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sabato 22 luglio 2023

vedere e correre

Gv 20,1-18



Cara Maria Maddalena, grazie. La tua compagnia oggi mi ha ricordato quanto segue: ogni volta che io dico "ho visto il Signore" dovrei sentire quel calcio nel sedere che mi catapulta nel mondo per due motivi. Uno: per testimoniare, perché averlo visto davvero non ti permette di stare fermo, ma ti spinge verso gli altri. Avere gli occhi pieni di Lui, fa sì che uno è spinto interiormente a condividere questa luce, che emana dagli occhi, quando tu l'hai visto. Due: per imparare finalmente che il vedere il Signore non è un'esperienza singola, ma è quel momento a partire dal quale noi possiamo essere ogni giorno più capaci di vederlo all'opera nel mondo, di trovarlo dovunque andiamo, se solo lo vogliamo. Sì, l'incontro ci apre gli occhi, perché nell'incontro c'è lo Spirito, che Agostino chiama amore tra il Padre e il Figlio, lo stesso amore che fluisce nel vero incontro dell'uomo con Dio.

domenica 3 aprile 2022

responsabile per me, responsabile per tutti

Gv 8,1-11

In questi giorni si parla tanto della responsabilità. All'improvviso abbiamo un esempio chiaro e forte di quanto la responsabilità personale non sia più un fatto tanto personale, ma si estenda su tutti. E' sempre stato così, ma forse in generale come esseri umani, abbiamo un po' perso nel tempo questa consapevolezza. Senso di condivisione, dell'aver bisogno dell'altro, del sapere di non poter sopravvivere senza l'aiuto dell'altro, o, come disse il Papa, che nessuno si salva da solo... tutto ciò, con l'avvento o meglio con un certo utilizzo del benessere dominante, si è smarrito. Siamo bravi a guardare e coltivare il nostro giardino, ma all'occorrenza a guardare quello dell'altro, non appena vi spunta quella che noi interpretiamo come zizzania o qualche cosa che minaccia la nostra incolumità. Ed eccola, la nostra zizzania del Vangelo di oggi: l'adultera. Peccatrice. Senza dubbio. Ma, guarda caso, il suo peccato non è un peccato di quelli invisibili, compiuti al di là degli sguardi degli altri. Al suo peccato ha partecipato anche qualcun altro. Ma nessuno lo guarda e lo accusa. Insomma la colpa sta solo da una parte. Però il giudizio è della folla. Manca la responsabilità dell'uomo, con cui la donna ha compiuto l'adulterio. Ma non solo. Ci sono tutti quegli occhi rivolti all'esterno, a lei, per giudicarla ma... non troppo. Cioè loro vedono che lei ha peccato. Tuttavia siccome vogliono mettere alla prova Gesù, non applicano la legge che conoscono, ma chiedono a lui di dare la sua risposta. Qualsiasi cosa egli non dica, comunque potranno rigirarlo contro di lui. E' il classico esempio di come il peccato porti con sé il peccato, di come il male viene strumentalizzato per un altro male. Insomma... la domanda che mi viene alla fine è questa: ma dov'è in tutto ciò la responsabilità personale? E penso a Giuseppe... che avrebbe ripudiato Maria, se avesse applicato alla lettera la legge... ma si è preso la responsabilità personale per colei che era parte di lui. E penso agli accusatori, che non stanno dentro il loro cuore ma puntano il dito. E penso alla donna che si ritrova da sola con tutto il peso della colpa. E penso all'uomo che ha abusato di lei, il quale semplicemente sparisce. Sono tutti giochi di responsabilità. Allora ci potremmo chiedere anche noi oggi, come viviamo la nostra responsabilità personale. Perché il benessere e la pace per tutti cominciano con la responsabilità personale di ognuno. Infatti, l'unica persona su cui noi abbiamo davvero il "potere" siamo noi stessi. Se tutti partiamo oggi da questo principio, senza voler cambiare o salvare il mondo, senza accorgercene, cambieremo il mondo e parteciperemo all'opera della salvezza, che Dio sta compiendo, nonostante tutto, nella sua fedeltà.  





