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giovedì 19 novembre 2020

aprire quando bussa

 


Lc 19,41-44

Ci sono visite e visite. Ci sono quelle visite veloci, ultimamente molto risicate per ovvi motivi, in cui uno passa a casa tua per un caffè, per scambiare due parole, per aggiornarti sulla vita... non che non siano importanti queste, tuttavia poi ci sono quelle visite, talvolta inaspettate, di persone da tanto tempo attese, o da tanto tempo assenti oppure semplicemente di persone importanti, visite alle quali ci prepariamo, pulendo la casa, cucinando, mettendo vestiti belli. 

Ti ricordi quando il Signore ti ha visitato con tutta la sua forza e questa visita ha lasciato il segno in te? Che ricordo ne hai? Hai saputo riconoscere quel momento in cui lui ha bussato alla tua porta, per trasformare la tua vita? Non andare solo a sbirciare nei tempi di emozioni interiori, di luce particolare, prova a vedere anche nei momenti di sofferenza, di confusione. Sono tutte possibili visite di Dio. E sono da riconoscere. Di fatto ci cambiano l'esistenza. 

Nel Vangelo di oggi Gesù piange su Gerusalemme. La sua città amata non ha aperto la porta, non ha riconosciuto il tempo della Visita, quella con la V maiuscola. Ecco perché Lui già sa come andrà a finire. Il problema in realtà non è che Gerusalemme in futuro verrà assalita e distrutta. Il problema vero è che lei non aveva riconosciuto il tempo della visita e non ha la forza interiore per restare incolume contro ogni avversità. Perché nella vita avvengono inevitabilmente le distruzioni, le sconfitte, ma la memoria della Visita è fondamentale per non soccombere. Le tempeste della vita talvolta ci fanno cadere a pezzi ma la fede, quel frutto prezioso, sebbene spesso tanto piccolo, quasi come una calìa d'oro, fa sì che la nostra vita invece di subire la morte, si rinnova. Non resta che drizzare le orecchie e aprire, quando Lui bussa. 







sabato 31 ottobre 2020

il meglio deve ancora venire


 Lc 14,17-11

Dare il meglio o prendere il meglio? Ecco il dilemma! Il dilemma che Gesù ci propone di risolvere, nel brano del Vangelo di oggi. Egli osserva, osserva i comportamenti dei suoi contemporanei e trae conclusioni. Ma la consuetudine che tira fuori oggi, noi la conosciamo molto bene. E' chiaro che non andiamo a metterci al primo posto in una festa. L'entrare infatti nel nuovo luogo, con gente sconosciuta, non ci mette a nostro agio, per cui viene naturale rimanere un po' in disparte, un po' indietro. Strano che questa cosa, il Signore ce la debba ribadire. 
Eppure forse c'è un significato nascosto in questo. Occupare il primo posto è andare a prendersi il meglio con le proprie forze, con la nostra volontà. E' sentirci capaci e autorizzati a produrci da soli il meglio. E' lasciare tutti indietro, pur di raggiungere ciò che sembra più prestigioso. Mentre Gesù ci dice che il meglio non ce lo procuriamo da soli e non è necessariamente a noi visibile e facilmente individuabile. Mettersi indietro, all'ultimo posto (purché non sia dettato dalla falsa umiltà), è porci in attesa di quel meglio che deve ancora venire e che, soprattutto, non ci procuriamo da soli, ma riceviamo dalle mani di chi ha il vero potere, su questa festa che è la nostra vita. Rimanere all'ultimo posto è riconoscere a Dio il suo posto nella nostra vita e affidarci e arrenderci a Lui, nella piena fiducia, che Lui già sa il nostro posto, quel bene che deve venire e quel meglio che sta arrivando. Allora la festa sarà vera, quando ciascuno si metterà in posizione di ricevere il meglio dalle mani del Padre buono e quando sapremo dire: senza di te non posso raggiungere il meglio. 










mercoledì 17 aprile 2019

sono proprio io

Mt 16,14-25


Se guardiamo bene la nostra vita, anche quella molto quotidiana, di solito quando succede qualcosa che "non va", e lo notiamo, senza sapere chi ne è l'artefice, la domanda che scatta immediatamente è: "chi l'ha fatto?" Come se fosse così estremamente importante trovare sempre il colpevole. Come se stessimo sempre a dire: io ho notato questa cosa fatta male e ora la faccio pagare a chi l'ha fatta. Come se nella nostra natura fosse in qualche maniera scritto in profondità, che occorre punire il "peccatore", altrimenti non si espia il peccato. E' sempre la logica dell'incapacità di separare il peccato dal peccatore. In fondo è una logica che viene superata nella Pasqua. 
Forte e impressionante la domanda che oggi si pongono i discepoli riuniti nel Cenacolo. 
Forte soprattutto proprio perché già comincia a rovesciare questa logica. All'annuncio del tradimento, i discepoli cominciano immediatamente a rivolgere la domanda a loro stessi: "sono forse io?". Quindi non più: "chi sarà?", oppure "sarà sicuramente...", ma il rovesciamento a 180°. L'ammissione della possibilità che sia proprio io quel che tradisce. E quindi, secondo la logica della legge del taglione, sono io a dover pagare. E poi la Pasqua porta un ulteriore rovesciamento: sì, sei proprio tu colui che tradisce, ma non devi pagare, perché paga il tradito. Ed è proprio per questo che puoi ammetterlo, puoi dirlo, guardando il tuo proprio riflesso e scorgendo in esso i tratti della misericordia, grazie alla quale vivi. Puoi dirlo forte a te stesso e poi anche agli altri: sì, sono proprio io. Cerco di non tradire, ma tradisco e sono perdonato. Perché anche nella notte del mio peccato, nell'oscuro sentimento di essere nudo e disprezzato per la mia debolezza, risplende un abbraccio nuovo. E il Risorto mi avvolge nella Risurrezione.