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martedì 29 settembre 2020

l'effetto dello sguardo

Gv 1,45-51

Come ti senti quando qualcuno ti dice: ti ho visto ? Credo che di solito, istintivamente, cominciamo a domandarci: oddio, cosa ho fatto di sbagliato?  Comunque, un momento di dubbio, di sospensione, in questi casi è più che normale. Soprattutto quando non capiamo realmente se dietro a queste parole si cela un rimprovero oppure si tratta di qualcos'altro.
Natanaele, nel Vangelo di oggi, guarda a Gesù attraverso dei pregiudizi. Si sa, da Nazareth non può venire nulla di buono. Ecco: non lo guarda per quello che Egli è realmente, tuttavia per fortuna, è capace di porre il suo dubbio in forma di domanda. E, ricercando la risposta, si imbatte nell'atteggiamento esattamente opposto al suo. Viene chiamato da una persona che anzitutto sa e pronuncia il suo nome e dopo sa e verbalizza ciò che sta nel suo cuore. E dice delle cose positive. Si accende lo stesso un sospetto: come mi conosci? E avviene un miracolo: non appena si sente preso per quel che realmente è, riesce a riconoscere l'altro per quello che Egli è. Non sappiamo se sia stato l'effetto solleticante dell'essersi sentito elogiato... Tuttavia forse possiamo trovare qui una grande verità relazionale. Solo se siamo guardati con amore e accettati per quel che siamo realmente, riusciamo a riprodurre lo stesso sguardo sugli altri. Dall'essenza all'essenza. Senza tanti raggiri o sforzi di guardare dentro per mettere insieme degli elementi (che poi non si sa da dove vengano) e "definire" una persona. Essere amati = essere guardati. Se sentiamo lo sguardo di benevolenza su di noi, ci sentiamo amati. E scompare il bisogno di definire una persona, perché basta il suo nome e il bene che c'è dentro di lei, che, pronunciati, danno la vita all'altro, e gli danno quella carica che significa: la mia vita è importante. Non c'è bisogno di essere innamorati, per vivere questo, non c'è bisogno di sguardi sdolcinati. L'esercizio quotidiano potrebbe essere quello di ri-cor-dare, ripassare dalle parti del cuore, il fatto che siamo sempre guardati con amore dal datore della vita. Allora forse pian piano cambierebbe il nostro sguardo sulle persone e sulle cose. Le nostre relazioni possono in questo modo diventare più semplici, più dirette e più edificanti. E scompare la paura che "qualcuno mi abbia visto", quando vivo sotto lo sguardo tenero e premuroso di Dio. 

sabato 28 marzo 2020

post giudizio

Gv 7,40-53 


Mi colpisce quanto si accesa la disputa del Vangelo di oggi, su chi sia realmente Gesù e se sia lui il Messia. Si usano tutte le conoscenze che vengono dalle scritture e si fanno tanti ragionamenti più o meno contorti per... fare vedere che "io ho ragione". Come se l'identità di una persona potesse essere definita da un'altra persona con assoluta certezza. Come se il cuore e la mente dell'uomo fossero delle pietre che, una volta che si sono induriti, tali restano. E invece: sorpresa! Anche il cuore e la mente che noi giudichiamo più duri di questo mondo, finché sono in vita, possono cambiare. Ed è precisamente questo fatto che dovrebbe aiutarci a cambiare il modo di guardare le persone e permetterci di entrare nell'ottica di Dio, di acquisire gli occhi che Egli ha, guardando noi, occhi di un innamorato, che vede il meglio che la sua creatura può fare, pur senza costringerla a farlo. Gesù viene inquadrato in una serie di inflessibili "verità" proposte dalla gente, dalle guardie, dai farisei. Ogni gruppo, persona sembra tirare l'acqua al proprio mulino. Risultato? Ognuno torna a casa propria, senza concludere nulla. 
Cosa provoca dentro di noi questa quarantena? Riusciamo a vedere cose nuove e finora sconosciute o inaspettate, nel ristretto cerchio di persone con cui ora ci rapportiamo? Riusciamo, come Dio, a vedere li bene che risiede nei nostri prossimi più prossimi, nonostante la tensione che spesso rischia di farci tirare fuori invece il peggio di noi? Sarà forse una buona occasione per cominciare a cambiare il nostro sguardo, dal momento in cui non abbiamo più le vie di fuga da questo o quell'altro aspetto della nostra capacità relazionale. Possa davvero iniziare ad essere un'occasione per scrollarci dal di dosso i pregiudizi che da sempre portiamo dentro di noi, quelli sulle etnie, sui gruppi sociali, sulle nazioni, sui singoli, persino sulle nostre famiglie. Siamo chiamati davvero a passare dal pregiudizio ad una sorta di post giudizio, cioè ciò che viene dopo e nonostante che, per la nostra propria sicurezza emotiva e mentale, noi abbiamo già giudicato e inquadrato le persone. Solo andando oltre questo, potremo infatti scoprire la bellezza dello stare insieme, del convivere, del ritrovarci tutti uguali, come davvero è, davanti a Dio. E lo potremo fare, per assurdo, a partire dal nostro essere oggi tutti uguali, davanti ad un microrganismo, che minaccia le nostre vite, ma che non potrà averla vinta mai, sulle nostre relazioni, se solo noi lo vorremo.