sabato 18 dicembre 2021

il Dio fuori tempo


Mt 1,18-24

Non so voi, ma io leggendo il Vangelo di oggi, mi sono detta: insomma, povero uomo, il nostro Giuseppe... Ma non poteva Dio, nella sua sapienza, aspettare che questi due promessi sposi andassero ad abitare insieme, per arrivare con il grande Annuncio? C'era bisogno di far incasinare questa povera gente mettendo in enorme imbarazzo Giuseppe, per non parlare dei rischi per Maria? Insomma, dai, questo Dio arriva sempre fuori del tempo da noi previsto: o prima, o dopo... Hai mai ripensato alla tua vita in quest'ottica? Guardando come alle volte sembra un giocare a nascondiglio, da parte di Dio, quando le risposte o non arrivano o arrivano nel tempo in cui ancora non ti senti pronto... Eppure, c'è un disegno di sapienza in tutto ciò: i nostri tempi non sono quelli di Dio. Ma se guardi attentamente la tua vita, ti accorgi che tutto ciò che per noi è avvenuto "fuori tempo", si è rivelato importante e strumento educativo da parte di Dio, nella lettura illuminata dalla fede della nostra vita. Ricordiamoci, che anche quando le cose accadono non come e non quando noi vorremmo, c'è sempre una chiave di lettura e i segni da leggere attorno a noi con attenzione, che illuminano questi "imprevisti". Per Giuseppe sono state le parole dell'angelo di cui si è dovuto fidare ciecamente.
E per me e per te? Siamo invitati oggi a fare la lettura della nostra storia e ad imparare da essa, con quale linguaggio il Padre tenero, anche se imprevedibile, parla nella nostra esistenza. Questo esercizio, fatto nel silenzio orante del cuore, ci permetterà di imparare ad accettare ciò che è inaspettato, oggi e domani, con meno ansia e più consapevolezza di essere inseriti in un piano di amore, piano della salvezza. Ci permetterà di vivere il tempo come sacramento dell'eternità.

martedì 30 novembre 2021

lasciare tutto per ritrovare tutto...

Mt 4,18-22

Non ha detto Gesù ad Andrea o a Pietro: guarda siccome io ti ho scelto, tu non puoi più essere pescatore. No, no! Tu, Andrea, Pietro, sarai ancora pescatore, perché questo è il tuo mestiere e va rispettato anche come una chiamata. Ma il tuo lavoro sarà trasformato dalla presenza di Dio, pescherai per lui! Quindi lascia le tue reti, per ritrovarle! Ne avrai di altre, per continuare a pescare. Da qui il nostro impegno secolare: trasformare tutte le realtà della nostra vita, compiendo ogni cosa per portare l'amore di Dio ai fratelli tra cui viviamo il nostro quotidiano, anche o soprattutto nel nostro lavoro, che spesso ci occupa la gran parte delle nostre giornate. Così, senza che nessuno se ne accorga, nemmeno noi, Dio potrà essere sempre di più tutto in tutti. La nostra missione d'amore verso il mondo sarà compiuta. 

mercoledì 1 settembre 2021

il male che parla di Dio


 

Lc 4,38-44

Leggendo e rileggendo la Parola di oggi mi colpisce vedere su cosa si concentra Gesù. Entra nella casa di Simone e, vedendo la suocera sofferente, comanda alla febbre. Successivamente, guarendo molte persone, minacciava i demoni. Non si rapporta (e non considera un problema), la persona in sé. ma la malattia, il male. Questo è già un grande insegnamento per noi, per quei momenti in cui, per via di una "malattia", difetto, incomprensione, differenza, ecc., abbiamo la voglia istintiva di "buttare via" tutta la persona, tutta una relazione. Il Signore ci insegna che la persona è preziosa, che ha un valore inestimabile, che è stata salvata da Lui. Quel che Egli fa oggi è separare la persona dal suo male e guarire il male, per aiutare la persona ad essere se stessa. Un compito tutto cristiano, non pretendere la perfezione e comprendere, a partire dallo sguardo introspettivo su noi stessi, di non essere tutti feriti e "malati" di qualcosa. E, paradossalmente, sono proprio questi lati bui della nostra vita, che parlano di Dio e della necessità di accogliere la sua salvezza in ogni angolo della nostra vita e della nostra persona. Se facciamo questo cammino, allora saremo capaci di accogliere, sebbene spesso con fatica, gli altri, portatori di "malattie" e disfunzioni. I demoni chiamano Gesù svelando la sua vera identità, esattamente così come le nostre difficoltà e problemi, che sono lì in attesa di incontrare la salvezza, nella quale Dio si rivela quello che è, perché se non avessimo lati negativi, non avremmo bisogno di Lui e della sua salvezza. La preziosità della persona umana sta infatti non nella mancanza dei difetti, ma nella capacità di accogliere Dio e la sua azione, che svela il lato buono e bello di ogni cosa. 

giovedì 3 dicembre 2020

stare in piedi


 

