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martedì 17 gennaio 2023

loro sì e io no?


Mc 2,23-28
Scommetto che ognuno di noi almeno una volta, da piccolo o/e pure da grande, ha detto oppure pensato queste parole: "ma perché io no e lui/lei sì?" Proprio quando noi avremmo desiderato una cosa, ma una "legge" più o meno esplicita ce lo nega, improvvisamente vediamo che a qualcun altro è permesso avere/fare questa stessa cosa. Mettiamo un po' a fuoco i sentimenti che portano a questo tipo di espressioni. Rabbia, senso di inferiorità, senso di ingiustizia, tristezza, sentirsi offeso, sminuito, voglia di vendetta, chiusura... e poi chi più ne ha, più ne metta. Facce come quelle dello struzzo in foto...! Spesso i sentimenti che si sviluppano tendenzialmente in queste situazioni, sono personalizzati, per questo ognuno di noi può guardarsi dentro per mettere a fuoco "i suoi". A cosa serve tutto questo? Ecco nel Vangelo di oggi quei maleducati di discepoli, visto che hanno fame, fanno una cosa che non è lecita: mangiano il grano che trovano nei campi. Non solo maleducati, anche impulsivi! Insomma, non potevano trattenersi un attimo, non sarebbero mica morti di fame se avessero aspettato un po' no? Sembra che tutto sommato lo sdegno dei farisei sia più che motivato... Ma noi stiamo parlando di una prescrizione della legge, cioè qualcosa che dovrebbe avvicinare l'uomo a Dio, elevarlo verso di Lui... siamo proprio sicuri che la gente affamata, ha tutto questo slancio spirituale? Siamo proprio sicuri che i discepoli sarebbero in grado di continuare a seguire il Signore, se non avessero rafforzato il loro corpo? Il riposo del sabato non è indulgenza dalla sequela di Cristo! Immaginiamo una bella domenica di relax... senza mangiare. Saremmo in grado di dire che è stata davvero una giornata di vero riposo, se ci privassimo del mangiare? Per noi il mangiare significa anche il cibo spirituale, l'inseguire la presenza del Signore. Così anche per i discepoli, avevano già intuito che qui c'era qualcosa di più delle leggi. O che qui c'era qualcosa che ridava alla legge la sua vera dimensione. Ma i farisei avrebbero rispettato la prescrizione della legge a tutti i costi... e vedendo i discepoli sono rimasti male, forse con tutto quel ventaglio di sentimenti che abbiamo elencato all'inizio. Forse con quella amarezza di chi in fondo sa benissimo che le leggi sono fatte per l'uomo e non al contrario, ma intanto preferisce la vuota osservanza, però non appena si presenta qualcuno che con il suo operato rende concreto e visibile il principio del primato da dare all'uomo, trova l'occasione per linciarlo, per cercare "i colpevoli" dei sentimenti negativi che abitano il suo cuore. E' la differenza tra il figlio e lo schiavo. Quando uno fa di se stesso schiavo della legge, non sopporta la presenza del figlio, che sa di essere amato e importante, più della legge. E questa differenza sta nella libertà: chi pensa sempre "perché loro sì e io no", forse ancora non è libero, forse non si dà la libertà di essere figlio, di dirsi che è più importante delle spighe di grano... Il pericolo è che chi resta schiavo, imponga poi la stessa schiavitù agli altri. Ecco perché in mezzo deve esserci il Signore. Perché solo Lui libera e ci permette di essere figli. 

domenica 25 ottobre 2020

amare il presente e il futuro


 

