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domenica 10 maggio 2020

tornare a casa

Gv 14,1-12 

Molti di noi, in questo periodo di pandemia, non riuscendo a rientrare a casa propria, al luogo a cui sentono di appartenere, hanno sentito fortemente lo smarrimento che riguarda la minaccia dell'allontanamento duraturo dal luogo che dà sicurezza. Di certo non ci è mancata la casa in sé, ma ciò e coloro che la abitano. Chissà quanti di noi abbiamo riflettuto sulla nostra vera appartenenza... Ci dice Gesù nel Vangelo che è lui che ci prepara il posto presso il Padre e ci porterà laddove noi apparteniamo da sempre e per sempre, anche se abbiamo paura di questo luogo, che luogo non è, di questa dimensione sconosciuta. La sicurezza tuttavia anche in questo caso non è però data dallo spazio in sé da occupare, ma dalla relazione, dalla vicinanza con colui che ci ama per eccellenza e che è sorgente e fine di ogni nostro affetto. Forse questi sono i tempi per fermarci e guardarci dentro, per capire quanto apparteniamo a questo "posto" che Gesù ci va a preparare, cioè a questa relazione d'Amore che va scritt con la A maiuscola, perché a differenza di altri amori, non passa ed è punto di riferimento tanto stabile, quanto basilare. Perché senza appartenere a questo Amore, qualsiasi nostra dimora terrena non resta che surrogato di questa, mentre ogni appartenenza radicata in questo Amore, diventa feconda e sanante.














mercoledì 10 aprile 2019

un nome, non una garanzia

Gv 8,31-42

L'appartenenza ad un gruppo sempre porta in sé una dose di senso di sicurezza, una sorta di garanzia. Questo accade per eccellenza in una famiglia. Di certo ognuno di noi ha sentito svariate volte, come si associano gli atteggiamenti, i comportamenti, le doti, i difetti ecc, ad un cognome o ad un paese. Delle volte in negativo, altre volte in positivo. 
Così anche i Giudei del Vangelo di oggi. Al mimo accenno di Gesù, su una possibilità di cambiamento, la negano immediatamente a partire dall'appartenenza ad una discendenza. Essere "quelli di Abramo", significa non essere mai stati schiavi. Sono pericolose convinzioni e false sicurezze. E' vero e certo che un qualsiasi gruppo di appartenenza deve dare un certo senso di sicurezza e protezione, tuttavia un'identità individuale non si può nascondere dietro un'identità collettiva. Il "grado di schiavitù" o di libertà, non dipende dal nome che portiamo. Certamente alcuni atteggiamenti che si perpetuano nelle famiglie di generazione in generazione, possono determinare notevolmente la vita di un discendente ma mai definitivamente. Un nome non è mai una garanzia. Oppure può esserlo solo nelle circostanze molto circoscritte. Gesù ci tiene di ricordarlo. La libertà o la schiavitù si gioca dentro di noi, nelle nostre decisioni, nelle conseguenti azioni, nella capacità di cambiamento. Anche quando ci qualifichiamo come figli di Dio, non siamo automaticamente esenti dal peccato, o dalla debolezza. Piuttosto ci identifichiamo con coloro che sono stati chiamati alla libertà e, consapevoli di questo, ad essa aspirano. E proprio per questo motivo, sono in grado di accettare che tanti passi ancora restano da fare verso la vera libertà dei figli di Dio. Che non siamo mai arrivati. E che, se qualcuno ce lo fa notare, non è necessariamente per sminuirci, ma forse semplicemente per spronarci nel cammino, e  scegliere di non nasconderci più dietro una responsabilità collettiva, ma assumere quella più alta e gratificante, quella personale.