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giovedì 11 agosto 2022

490 = ∞



Mt 18,21-19,1

Un argomento difficile da trattare, quello del perdono. Penso che ognuno di noi ha un'esperienza o passata o anche in atto, di un perdono difficile. Difficile da dare oppure da accogliere, quando siamo noi i "colpevoli". Metto tra virgolette la parola colpevoli, perché mi sembra che prima di dichiarare la colpa di una persona, occorre ponderare bene le cose. Molte volte il danno compiuto è oggettivo, ma la colpevolezza non c'è, almeno da un punto di vista morale. Molte cose che noi prendiamo come torto, non erano o non sono intenzionali... ed è qui la motivazione per la quale Gesù ci dice di perdonare 70 volte 7, cioè sempre. Forse anche questa è un'esperienza che nella nostra vita abbiamo fatto: subire la rabbia altrui, la mancanza di perdono e non sapere nemmeno dove è stato lo sbaglio. Quante volte succede che colui che si sente offeso ha ricevuto un'offesa non intenzionale e non vuole chiarire, ma solo fa subire le vendetta emotiva... è una forma di prevaricazione sull'altro. Io ti punisco o con il mio silenzio o con il rifiuto di chiarimenti. Ed è sofferenza talvolta feroce per chi presumibilmente ha sbagliato. Crea infatti un rapporto impari una situazione di asimmetria schiacciante. Un po' simile a quella dei due servi del re. In realtà loro dovrebbero essere alla pari. Sono colleghi. L'unica cosa è che uno è debitore del padrone e l'altro è debitore del collega. Ma come mai, succede così, che dopo l'esperienza di perdono, uno non va a perdonare a volta sua? Ecco, dipende tutto da come noi ci rapportiamo alla richiesta di perdono. Io chiedo di essere perdonato perché ho un debito/ho sbagliato e so che questo non è corretto, oppure lo chiedo, prostrandomi (abbassandomi appunto davanti ad altro), perché ho paura di essere punito? Nel secondo caso il frutto spesse volte è la rabbia, tenuta dentro. Mi abbasso senza realmente sentire nel cuore la necessità di questa richiesta, ma per non perdere negli occhi dell'altro. Mi abbasso "falsamente", senza umiltà, ma solo umiliandomi. Quando ci si umilia per paura, il frutto inevitabilmente poi è rabbia, perché il sentimento è quello di inferiorità che poi non viene affrontato, ma solo sfogato. Ecco quindi che, per non sentirsi più quello inferiore, si va e si costringe qualcun altro a mettersi in posizione di abbassamento rispetto a noi. E' una forma di bullismo, indubbiamente. Perché le persone che non si sentono inferiori e non hanno paura dei propri sbagli, non si umiliano, ma ammettono la propria colpa/debito, in piedi, alla pari. Sono umano e sbaglio come tutti gli umani. Ma chi non lo sa fare, andrà a schiacciare gli altri, per sentirsi "meglio", vedendosi superiore a qualcun altro. Finisce sempre male. Se non finisce come nel caso del servo spietato, finisce con un sentimento di "marcio", dentro. La superiorità di questo genere, non ripaga, è una trappola per se stessi. Faccio pagare per i miei errori a qualcun altro, per restare impeccabile ai miei propri occhi. Ma dentro so di non esserlo. Ecco perché la mancanza di perdono è un torto fatto a se stessi. Ecco perché perdonare 70 volte 7, significa liberare se stessi, riequilibrare il rapporto con l'altro, portarlo alla pari e vivere da adulti, dandoci una mano, permettendoci a vicenda di sbagliare e di essere amati e considerati lo stesso.

