che mi catapulta nel mondo per due motivi. Uno: per testimoniare, perché averlo visto davvero non ti permette di stare fermo, ma ti spinge verso gli altri. Avere gli occhi pieni di Lui, fa sì che uno è spinto interiormente a condividere questa luce, che emana dagli occhi, quando tu l'hai visto. Due: per imparare finalmente che il vedere il Signore non è un'esperienza singola, ma è quel momento a partire dal quale noi possiamo essere ogni giorno più capaci di vederlo all'opera nel mondo, di trovarlo dovunque andiamo, se solo lo vogliamo. Sì, l'incontro ci apre gli occhi, perché nell'incontro c'è lo Spirito, che Agostino chiama amore tra il Padre e il Figlio, lo stesso amore che fluisce nel vero incontro dell'uomo con Dio.

lunedì 3 maggio 2021

hai visto Dio

Gv 14,6-14

La meditazione di oggi può essere molto breve e concisa. Semplice, se vogliamo. Tutti vogliamo vedere qualcosa in più rispetto a ciò che ci è dato di vedere, comprendere, soprattutto nei momenti difficili. Vorremmo vedere il senso... Filippo dice oggi a Gesù, che, se Egli mostra loro il Padre, questo a loro basterà. Basta per che cosa? Basta per saziare che cosa? La semplice opzione: inserisci la moneta e ottieni il prodotto, non funziona. Anche perché, il "prodotto" ce l'hanno davanti agli occhi già da un bel po'. E tu ti ricordi quando hai visto Dio? Sì, anche tu, anch'io, come Filippo, possiamo vederlo tutti i giorni... nei fratelli, nei volti di conosciuti e sconosciuti che tutti i giorni si affacciano alla finestra della nostra vita. Si potrebbe fare questa sorta di esercizio-gioco: cercare cosa nelle persone oggi, giorno dopo giorno, mi ha parlato della presenza di Dio. In questo modo si potrebbe passare dal lamentarsi per ciò che non si ha, ad apprezzare ed essere grati per ciò che il Signore ci regala ogni giorno. Sì, anche tu hai visto Dio. L'hai guardato bene? 

martedì 5 gennaio 2021

sentirsi visti

Gv 1,43-51

Sono stata colpita e affondata ancora da questo brano del Vangelo... Non riesco a liberarmi da questo sguardo: prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l'albero di fichi. Natanaele è stato chiamato da Filippo? Nooooo. Cos'è una chiamata da parte di una persona umana...? Mah forse acquista un senso più profondo, quando tu capisci, che Dio si serve di una persona per chiamarti, perché prima di questo Lui TI HA VISTO. Non posso far finta di non sapere i verbi greci di questo brano, due verbi strepitosi!!! Il primo, usato nella domanda di Natanaele: ghinoskein, verbo biblico della conoscenza!  E' un verbo che esprime la pienezza della conoscenza: all'elemento intellettivo e razionale si aggiunge la volontà che sceglie di penetrare una realtà, contemplando anche una dimensione affettiva ed "effettiva", cioè un andare fino in fondo nella conoscenza. Non di rado è verbo usato per l'atto sessuale, come compimento di un itinerario di conoscenza precedente... Natanaele si è sentito conosciuto fin nella sua intimità più profonda e domanda come possa essere possibile...
Gesù risponde con il verbo della visione, quello più profondo tra tutti, se pensiamo che Giovanni nel suo Vangelo ne usa tre e ognuno di questi verbi indica un gradino più profondo di "capacità di vedere". Ed ecco eidòn, che indica il vedere non solo con gli occhi, ma anche con l'intelletto e con il cuore, e vedendo comprendere penetrando fin in profondità dei significati dell'"oggetto della visione"... Commovente! E tutto per non dimenticare che per primo e in ultimo è sempre il Signore che ci guarda, il suo sguardo d'amore, collocato proprio laddove siamo collocati noi, sotto qualsiasi albero di fichi, è già con noi. Alle volte sono gli altri che ci chiamano, perché Lui si serve di loro. Altre volte le persone ci vogliono dare un nome, un'identità, secondo il loro parere... cose talvolta anche molto belle, ma che non possono nella vita essere un riferimento ultimo. Anche a me e a te il Signore dice oggi: ricordati, che in mezzo a tutte le chiamate, prima che chiunque ti abbia conosciuto e amato, io ti ho visto già. Il mio sguardo ti ha dato la vita e l'identità. Ti vedo anche oggi, in qualsiasi tuo luogo, anche quello più insignificante. E lì, al di là di tutto e di tutti, TI AMO! 

