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mercoledì 27 ottobre 2021

questione di distanza

Lc 13,22-30

Ti è mai capitato di parlare in pubblico e avere davanti a te tanta gente? Se sì, capisci bene che non puoi ricordare e tantomeno conoscere tutte le persone che ti hanno ascoltato. Finché una persona non ti si avvicina, non ti mostra il suo interesse per fare una domanda, per un confronto, ecc, c'è una reale possibilità che tu non ti ricorderai di lei, se la incontri l'indomani. E' normale. La stessa cosa nei grandi eventi, dove si sta "insieme", ad esempio grandi rinfreschi, tavolate... finché non ci si ritrova l'uno vicino all'altro, per caso o appositamente, non ci si conosce. E questo esattamente pare essere il problema degli uomini del Vangelo di oggi. Vogliono dire a tutti i costi al Signore che lo conoscono, perché l'hanno visto insegnare nelle piazze, e perché hanno mangiato in sua presenza. Il problema è che non l'hanno nemmeno sfiorato, pur avendone avuto non una, ma più occasioni. Come vuoi essere riconosciuto, se non ti sei mai avvicinato veramente a Colui che dovrebbe essere la tua salvezza? Non è che Egli non vuole esserlo. Sei tu che l'hai guardato a distanza, l'hai visto, ma non l'hai voluto toccare, accogliere, non ti sei "sporcato di Lui". Ovvio che non sa di dove sei tu... c'è così tanta gente che lo guarda da lontano! E visto che Lui stesso ha detto di sé di essere la porta delle pecore, (Gv 10,7), ecco che ti dice di entrare per la porta stretta. Cioé che devi essere disposto a sentire questo passaggio, questo movimento di entrata. Sentire addosso a te, che non necessariamente sei delle stesse dimensioni della porta. Così solo sei costretto non solo a "sfiorare" ma anche a provare a trovare le tue dimensioni, stringendo di qua, spingendo di là... La porta larga crea spazi vuoti, parla di distanza. Quella stretta ti mette in condizioni di vivere a con-tatto con la salvezza, che si opera nella disponibilità di mettersi in gioco anche a costo di fare brutta figura, sembrare troppo grossi per la porta, sporcarsi il corpo con ciò che è diverso... abbattere insomma le distanze. Ecco da dove tu sarai conosciuto non solo dal Signore ma anche dagli uomini: se sei in grado di toccare e lasciarti toccare, senza più tenere quelle false "distanze di sicurezza", che ti tengono "al sicuro", ma sterile e incapace di relazioni, quelle quotidiane ma anche quella fondamentale, con Lui, che ti salva.




giovedì 3 dicembre 2020

stare in piedi


 

Mt 7,21.24-27

In questo tempo difficile della pandemia, che posto dai nella tua vita alla forza della fede, quanto invece ti fidi della tua ragione? Inizio oggi con questa domanda provocatoria, perché più che mai ora succede che tutti cerchiamo di mettere insieme, usando la nostra intelligenza, i dati che ci pervengono a proposito del virus che ci opprime. E ci confondiamo, perché sentiamo tante cose contraddittorie. Sicuramente tutti sentiamo che ci manca la terra sotto i piedi e allora è qui che si apre lo spazio per la fede. E possiamo capire, guardandoci dentro, chi è veramente Dio per noi. Ce lo suggerisce pure Gesù oggi. Ci può essere chi sta in piedi proprio perché ha costruito la sua casa sulla salda roccia della fede, che è relazione con Dio, quella relazione che è per eccellenza relazione con un "partner", cioè con uno che si relazione sempre con noi nella libertà e nella reciproca fiducia. Poi c'è purtroppo chi pensa che Dio abbia bisogno di essere asservito e "comprato", cioè che bisogna "accontentarlo" per comprarsi la sua grazia. E questa purtroppo è una casa costruita sulla sabbia, perché non considera all'interno della relazione con il Signore, la propria umanità e la propria dignità. E questa casa, prima o poi, crolla. E questo semplicemente perché chi è saldo nella relazione con Dio, è saldo nella sua fede e pur soffrendo, trova in Lui la sua forza. Chi invece pensa di doversi sempre umiliare e abbassare, in realtà non è sicuro delle basi su cui ha fondato la sua vita e facilmente cade in disperazione. Ecco perché vale poco gridare a gran voce invocando il Signore, per far vedere quanto siamo devoti. Chi ha una vera relazione con Dio, intessuta del dialogo quotidiano, ovviamente grida al Signore, come succede in ogni normale relazione, ma non è un'invocazione per una conquista, perché sa di essere amato e resta saldo, al di là dei momenti più o meno difficili che possano presentarsi. Stare in piedi dunque significa avere bisogno di Dio e avere un sicuro rifugio in Lui, anche quando la nostra ragione viene vinta dall'insicurezza. Lì, in mezzo, c'è lo spazio della fede.



 