Mt 7,21.24-27

In questo tempo difficile della pandemia, che posto dai nella tua vita alla forza della fede, quanto invece ti fidi della tua ragione? Inizio oggi con questa domanda provocatoria, perché più che mai ora succede che tutti cerchiamo di mettere insieme, usando la nostra intelligenza, i dati che ci pervengono a proposito del virus che ci opprime. E ci confondiamo, perché sentiamo tante cose contraddittorie. Sicuramente tutti sentiamo che ci manca la terra sotto i piedi e allora è qui che si apre lo spazio per la fede. E possiamo capire, guardandoci dentro, chi è veramente Dio per noi. Ce lo suggerisce pure Gesù oggi. Ci può essere chi sta in piedi proprio perché ha costruito la sua casa sulla salda roccia della fede, che è relazione con Dio, quella relazione che è per eccellenza relazione con un "partner", cioè con uno che si relazione sempre con noi nella libertà e nella reciproca fiducia. Poi c'è purtroppo chi pensa che Dio abbia bisogno di essere asservito e "comprato", cioè che bisogna "accontentarlo" per comprarsi la sua grazia. E questa purtroppo è una casa costruita sulla sabbia, perché non considera all'interno della relazione con il Signore, la propria umanità e la propria dignità. E questa casa, prima o poi, crolla. E questo semplicemente perché chi è saldo nella relazione con Dio, è saldo nella sua fede e pur soffrendo, trova in Lui la sua forza. Chi invece pensa di doversi sempre umiliare e abbassare, in realtà non è sicuro delle basi su cui ha fondato la sua vita e facilmente cade in disperazione. Ecco perché vale poco gridare a gran voce invocando il Signore, per far vedere quanto siamo devoti. Chi ha una vera relazione con Dio, intessuta del dialogo quotidiano, ovviamente grida al Signore, come succede in ogni normale relazione, ma non è un'invocazione per una conquista, perché sa di essere amato e resta saldo, al di là dei momenti più o meno difficili che possano presentarsi. Stare in piedi dunque significa avere bisogno di Dio e avere un sicuro rifugio in Lui, anche quando la nostra ragione viene vinta dall'insicurezza. Lì, in mezzo, c'è lo spazio della fede.



 

domenica 15 novembre 2020

e tu che colore ci metti?

Mt 25,14-30

Avete presente quando uno è portatore sano di un qualcosa che è geneticamente determinato? Ecco, noi siamo senza dubbio dei portatori sani di qualcosa che può colorare il mondo. E solo da noi dipende il fatto che sviluppiamo questa "malattia colorata" o meno. Sappiamo che restare portatori e non esplicitare una cosa che è deposta in noi, è buono e importante solo nel caso delle malattie. Ma noi qui oggi parliamo di qualcosa di molto importante e anzi, essenziale per la nostra esistenza...e per l'andamento del mondo. C'è un detto che recita, che il giorno in cui sei nato, è giorno in cui Dio ha deciso che il mondo non poteva andare avanti senza di te. Se ci fermiamo a pensare un attimo... quanto è vero e quanta responsabilità ci viene affidata! Spesso siamo soliti ripetere, che nessuno è indispensabile e che se uno non ci arriva a fare qualcosa, pazienza, ci sarà qualcun altro a sostituirlo, e il mondo andrà avanti lo stesso. E questo è vero. C'è tuttavia un altra faccia di questa stessa medaglia. Per quanto il discorso di "sostituibilità" sia valido per le singole faccende della nostra vita, non è così per la totalità della nostra esistenza. 
Ci sono infatti dei colori nella nostra vita, quei colori di cui il mondo ha bisogno, per andare avanti. Se noi li tiriamo fuori, passiamo appunto da portatori sani a "malati", cioè quelli che non solo arrivano fino in fondo nell'esplicitazione di ciò che dimora nei loro cuori, ma anche contagiosi, affinché questa stessa dinamica possa ripetersi in altre vite. Perché la verità è che mai la ricerca, che porta a riconoscere il tesoro, il talento deposto dentro di noi, è solo per noi stessi. Nulla nell'uomo, essere in relazione, è per lui stesso solo. Una persona felice, rende felici gli altri. Una persona che preferisce seppellire sotto terra il proprio talento, per timore malsano di ciò che possa succedere, quando ci si mette in gioco, è come seppellisse in parte se stessa. Ecco cosa significa quando diciamo che ci sono dei cadaveri che camminano... può essere un'espressione molto forte, per la sensibilità di qualcuno, ma rende molto bene quel che succede con un figlio di Dio, quando Egli abdica a ricercare quella sfumatura o quelle sfumature di Dio che sono deposte in Lui e che servono a continuare l'opera della creazione, cioè ad esercitare il meraviglioso potere della bellezza, che il Creatore ha messo nei nostri cuori. Si, perché se crediamo che sarà la bellezza a salvare il mondo, il nostro primo compito è tirarla fuori da noi stessi, mettendola in comune e condividendola, così da poter godere insieme agli altri la salvezza, che attraverso il bello e il buono, si sta cominciando a realizzare già sin da ora.