Mt 22,34-40

Non mi sembra ci sia una particolare necessità di scervellarci oggi davanti a questo brano di Matteo. Anzi, è una parola che sta molto interpellando il nostro oggi. Gesù ribadisce il comandamento dell'amore. Mai come in questo periodo, abbiamo la possibilità di far vedere quanto ci vogliamo bene e quanto teniamo al nostro fratello oltre che a noi, rispettando le indicazioni che ci vengono date, per una vita il più possibile sicura e a tutela di tutti. E' interessante in questo contesto riprendere ciò che Gesù dice per ultimo: da questo dipendono tutta la legge e i Profeti. Cosa significa questo per noi? La legge è per l'uomo e non l'uomo per la legge. La fede, in mezzo a tante critiche giuste o ingiuste, non entro nel merito, ci riporta all'unica cosa necessaria: all'accoglienza di ciò che ci viene chiesto, detto, nella fiducia che, anche se non piace a noi o non ci convince, possa essere essenziale o perlomeno utile. Sì, questo è l'atteggiamento di fede, che segue al nostro ragionamento e lo rende fecondo nell'ottica della salvezza. Dunque, occorre credere che tutto ciò che ci viene chiesto, è per noi, per il nostro bene. I Profeti, è uno sguardo gettato verso il futuro. Si ama per costruire un futuro, si vuole bene, per far durare nel tempo la vita. E, come sempre è stato nella storia dell'umanità, ciò che oggi viene profetizzato, ciò che oggi può essere proiezione verso il futuro, non sempre sarà capito. Si capirà dopo, al presentarsi di questo futuro. Sarà interessante guardarci indietro tra qualche anno e vedere quali cose che oggi restano considerazioni e tentativi, sono delle vere profezie. Lo sapremo, se vogliamo vivere credendo che attraverso ogni circostanza, il Regno di Dio si realizza. E sta qui il senso del comandamento dell'amore. Direbbe san Paolo: affinché Dio sia tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28). Intanto a noi il nostro presente. Il presente in cui amare. 





sabato 4 luglio 2020

fare senza volere

Mt 9,14-15

La simpatica domanda che i discepoli di Giovanni rivolgono oggi a Gesù, probabilmente può richiamare alla nostra memoria tantissime situazioni vissute nel nostro quotidiano. Con curiosità osserviamo altre persone, appartenenti ad altre famiglie, gruppi sociali, religiosi ecc e raramente ci domandiamo a che scopo osserviamo. Non di rado le nostre silenziose osservazioni producono giudizi ma in alcune occasioni producono anche confronti e paragoni. Il pensiero porta poi con sé il sentimento, direbbe forse sant'Ignazio. Ma restiamo diplomatici. Quando facciamo o osserviamo delle cose in cui non c'è il nostro cuore, quando dunque le facciamo per una sorta di rituale appreso, "perché si è sempre fatto così", perché "cosa dirà la gente se non faccio così", nascono mosse diplomatiche come quella del Vangelo di oggi. Verbalizziamo e razionalizziamo un pensiero che sotto sotto cela un sentimento di rifiuto, in qualunque sua sfumatura. "Come mai noi facciamo questo <sottointeso cosa buona che ci pone sul gradino superiore rispetto ad altri> e quelli no?" Il ché tradotto razionalmente dovrebbe significare: come mai noi agiamo "correttamente" e quelli no e "se la cavano"? Invece, in molti (anche se non tutti) casi esprimiamo una protesta: come mai io/noi devo sono costretto a fare questo e loro no? Diventa così chiaro che da qualche parte in tutta questa contestazione, si nasconde un po' di invidia. Io agisco secondo un DOVERE che però non interiorizzo e non faccio mio, per cui non appena vedo qualcuno che fa diversamente, mi si attiva dentro il rifiuto che in fondo ho di questa dimensione. 
Dunque, due spunti di riflessione... Il primo: c'è ogni tanto da interrogarsi su quali regole/consuetudini vivo e per quale motivo lo faccio... Il secondo: cosa me ne faccio, soprattutto di quelle che magari mi stanno scomodi, ma so che le rispetto in vista di un bene più grande, cioè, le subisco oppure so farne delle risorse? O anche un terzo spunto: vivo appieno la mia vita, dando testimonianza delle scelte compiute, oppure preferisco perdere tempo guardando dentro la vita degli altri ed esprimendo cosa ne penso? Tutto ciò condito dall'unica consapevolezza: sono io l'artefice della mia vita e ogni giorno decido cosa e come vivere, in vista della felicità. 