mercoledì 21 ottobre 2020

pronti non ansiosi

Lc 12,39-48


Siate pronti! Queste parole del Signore oggi mi hanno fatto molto riflettere. Ho pensato a quelle persone, che pensano di dover essere sempre all'altezza della situazione e sempre pronti a tutto ma... non appena capita un imprevisto, si bloccano. E' un'esperienza che è capitata ad ognuno di noi nella vita. Tuttavia per qualcuno è condizione in cui vive. Qual è la differenza tra la prontezza e l'ansia? Tutte e due partono dalla considerazione sul futuro, fosse anche prossimo. L'ansia infatti è la condizione di chi vive talmente attento al futuro da vivere male il proprio presente non essere in grado di viverlo per la preoccupazione per il futuro. Ha bisogno di una massima sicurezza su ciò che accadrà, vuole controllarlo, vuole evitare errori o/e imprevisti. Non così per la prontezza di cui oggi ci parla il Signore. Essere pronti significa vivere nella serena consapevolezza che l'imprevisto può accadere, qui ed ora e che esso fa parte della vita anche se non lo si può capire prima che accada. Esattamente come quel padrone che, arrivando e trovando i servi che lo accolgono, inaspettatamente si mette lui a loro servizio. E' un imprevisto questo! Potrebbe generare l'ansia per la risposta: "cosa dovrò fare ora? come comportarmi? va bene? non va bene? cosa dirà la gente?" ecc.ecc... La prontezza è vita, mentre l'ansia è il timore della sua perdita. Sicuramente a ciascuno di noi è capitato di sperimentare per qualche motivo quell'ansia che arriva ad accorciare il nostro respiro. Ecco questo è desiderio di vita: chi vive, respira calmo, con larghezza di polmoni, se così si può dire, pronti ad accogliere ciò che viene. Chi invece è portato dall'ansia, ha il respiro corto, sente che la vita gli sfugge, boccheggia, cerca la vita... resta infelice, perché incapace di ricevere la novità non calcolata, che inevitabilmente arriva. Siamo nei tempi in cui ne soffre tanta gente, perché tanti strumenti abbiamo inventato per darci sicurezza, che deve, prima o poi sgretolarsi per far spazio alla possibilità di riacquistare la libertà. Beato invece cioè felice è chi vive pronto: serenamente capace di accettare le cose così come vengono (senza idealizzare ovviamente anche l'ansia fa parte di una vita normale, fino a quando non impedisce di vivere fondamentalmente tranquilli), chi sa fin nel profondo del suo cuore, che non è padrone della propria vita, ma che il suo "padrone" è, appunto, imprevedibile nell'amore. 

martedì 31 marzo 2020

una compagnia certa

Gv 8,21-30

Lo confesso. Quando leggo questi testi in cui Gesù parla in una maniera un po' enigmatica... non mi piace. Mi piace il parlare chiaro. Il Signore pone delle distanze nel suo discorso di oggi, sottolinea le differenze tra lui e i suoi ascoltatori. Magari passerebbe la voglia di ascoltarlo, quando dice tutto questo e soprattutto quando sembra che non si spiega. Ma in realtà anche oggi lui ci riporta a una verità tutta da sperimentare, soprattutto di questi tempi. Io sono, l'unica cosa importante: Dio è. Una presenza, una compagnia certa, in cui credere. Gesù si fa testimone di questa presenza, soprattutto se ne farà testimone il giorno del venerdì santo, quando sarà abbandonato da tutti gli uomini e gli sembrerà di essere abbandonato persino dal Padre. Quando sarà innalzato, ci farà conoscere ancora quel Dio che sin dall'Antico Testamento si presenta come Colui che è, facendolo ritornare alla vita, nel giorno della risurrezione. Badiamo bene, qui non si tratta di Dio che c'è in una data situazione, che c'è quando lo invochiamo, c'è quando soffriamo, quando torniamo a Lui perché improvvisamente ne abbiamo bisogno. Qui si parla di uno che è, di una presenza, di una costante, e costante eterna. Forse nel tempo di disagio che stiamo vivendo, non sarà molto di consolazione a livello emotivo, ma di certo sarà una verifica della permanenza di questa Presenza nello "sfondo" della nostra vita. Uno sfondo che diventa rivestimento in cui riposare in ogni situazione, anche la più difficile e assurda. Per sperimentare ancora che non potremmo reggerci da soli, se, ininterrottamente e sa sempre e per sempre non ci fosse Lui, che è. Poche compagnie, durante la quarantena. Viene dunque a galla quest'unica e la più importante compagnia. La scopriamo restando nella casa del nostro cuore, mentre dobbiamo restare nelle nostre case. Vogliamo stare in essa?

venerdì 27 marzo 2020

l'unica certezza

Gv 7,1-2.10.25-30

Man mano che si avvicina la Pasqua e, prima di essa,  i momenti della Passione, vediamo nei racconti del Vangelo, lo stringersi delle argomentazioni e l'irrigidirsi sempre più grave della categorizzazione della persona di Gesù. Pochi ragionamenti ormai, molta voglia di incastrare il tutto dentro le conoscenze previe, tipo: ma costui sappiamo di dov'è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia. Ecco come efficacemente calmare la propria coscienza e giustificare la propria insicurezza, la necessità che scatta , di arginare e, possibilmente, eliminare ciò che mette in crisi la concezione ordinaria della vita e della fede. Sappiamo, tutto questo porterà alla morte di Gesù. Egli, d'altro canto, è sempre più spoglio anche lui, delle sicurezze terrene (ammesso che ne abbia mai avute) e dei ragionamenti convincenti. Ormai resta solo il saper da dove si è venuti e dove si va. L'unica sicurezza, quella cintura che resta per reggere la sua umanità di fronte al pericolo della morte imminente: l'appartenenza al Padre e il compimento della sua missione. Il suo ruolo cruciale nella storia della salvezza. Anche a noi in questo tempo difficile, restano pochissime sicurezze, sperimentiamo angosce, incertezze, non sappiamo come pensare al domani. Lezione di abbandono nelle mani di Dio, che porta la storia del mondo e dell'umanità, nonostante le resistenze e le interpretazioni umane, lontane dalla sua "logica". Beh allora non resta altro che inserire la linguetta della Cintura nel foro, avviare la fede, provare la solidità dell'unica sicurezza che possiamo avere in questo tempo e che in molti, non credenti, non hanno. Ci tocca farlo per noi e per l'umanità. Certi che dopo ciò che sperimentiamo come morte, verrà la risurrezione. Perché "andrà tutto bene" non è necessariamente vero, mentre "tutto concorre al bene di coloro che amano Dio", sì.