sabato 14 novembre 2020

dare fastidio a Dio

Lc 18,1-8 

Dare fastidio. Fastidio, etimologia: provocare sofferenza. Se una cosa a me dà fastidio, la voglio rimuovere, è logico. Appunto perché provoca sofferenza, mi tiene in uno stato di allerta, non mi permette di vivere sereno, altera equilibri psichici e fisiologici in me. Se per togliermi di mezzo il fastidio, posso fare una cosa che non mi crea problemi, la faccio subito e prontamente. Nel caso in cui per tornare alla serenità devo fare qualcosa che mi costa, inizio a bilanciare. Mi costa di più restare nel fastidio o fare lo sforzo di tirarmici fuori? Sulla bilancia sta la mia serenità e la capacità di "perdere" qualcosa. Varie sono le cause per cui potrei scegliere di non vivere serenamente, per non perdere cose materiali, stima di qualcuno, considerazione, apparenza... Sappiamo però che non sempre ne vale la pena. Così pensa pure il giudice disonesto: non gli andava di fare giustizia alla vedova importuna, tuttavia per togliersi di mezzo il fastidio della sua insistenza, gliela fa. 
Cosa succede quando si tratta di dare fastidio a Dio? Siamo in grado di pensarlo, intanto? Oppure, piamente, non vogliamo mettere Dio alla prova? Dare fastidio, cioè procurare la sofferenza a Dio. Manifestargli la nostra sofferenza, certi che ne soffre pure lui. E non potrà far altro che in qualche maniera ascoltarci e tirarci fuori dalla prova. Ma occorre iniziare da capo: è DOVUTO dare fastidio a Dio, perché non farlo significherebbe non riconoscere, che Lui è Padre e già soffre per la sua creatura. Sarebbe in qualche maniera restare nella convinzione che possiamo farcela con le nostre stesse forze. Sarebbe continuare a soffrire, dunque, nella solitudine, alla quale sicuramente non siamo stati abbandonati da lui, ma che scegliamo da soli. Dare fastidio a Dio, insistere nelle nostre preghiere, chiedendo la sua grazia, significa riconoscerci figli e dare a Dio il volto paterno, significa dirgli: lo so che sei Padre e già senti ciò che io sento e già vivi ciò che io vivo; dammi una mano a viverlo meglio. Bussiamo allora, alla sua porta, senza badare al vestito, alle buone maniere, all'apparenza. Scegliamo di dire a lui la nostra piccolezza, limitatezza, che egli ha sperimentato in parte, facendosi uomo. Solo così, il fastidio sarà condiviso e si trasformerà in offerta, la sofferenza in contenitore per la grazia, non solo per noi, ma per il mondo, bisognoso di intercessori, che non si stancano di dare fastidio a Dio. E quando sulla bilancia ci siamo noi non egoisticamente soli, ma con il mondo, i conti sono fatti. 

domenica 25 ottobre 2020

amare il presente e il futuro


 

Mt 22,34-40

Non mi sembra ci sia una particolare necessità di scervellarci oggi davanti a questo brano di Matteo. Anzi, è una parola che sta molto interpellando il nostro oggi. Gesù ribadisce il comandamento dell'amore. Mai come in questo periodo, abbiamo la possibilità di far vedere quanto ci vogliamo bene e quanto teniamo al nostro fratello oltre che a noi, rispettando le indicazioni che ci vengono date, per una vita il più possibile sicura e a tutela di tutti. E' interessante in questo contesto riprendere ciò che Gesù dice per ultimo: da questo dipendono tutta la legge e i Profeti. Cosa significa questo per noi? La legge è per l'uomo e non l'uomo per la legge. La fede, in mezzo a tante critiche giuste o ingiuste, non entro nel merito, ci riporta all'unica cosa necessaria: all'accoglienza di ciò che ci viene chiesto, detto, nella fiducia che, anche se non piace a noi o non ci convince, possa essere essenziale o perlomeno utile. Sì, questo è l'atteggiamento di fede, che segue al nostro ragionamento e lo rende fecondo nell'ottica della salvezza. Dunque, occorre credere che tutto ciò che ci viene chiesto, è per noi, per il nostro bene. I Profeti, è uno sguardo gettato verso il futuro. Si ama per costruire un futuro, si vuole bene, per far durare nel tempo la vita. E, come sempre è stato nella storia dell'umanità, ciò che oggi viene profetizzato, ciò che oggi può essere proiezione verso il futuro, non sempre sarà capito. Si capirà dopo, al presentarsi di questo futuro. Sarà interessante guardarci indietro tra qualche anno e vedere quali cose che oggi restano considerazioni e tentativi, sono delle vere profezie. Lo sapremo, se vogliamo vivere credendo che attraverso ogni circostanza, il Regno di Dio si realizza. E sta qui il senso del comandamento dell'amore. Direbbe san Paolo: affinché Dio sia tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28). Intanto a noi il nostro presente. Il presente in cui amare. 