martedì 7 aprile 2020

amico nemico

Gv 13,21-38 

Sicuramente a ciascuno di noi è capitato nella vita di dover stare accanto, alla stessa tavola, a lavorare, nella stessa casa, con una persona di cui sapevamo che non era sincera nei nostri confronti. Poteva essere una persona che sparlava di noi dietro le nostre spalle, poteva essere qualcuno che inavvertitamente faceva delle cose che ci facevano male. Ma l'importante è che tu stavi lì accanto, senza poter andare via, dovendo anche fare finta di non sapere nulla o di non essere condizionato/a da questa presenza. Fa male, crea disagio, fa gustare fino in fondo l'amarezza, ci occupa i pensieri e i sentimenti, tanto, che delle volte diventiamo inefficienti in quel che facciamo, perché appunto i nostri "dispositivi interiori" sono occupati in altro. Nulla di strano e nulla di peccaminoso. Siamo fatti così. E... è capitato anche al Figlio di Dio. Il racconto di Giovanni di oggi, sebbene metta una certa enfasi sulla presenza del primo traditore, colui che avrebbe venduto Gesù per pochi soldi, ci fa vedere anche il secondo traditore, quello stesso che era uno dei più grandi amici del Signore. Qual è la delusione più grande? Essere traditi da Giuda o da Pietro? Il fatto sta che l'ultima cena, quella più importante, quella ce si fa con gli amici per dire addio, Gesù l'ha condiviso con due traditori...e senza poter allungare le distanze. Si, perché l'uomo è fatto così. Quando entra in conflitto o in tensione con l'altro, ha bisogno di allargare lo spazio. E' per questo che dopo aver litigato noi ci allontaniamo l'uno dall'altro, sempre, anche se dovesse essere solo per pochi minuti. Abbiamo bisogno di incontrare noi stessi, prima di riavvicinarci all'altro. Qui non c'è tempo né spazio per questo. Due traditori da cui non si scappa, come Gesù non scappa dalla sua passione. 
Anche noi in questo tempo viviamo distanze molto accorciate. Forse tante tensioni sulle quali non abbiamo modo di respirare e che diventano fonte di stress per la nostra vita in quarantena. Forse è tempo di rinnovato perdono, di definire le nostre relazioni con più cura. Sappiamo bene, quanto è veloce il passaggio da amico a nemico... esattamente la cosa che è capitata a Gesù. Perdonare chi sta accanto a te e mangia con te, sapendo che ti ha tradito. Non spegnere il lucignolo fumigante nemmeno in chi non si rende conto che sta per tradire, come Pietro, che dichiara che avrebbe dato la vita per Lui. Gesù non gli dice: figurati che fesserie stai dicendo. No, lui sa che l'uomo perdonato può essere ancora amico, sa che Pietro davvero darà la sua vita per lui, perché toccherà con la mano il perdono. Ed è spesso qui che sta la differenza tra amico e nemico. Nemico può essere uno che mi sembrava amico fino a ieri, basta una cosa che ci divide. Ma amico, amico vero, non superficiale, è sempre quello che sa il sapore del perdono, il sapore dell'umanità che mentre ha bisogno di essere accolta, ha consapevolezza di essere sempre imperfetta e sempre, potenzialmente capace di non essere all'altezza delle attese dell'altro. Allora il perdono e la misericordia nascono proprio da qui: dalla continua consapevolezza che le persone con cui abbiamo a che fare sono imperfette come noi. E che, come noi vanno amate proprio così come sono. 





mercoledì 17 aprile 2019

sono proprio io

Mt 16,14-25


Se guardiamo bene la nostra vita, anche quella molto quotidiana, di solito quando succede qualcosa che "non va", e lo notiamo, senza sapere chi ne è l'artefice, la domanda che scatta immediatamente è: "chi l'ha fatto?" Come se fosse così estremamente importante trovare sempre il colpevole. Come se stessimo sempre a dire: io ho notato questa cosa fatta male e ora la faccio pagare a chi l'ha fatta. Come se nella nostra natura fosse in qualche maniera scritto in profondità, che occorre punire il "peccatore", altrimenti non si espia il peccato. E' sempre la logica dell'incapacità di separare il peccato dal peccatore. In fondo è una logica che viene superata nella Pasqua. 
Forte e impressionante la domanda che oggi si pongono i discepoli riuniti nel Cenacolo. 
Forte soprattutto proprio perché già comincia a rovesciare questa logica. All'annuncio del tradimento, i discepoli cominciano immediatamente a rivolgere la domanda a loro stessi: "sono forse io?". Quindi non più: "chi sarà?", oppure "sarà sicuramente...", ma il rovesciamento a 180°. L'ammissione della possibilità che sia proprio io quel che tradisce. E quindi, secondo la logica della legge del taglione, sono io a dover pagare. E poi la Pasqua porta un ulteriore rovesciamento: sì, sei proprio tu colui che tradisce, ma non devi pagare, perché paga il tradito. Ed è proprio per questo che puoi ammetterlo, puoi dirlo, guardando il tuo proprio riflesso e scorgendo in esso i tratti della misericordia, grazie alla quale vivi. Puoi dirlo forte a te stesso e poi anche agli altri: sì, sono proprio io. Cerco di non tradire, ma tradisco e sono perdonato. Perché anche nella notte del mio peccato, nell'oscuro sentimento di essere nudo e disprezzato per la mia debolezza, risplende un abbraccio nuovo. E il Risorto mi avvolge nella Risurrezione.