martedì 16 giugno 2020

"imperfezione divina"

Mt 5,38-48

Quando leggo questo e qualche altro angelo, mi pongo sempre la stessa domanda. Mi colpisce infatti leggere: "siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste". Com'è la perfezione di Dio? Ha tutto, è tutto, perché è Amore. Eppure gli manca la possibilità di intervenire a livello della libertà umana. Dunque la domanda è: è perfetto o non lo è? Una cosa è certa: a noi viene chiesto di essere come Lui. Anche in quello che "gli manca", di cui si è privato per amore, cioè in forza dell'essere quel che è. Alle volte noi facciamo l'esatto contrario. La prima cosa di cui non ci priviamo è voler avere potere sulle vite degli altri, darsi diritto di giudicarli, limitare la loro libertà... anche in nome di Dio. Perché appunto il nostro modo di dire spesso è questo: "chi sei tu per giudicare, Dio?" E invece non c'entra. Perché Lui vede i cuori e proprio per questo è misericordia. Non significa che non vede gli errori, ma è Padre e non padrone. Questa è la perfezione che ci viene chiesta. Una perfezione con una crepa d'oro, mi verrebbe da dire. Perfezione che è onnipotenza ferita dall'amore, che può anche soffrire dalle scelte errate delle persone, ma le rispetta per quel che sono e si sforza di amarle. Una bella "imperfezione divina". 

mercoledì 12 febbraio 2020

quando ho cominciato ad amare...

Oggi lascio immediatamente la parola a un grande, Charlie Chaplin:
Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare,
mi sono reso conto che il dolore e la sofferenza emotiva
servivano a ricordarmi che stavo vivendo in contrasto con i miei valori.
Oggi so che questa si chiama autenticità.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare,
ho capito quanto fosse offensivo voler imporre a qualcun altro i miei desideri,
pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta,
anche se quella persona ero io.
Oggi so che questo si chiama rispetto.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare,
ho smesso di desiderare una vita diversa
e ho compreso che le sfide che stavo affrontando erano un invito a migliorarmi.
Oggi so che questa si chiama maturità.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare,
ho capito che in ogni circostanza ero al posto giusto e al momento giusto
e che tutto ciò che mi accadeva aveva un preciso significato.
Da allora ho imparato ad essere sereno.
Oggi so che questa si chiama fiducia in sé stessi.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare,
non ho più rinunciato al mio tempo libero
e ho smesso di fantasticare troppo su grandiosi progetti futuri.
Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e felicità,
ciò che mi appassiona e mi rende allegro, e lo faccio a modo mio, rispettando i miei tempi.
Oggi so che questa si chiama semplicità.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare,
mi sono liberato di tutto ciò che metteva a rischio la mia salute: cibi, persone, oggetti, situazioni
e qualsiasi cosa che mi trascinasse verso il basso allontanandomi da me stesso.
All’inizio lo chiamavo “sano egoismo”, ma
oggi so che questo si chiam chiama amor proprio.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare,
ho smesso di voler avere sempre ragione.
E cosi facendo ho commesso meno errori.
Oggi so che questa si chiama umiltà.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare,
mi sono rifiutato di continuare a vivere nel passato
o di preoccuparmi del futuro.
Oggi ho imparato a vivere nel momento presente, l’unico istante che davvero conta.
Oggi so che questo si chiama benessere.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare,
mi sono reso conto che il mio Pensiero può
rendermi miserabile e malato.
Ma quando ho imparato a farlo dialogare con il mio cuore,
l’intelletto è diventato il mio migliore alleato.
Oggi so che questa si chiama saggezza.

Non dobbiamo temere i contrasti, i conflitti e
i problemi che abbiamo con noi stessi e con gli altri
perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi.
Oggi so che questa si chiama vita.