domenica 12 luglio 2020

la gratitudine al contrario

Mt 13,10-17


Avete presente il Puffo Brontolone? Quello che ha sempre qualcosa di negativo da dire. O, come disse qualcuno, quello che ha problema ad ogni soluzione. Ecco, a noi la scelta. Il Signore nel Vangelo di oggi, ci dice chiaramente chi siamo. Siamo coloro a cui è dato conoscere i misteri del Regno. Siamo quelli che possono vedere il Regno all'opera, quotidianamente. Possiamo accogliere questa opportunità e moltiplicarla, oppure possiamo rendere insensibile il nostro cuore, sentire senza ascoltare, guardare e non vedere. Così si riconoscono persone che non hanno gratitudine nel cuore: brontolano in continuazione. Vedono continuamente i vuoti perché non riescono a saziarsi della presenza di Dio e del Regno già ora qui tra noi. Brontolano perché il loro cuore è abitato dal desiderio di vederlo, ma spesso cercano cose grandi e anche superiori alle loro forze, mentre la presenza del Dio vivo sta nei piccoli miracoli del quotidiano. Coraggio, però, se noti che il tuo cuore non è grato, ma sempre scontento, come quello di Brontolone... solo i malati possono guarire e riconoscerlo è già un grande passo in avanti. Si può essere grati anche riconoscendosi ingrati. Perché la luce comincia già a penetrare la nostra interiorità. E da increduli diventiamo credenti, cioè da ingrati, grati. E' una grazia da chiedere poi da vivere. E tornare, quando ci allontaniamo dalla strada della gratitudine. 

martedì 5 maggio 2020

al bivio (4): la gioia

Se sbirciamo un po' nella Bibbia, nello specifico nel capitolo 17 del vangelo secondo Giovanni, scopriamo che lì Gesù fa una lunga e bellissima preghiera, chiamata dalla tradizione "preghiera sacerdotale". In questa preghiera Egli chiede per noi fondamentalmente tre cose: unità, verità e gioia. Ecco perché spesso la tentazione o le visioni passate della chiesa, sembrano di provocarci a pensare che Dio voglia la nostra eccessiva serietà, quasi tristezza (trascuro il fatto che molte persone della chiesa stessa ancora spesso si mostrano proprio tristi). Molte volte ancora, quando ci sentiamo felici, o dal di dentro di noi o dal di fuori, ci viene quel dubbio nel cuore: ma a Dio piacerà questa cosa? Invece non è affatto vero che Dio ci ama solo se siamo penitenti, facciamo digiuni, silenzi e preghiere!!! 
Non è stato forse Gesù a dire di essere venuto affinché le sue pecore abbiano la vita in abbondanza? Ma cos'è la vita vera è gioia in abbondanza! Gioia nonostante tutto: nonostante la sofferenza (che non è il suo contrario!!!), nonostante lo scoraggiamento... siamo stati fatti nella e per la gioia!
Le penitenze vengono con la vita stessa e non è necessario cercarsene ancora di più. Direi che si potrebbe rischiare l'affermazione che sia più vicino a Dio chi tralascia le "pratiche religiose" ma vive una vita serena e contagia di gioia, che non colui che si nega queste gioie e diventa progressivamente sempre più acido, triste, invidioso e scostante. Basta a questo proposito guardare il figlio maggiore della parabola del Padre Misericordioso (Lc 15,11-32)... 
E torniamo al discorso sulla vocazione. Qualsiasi strada tu non scelga, sarà sempre un offrire la tua vita: o a colui/colei che sposerai o a coloro che avvicinerai nella tua professione o a Dio servendolo nella chiesa. Attenzione però a quando vengono i pensieri di tipo: "ora mi chiudo in convento così mi separo da questo mondo schifoso", oppure "ora sposo lui, così mi darà sicurezza e mi proteggerà dai problemi"... Questi pensieri non vengono esattamente da Dio. 
L'autenticità della scelta viene provata proprio dalla gioia, che rimane, come strato che riveste la profondità del tuo animo, anche quando si presentano le inevitabili difficoltà. E' un'avventura folle, la scelta di vita con Lui, ma sempre contrassegnata dalla gioia. 