martedì 1 dicembre 2020

non solo guardare

Lc 10,21-24 

Quanto strana suona oggi la frase di Gesù, rivolta ai discepoli. Non dice infatti: Beati i vostri occhi perché vedono ciò che vedono, ma dice Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Dunque non dà per scontato che gli occhi beati siano quelli dei discepoli, ma piuttosto sottolinea la condizione di questi occhi. Facendo un gioco un po' "giovanneo", possiamo accorgerci che anche Luca usa due verbi in questa frase, in greco. La frase che abbiamo appena riportato, utilizza il verbo blepo, che indica più che altro la capacità fisica di vedere, la vista stessa. Dunque, beati quegli occhi che hanno la vista per vedere ciò che voi vedete. Come se volesse parlare di gradi diversi della vista, come è solito fare Giovanni nel suo Vangelo. Qui è beatitudine già l'avere la vista in quel contesto e in quei tempi, ed essere in grado di vedere ciò che possono vedere i discepoli. Ma la frase che segue, va già più in profondità. Molti re e profeti avrebbero voluto "vedere e conoscere" (ideîn) ciò che i discepoli guardano, ma non lo videro e non lo conobbero. Siamo ad un altro livello. Questo desiderio di profeti e re, esprime quella nostalgia profonda, che alberga il cuore di chi non ha il Figlio di Dio davanti agli occhi, di chi non è vissuto nel tempo di Gesù e non l'ha potuto vedere all'opera, e non ha potuto allora comprendere la sua opera. Dietro a questo verbo c'è non solo la vista, ma anche l'attività spirituale, una lettura più profonda di ciò che si vede. I discepoli sono privilegiati, hanno davanti agli occhi persino elementi visivi che facilitano loro la necessità di lettura più profonda di ciò che è e fa Gesù. Hanno la possibilità non solo di guardare, ma anche di vedere lì in fieri l'opera della salvezza. Molto di più questo vale per noi. Loro infatti hanno guardato per noi, hanno visto in profondità e hanno trasmesso a noi la fede nell'infinita possibilità di vedere e conoscere in profondità ciò che Dio compie nel mondo, nella storia. Come guardiamo allora la nostra quotidianità? La guardiamo solo o la scrutiamo, vivendola per conoscere in essa l'azione di Dio? Anche per noi vale la frase Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Beati siamo perché ancora di più dei discepoli abbiamo la Parola che ci illumina gli occhi, la vista, se vogliamo. A noi sta decidere cosa farcene con questa vista, già tanto carica di ciò che per noi hanno visto e hanno trasmesso coloro che nel corso dei secoli della chiesa, hanno voluto guardare e vedere.