lunedì 4 maggio 2020

al bivio (3): i desideri

Mi sono domandata più volte, e di conseguenza ho domandato anche a delle persone giovani, perché la parola "vocazione" susciti spessissimo una sensazione di paura o di smarrimento. La risposta quasi da parte di tutti era la stessa, con sfumature diverse. Sembra che si tratti di una sorta di decisione presa già dapprima, dall'alto, per noi, al di là della nostra libertà, una sorta di verdetto che prima dobbiamo indovinare e poi con umiltà accogliere oppure subire. E se non lo facciamo, guai a noi: avremo deluso l'Amico più grande o addirittura, saremo puniti. 
E ora basta con questi ragionamenti! 
Ma se Dio è buono ed è nostro Creatore, non poteva in qualche maniera darci qualche indizio, in modo che non andiamo a caso a indovinare? Certo che poteva! E l'ha fatto! La nostra vocazione matura nel nostro cuore e occorre solo guardare lì, per scoprirla. Si cela nei desideri, in quei desideri più folli, più profondi, che alle volte abbiamo timore di rivelare. Ma il nostro cuore spesso è impolverato, con uno strato spessissimo di preoccupazioni, affari da portare avanti, il continuo corri corri... E in tutto ciò riusciamo a scorgere giusto qualche superficiale voglia, di certo non desideri più profondi. 
Se diamo invece alla nostra vita il ritmo che ci permette di scavare in profondità e, nei nostri desideri cominceremo a vedersi delineare una strada da percorrere, non cadiamo nella tentazione di adottare le categorie umane. Dio non punisce e non "ce la farà pagare", se sbagliamo la rotta o deviamo dalla strada. Con Dio non si fa matematica, dove tutti i conti devono quadrare alla perfezione. Lui è come un navigatore che ricalcola continuamente il percorso per noi, riportandoci sulla strada giusta, se ci fidiamo di Lui. L'importante è non confondere i momentanei moti del cuore, con le autentiche nostalgie della nostra vita. I primi non sono buoni consiglieri per prendere delle decisioni, le seconde, durature e forti, sì. Attraverso di esse ci parla Dio. 
La vocazione è il compimento di ciò che dentro di noi sogniamo, delle volte senza nemmeno saperlo, è felicità. Ma è anche qualcosa di più: è contribuire al compimento del sogno di Dio sull'umanità. 

martedì 31 marzo 2020

una compagnia certa

Gv 8,21-30

Lo confesso. Quando leggo questi testi in cui Gesù parla in una maniera un po' enigmatica... non mi piace. Mi piace il parlare chiaro. Il Signore pone delle distanze nel suo discorso di oggi, sottolinea le differenze tra lui e i suoi ascoltatori. Magari passerebbe la voglia di ascoltarlo, quando dice tutto questo e soprattutto quando sembra che non si spiega. Ma in realtà anche oggi lui ci riporta a una verità tutta da sperimentare, soprattutto di questi tempi. Io sono, l'unica cosa importante: Dio è. Una presenza, una compagnia certa, in cui credere. Gesù si fa testimone di questa presenza, soprattutto se ne farà testimone il giorno del venerdì santo, quando sarà abbandonato da tutti gli uomini e gli sembrerà di essere abbandonato persino dal Padre. Quando sarà innalzato, ci farà conoscere ancora quel Dio che sin dall'Antico Testamento si presenta come Colui che è, facendolo ritornare alla vita, nel giorno della risurrezione. Badiamo bene, qui non si tratta di Dio che c'è in una data situazione, che c'è quando lo invochiamo, c'è quando soffriamo, quando torniamo a Lui perché improvvisamente ne abbiamo bisogno. Qui si parla di uno che è, di una presenza, di una costante, e costante eterna. Forse nel tempo di disagio che stiamo vivendo, non sarà molto di consolazione a livello emotivo, ma di certo sarà una verifica della permanenza di questa Presenza nello "sfondo" della nostra vita. Uno sfondo che diventa rivestimento in cui riposare in ogni situazione, anche la più difficile e assurda. Per sperimentare ancora che non potremmo reggerci da soli, se, ininterrottamente e sa sempre e per sempre non ci fosse Lui, che è. Poche compagnie, durante la quarantena. Viene dunque a galla quest'unica e la più importante compagnia. La scopriamo restando nella casa del nostro cuore, mentre dobbiamo restare nelle nostre case. Vogliamo stare in essa?

sabato 28 marzo 2020

post giudizio

Gv 7,40-53 


Mi colpisce quanto si accesa la disputa del Vangelo di oggi, su chi sia realmente Gesù e se sia lui il Messia. Si usano tutte le conoscenze che vengono dalle scritture e si fanno tanti ragionamenti più o meno contorti per... fare vedere che "io ho ragione". Come se l'identità di una persona potesse essere definita da un'altra persona con assoluta certezza. Come se il cuore e la mente dell'uomo fossero delle pietre che, una volta che si sono induriti, tali restano. E invece: sorpresa! Anche il cuore e la mente che noi giudichiamo più duri di questo mondo, finché sono in vita, possono cambiare. Ed è precisamente questo fatto che dovrebbe aiutarci a cambiare il modo di guardare le persone e permetterci di entrare nell'ottica di Dio, di acquisire gli occhi che Egli ha, guardando noi, occhi di un innamorato, che vede il meglio che la sua creatura può fare, pur senza costringerla a farlo. Gesù viene inquadrato in una serie di inflessibili "verità" proposte dalla gente, dalle guardie, dai farisei. Ogni gruppo, persona sembra tirare l'acqua al proprio mulino. Risultato? Ognuno torna a casa propria, senza concludere nulla. 
Cosa provoca dentro di noi questa quarantena? Riusciamo a vedere cose nuove e finora sconosciute o inaspettate, nel ristretto cerchio di persone con cui ora ci rapportiamo? Riusciamo, come Dio, a vedere li bene che risiede nei nostri prossimi più prossimi, nonostante la tensione che spesso rischia di farci tirare fuori invece il peggio di noi? Sarà forse una buona occasione per cominciare a cambiare il nostro sguardo, dal momento in cui non abbiamo più le vie di fuga da questo o quell'altro aspetto della nostra capacità relazionale. Possa davvero iniziare ad essere un'occasione per scrollarci dal di dosso i pregiudizi che da sempre portiamo dentro di noi, quelli sulle etnie, sui gruppi sociali, sulle nazioni, sui singoli, persino sulle nostre famiglie. Siamo chiamati davvero a passare dal pregiudizio ad una sorta di post giudizio, cioè ciò che viene dopo e nonostante che, per la nostra propria sicurezza emotiva e mentale, noi abbiamo già giudicato e inquadrato le persone. Solo andando oltre questo, potremo infatti scoprire la bellezza dello stare insieme, del convivere, del ritrovarci tutti uguali, come davvero è, davanti a Dio. E lo potremo fare, per assurdo, a partire dal nostro essere oggi tutti uguali, davanti ad un microrganismo, che minaccia le nostre vite, ma che non potrà averla vinta mai, sulle nostre relazioni, se solo noi lo vorremo. 


lunedì 10 febbraio 2020

sempre, per tutti

Mc 6,53-56


Hai presente Gesù nel Vangelo di oggi? Fa la traversata, scende finalmente dall'altro lato, forse con la speranza di riuscire a "respirare un attimo"... 
Niente. Lo riconoscono e vanno tutti ad assalirlo, ognuno con i propri bisogni. Lo toccavano e venivano salvati. 


Ecco, questo è Gesù e la sua missione. Dio sempre disponibile, per tutti. 
Adesso, rilassati. Quando ti viene la tentazione di essere sempre disponibile per tutti, ovunque ti rechi, ricordati che non sei chiamato/a a questo. Che un cristiano è chiamato a servire e prendersi cura dei fratelli, ma anche di se stesso e del proprio limite (che Dio non ha, eppure in Gesù ci ha fatto vedere, che l'ha voluto sperimentare. Trova la tua misura, non rendere dipendente tutto il mondo dalla tua presenza/assenza. 
Ancora, rilassati. Dio c'è, ma non sei tu 😊

martedì 19 novembre 2019

la nostra folla quotidiana



Ieri ero in un aeroporto e vi ho trascorso una buona parte della giornata... in questi contesti, osservando i volti, vedendo i transiti, ascoltando le varie lingue, mi domando sempre, se sono favorevoli per incontrare il Signore, che c'è anche lì, oltre ogni vero o presunto ostacolo. O meglio, la domanda è se siamo disponibili ad incontrarlo. Poi facevo questa riflessione, ricordandomi di Zaccheo...
Ci sembra tante volte di non riuscire a vedere il Signore a causa della "folla" costante nella nostra vita...persone, cose, impegni, avvenimenti, frastuoni, doveri: tutto ciò affolla la nostra esistenza in modo tale che l'unica soluzione che ci sembra utile è quella di fuggire salendo su un albero e sperando di vedere da lì Dio. E Dio lo sa. Non appena si presenta vivo e vero, immediatamente ci riporta giù, in mezzo alla nostra folla, affinché noi impariamo che vivere e creare le condizioni di accoglienza di Lui, significa guardare in faccia la nostra folla, darle delle dimensioni, saperla gestire...sapere dove bisogna dare la propria metà e dove restituire. Affinché la vita sia più leggera, non occorre innalzarsi al di sopra di ciò che ce la riempie, ma saperci mettere proprio lì in mezzo, per scorgere in ogni cosa l'armonia, che è dimora del Signore che si ferma nella nostra casa. 

martedì 27 marzo 2018

i sensi per la risurrezione


E niente... mentre andiamo verso la Pasqua, oggi mi fa pregare questo testo di un padre della Chiesa, che voglio condividere con voi: 