martedì 29 settembre 2020

l'effetto dello sguardo

Gv 1,45-51

Come ti senti quando qualcuno ti dice: ti ho visto ? Credo che di solito, istintivamente, cominciamo a domandarci: oddio, cosa ho fatto di sbagliato?  Comunque, un momento di dubbio, di sospensione, in questi casi è più che normale. Soprattutto quando non capiamo realmente se dietro a queste parole si cela un rimprovero oppure si tratta di qualcos'altro.
Natanaele, nel Vangelo di oggi, guarda a Gesù attraverso dei pregiudizi. Si sa, da Nazareth non può venire nulla di buono. Ecco: non lo guarda per quello che Egli è realmente, tuttavia per fortuna, è capace di porre il suo dubbio in forma di domanda. E, ricercando la risposta, si imbatte nell'atteggiamento esattamente opposto al suo. Viene chiamato da una persona che anzitutto sa e pronuncia il suo nome e dopo sa e verbalizza ciò che sta nel suo cuore. E dice delle cose positive. Si accende lo stesso un sospetto: come mi conosci? E avviene un miracolo: non appena si sente preso per quel che realmente è, riesce a riconoscere l'altro per quello che Egli è. Non sappiamo se sia stato l'effetto solleticante dell'essersi sentito elogiato... Tuttavia forse possiamo trovare qui una grande verità relazionale. Solo se siamo guardati con amore e accettati per quel che siamo realmente, riusciamo a riprodurre lo stesso sguardo sugli altri. Dall'essenza all'essenza. Senza tanti raggiri o sforzi di guardare dentro per mettere insieme degli elementi (che poi non si sa da dove vengano) e "definire" una persona. Essere amati = essere guardati. Se sentiamo lo sguardo di benevolenza su di noi, ci sentiamo amati. E scompare il bisogno di definire una persona, perché basta il suo nome e il bene che c'è dentro di lei, che, pronunciati, danno la vita all'altro, e gli danno quella carica che significa: la mia vita è importante. Non c'è bisogno di essere innamorati, per vivere questo, non c'è bisogno di sguardi sdolcinati. L'esercizio quotidiano potrebbe essere quello di ri-cor-dare, ripassare dalle parti del cuore, il fatto che siamo sempre guardati con amore dal datore della vita. Allora forse pian piano cambierebbe il nostro sguardo sulle persone e sulle cose. Le nostre relazioni possono in questo modo diventare più semplici, più dirette e più edificanti. E scompare la paura che "qualcuno mi abbia visto", quando vivo sotto lo sguardo tenero e premuroso di Dio. 

domenica 17 maggio 2020

vedere in prospettiva


Gv 14,15-21 

Potrebbe far venire il mal si testa, il discorso di Gesù, sulla sua visibilità/invisibilità. E' ancora sulla terra, però tra poco il mondo non lo vedrà, ma lo potremo vedere noi, perché Egli vive e noi viviamo. Cosa significano queste misteriose parole? Beh, noi sappiamo in avanti cosa succederà tra poco... Lui ascenderà al Padre e ci manderà lo Spirito Santo. E infatti la questione riguarda tutta proprio la capacità di vedere. Il mondo, in questo caso inteso come quelli che di Dio non ne vogliono sapere, in parole povere, non lo vedrà. Ma non perché Lui non sarà più presente sulla terra, ma non lo vedrà proprio perché non lo vuole vedere, appunto perché non gliene importa nulla. Noi potremo vederlo, perché Lui rimane, vivente tra noi. Certo non fisicamente, camminante sulle nostre strade, ma in prospettiva, guardando e vedendo più lontano. Una presenza fisica di una persona amata, spesso nella nostra vita fa sì, che ci concentriamo talmente su di essa, che quando viene meno, improvvisamente non sappiamo più come guardare il mondo. Invece il Signore se ne va fisicamente, per invitarci ad allargare lo sguardo... di vedere non più solo in noi e vicino a noi, ma anche in prospettiva, la sua presenza in ciò che è anche lontano da noi. Perché egli, essendo il Vivente, vive nell'universo. Ed è questo il modo in cui Egli viene da noi, ogni giorno.  Precisamente questa è prova che non ci ha lasciati orfani. Lo Spirito che Gesù manda, è il testimone della sua presenza nel mondo. Dunque, è lui che ci aiuta a guardare in prospettiva, facendo sempre nuove tutte le cose e insegnandoci a vedere il tutto in ogni frammento, la bellezza in ogni cosa bella, anche la più piccola.