Se dici: Fammi vedere il tuo Dio, io ti dirò: Fammi vedere l`uomo che è in te, e io ti mostrerò il mio Dio. Fammi vedere quindi se gli occhi della tua anima vedono e le orecchie del tuo cuore ascoltano. Infatti quelli che vedono con gli occhi del corpo, percepiscono ciò che si svolge in questa vita terrena e distinguono le cose differenti tra di loro: la luce e le tenebre, il bianco e il nero, il brutto e il bello, l`armonioso e il caotico, quanto è ben misurato e quanto non lo è, quanto eccede nelle sue componenti e quanto né è mancante. La stessa cosa si può dire di quanto è di pertinenza delle orecchie e cioè i suoni acuti, i gravi e i dolci. Allo stesso modo si comportano anche gli orecchi del cuore e gli occhi dell`anima in ordine alla vista di Dio. Dio, infatti, viene visto da coloro che lo possono vedere cioè da quelli che hanno gli occhi. Ma alcuni li hanno annebbiati e non vedono la luce del sole. Tuttavia per il fatto che i ciechi non vedono, non si può concludere che la luce del sole non brilla. Giustamente perciò essi attribuiscono la loro oscurità a se stessi e ai loro occhi. Come uno specchio risplendente, così deve essere pura l`anima dell`uomo. Affidati al medico ed egli opererà gli occhi della tua anima e del tuo cuore. Chi è questo medico? E’ Dio, il quale per mezzo del Verbo e della sapienza guarisce e dà la vita. Se capisci queste cose, o uomo, e se vivi in purezza, santità e giustizia, puoi vedere Dio. Ma prima di tutti vadano innanzi nel tuo cuore la fede e il timore di Dio e allora comprenderai tutto questo. Quando avrai deposto la tua mortalità e ti sarai rivestito dell`immortalità, allora vedrai Dio secondo i tuoi meriti. Egli infatti fa risuscitare insieme con l`anima anche la tua carne, rendendola immortale e allora, se ora credi in lui, divenuto immortale, vedrai l`Immortale. ("Libro ad Autolico", San Teofilo di Antiochia)

venerdì 6 ottobre 2017

occhio nell'occhio

Dice il Piccolo Principe che amarsi non è guardarsi negli occhi ma guardare insieme nella stessa direzione. Credo sia profondamente vero. Ma avviene solo quando le due persone per un tempo hanno saputo guardare l'uno negli occhi dell'altro. La capacità di fissare insieme lo stesso obiettivo e così essere uniti da una stessa passione, avviene quando ci si è conosciuti e, usando il concetto dello sguardo, se si è capaci di guardarsi negli occhi. 
Ci sono poi contesti, situazioni, periodi della vita, in cui ci si può accorgere, che c'è qualche persona vicino a noi, alla quale non riusciamo a guardare negli occhi. Magari è più facile verificarlo, quando ci troviamo in un gruppo. Parliamo guardando tutti meno che questa persona/queste persone (se ce ne fosse più di una). Sì, ci sono degli sguardi che, non si sa perché, non riusciamo a sostenere. Può essere che dietro questa difficoltà ci sia una semplice timidezza oppure, appunto, una mancanza di reciproca conoscenza, oppure qualcosa di irrisolto... o, ci sono anche quegli sguardi che ci sembrano così penetranti, così "impegnativi", che non ce la facciamo semplicemente. Pare poi che qualche ultima ricerca scientifica faccia presagire che alle volte non riusciamo a mettere d'accordo la "lettura" del volto dell'altro e la "stesura" del discorso che stiamo facendo. Pare che anche il nostro sistema nervoso in alcuni momenti ci faccia evitare di guardare un volto, perché si vuole concentrare sulle parole da dire, se si tratta di un contesto di dialoghi ecc.
Ma resta sempre vero che ci sono nella nostra vita dei volti e degli occhi "impegnativi". Non ci piace essere "conosciuti" senza che noi diamo il permesso all'altro di conoscerci. E quindi questi occhi che ci penetrano, ci creano disagio, non importa che sia in positivo (arrossendo quando la persona con cui scambiamo lo sguardo è quella per cui nutriamo un interesse), o in negativo (volendo scappare quando la persona che abbiamo davanti ci provoca antipatia). 
Alle volte penso che è vero quello che ci dice la Parola di Dio: è questa la ragione per cui noi non possiamo vedere ancora faccia a faccia Dio. Lo sguardo puro e penetrante di Dio, sebbene lo sperimentiamo nella vita spirituale, non possiamo sperimentarlo "fisicamente", perché significherebbe sentire come siamo conosciuti, fino in fondo, in ogni dimensione e in ogni momento. Perché i suoi occhi non ci lasciano mai, ma, guarda caso, noi non ne abbiamo consapevolezza costante. 
Forse questa è la sfida, soprattutto quando ci è difficile guardare qualche persona, per un insieme di sentimenti di confusione e di insicurezza che ci provoca. Occorre decidere di guardarla negli occhi, anche quando è difficile, e farlo pensando che in questo scambio difficile di sguardi, c'è Dio. Se gli occhi di un fratello mi risultano troppo penetranti per "lasciarmi conoscere" così facilmente, oppure perché c'è qualcosa che in me non è chiaro, ecco, lasciamoci guardare da questo fratello. Possiamo pensare che proprio in quel momento il Signore ci guarda, perché Egli abita in ogni persona che incontriamo sulla nostra strada. Sì, Dio ci guarda soprattutto in questi sguardi insostenibili, ci sfida ad accoglierlo dovunque, ci invita ad essere conosciuti, a scoprire che l'umanità potrà guardare nella stessa direzione di pace e di unità, se sapremo iniziare dal nostro piccolo ambiente, nello scambio sincero di sguardi come espressione di reciproca considerazione.