martedì 12 maggio 2020

andate in pace


Gv 14,27-31 
Normalmente il credere, l'atto di fede riguarda le cose che non si vedono, che non si sono ancora realizzate... oggi invece Gesù ribalta anche questa logica: "ve l'ho detto perché quando avverrà, crediate"... dovremo dunque credere pure quando si sarà realizzato, non più solo ora quando ancora non lo vediamo! Questo proprio perché quanto deve succedere ai discepoli, "toglie" loro la presenza del Signore, un po' come stiamo vivendo in questa quarantena... Ma rimane ciò che è fondamentale: la PACE, la pace che fa sì che il non vedere il Signore, il vuoto, si trasformi in un'esperienza interiore della sua costante presenza. Noi siamo quei discepoli che non vedono, ma credono. La Chiesa attraverso il proprio ministero invece ci offre la pace che Gesù un giorno lasciò ai discepoli, quella che viene dal loro incontro con Lui e ci offre l'esperienza dei discepoli dell'incontro con lui. Ecco perché i loro sentimenti spesso sembrano essere nostri stessi. Possa ogni "andate in pace" che sentiremo, tornando a celebrare e dopo l'incontro con lui nell'Eucarestia, confermarci nel credere costantemente e nell'operare sempre consapevoli della sua Presenza tra noi!

sabato 21 marzo 2020

dritto al cuore

E' la più bella domenica della Quaresima, quella che ci chiama ad essere gioiosi per la vicinanza della Pasqua, difatti si chiama laetare, cioé rallegrati. Forse non ci viene per nulla da rallegrarci quest'anno... eppure c'è una chiamata alla gioia anche in questa quarantena. La Parola di Dio oggi ci manda tanta, ma tanta luce. Davide, il più piccolo e il meno indicato a diventare re, nella prima lettura viene esaltato. Il più semplice e quello non considerato... La seconda lettura ci porta sempre sulla scia della semplicità ad accogliere la luce, e a condannare tutto ciò che è tenebra, peccato e a farlo apertamente e risolutamente. Saper fare questo è già anticipazione dei frutti della Pasqua, e se noi oggi ancora scegliamo di agire così, siamo già nella Pasqua e anche oltre. E infine il lungo brano del Vangelo di Giovanni sul cieco nato che ritorna alla luce, ritorna a vedere. All'inizio del brano vediamo rispecchiata la mentalità israelitica del tempo: se uno è nato cieco, sarà colpa dei genitori che hanno peccato (idea che tra l'altro si protrae ancora tanto nel tempo, nella storia della Chiesa, fino a sant'Agostino incluso!). Speculazioni sulla sua nascita, poi speculazioni sulla sua identità: è quello che chiedeva l'elemosina o no? Speculazioni circa l'accaduto, l'evento in cui egli ha recuperato la vista... tanti raggiri mentali, tante tenebre dietro: leggiamo che i farisei avevano già deciso tra loro che chi riconosceva Gesù come Messia, sarebbe stato allontanato dalla sinagoga. La paura, persino nei cuori dei genitori del guarito. Il non voler parlare. E il protagonista si ritrova solo, quasi a doversi difendere da chi lo attacca, per trovare i motivi per sollevare il polverone. E, in mezzo a questa confusione, la magnifica capacità di dire solo quel che va detto, dell'ex-cieco: "se sia un peccatore non lo so. una cosa so io: ero cieco ed ora ci vedo". Nessun raggiro mentale, nessuna voglia di giustificarsi di fronte a chi lo accusa, nessuna parola in più. Solo l'oggettivo accaduto. Frutto della luce che l'ha raggiunto nella guarigione. Quando la luce di Dio comincia a penetrare nella vita di una persona umana, a dispetto di tutti coloro che potrebbero anche volerlo ferire e mettere alla prova, egli non si sbilancia... perché la forza di Dio è con lui. E infatti, pian piano che la luce avanza dentro i nostri animi, tutta la nostra persona si semplifica. Non cerca più giustificazioni davanti alle accuse ingiuste, non cerca tante parole, va dritto al cuore delle questioni. Sa che il resto è opera delle tenebre. Speculazioni, pettegolezzi, raggiri vuoti... non servono al discepolo di Gesù. Ed egli, anche se cacciato fuori, sa credere con semplicità e con semplicità confessare io credo. Ed è esattamente da qui che poi sgorga il laetare,  a cui ci invita la chiesa oggi. Dalla fede, che, man mano che si semplifica, diventa capace di scorgere la presenza di Dio anche nella quarantena. E produce gioia profonda, (non vuota allegria) anche laddove si fatica.