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sabato 20 agosto 2022

tra il dire e il fare

Mt 23,1-12

Vi siete mai chiesti perché ci sono alcuni insegnanti esigenti amati dagli alunni e che ottengono i risultati con loro, e altri altrettanto esigenti che non riescono nel loro lavoro? Annessa a questo ci potrebbe essere la domanda: meglio essere esigenti o indulgenti, nell'impegno educativo? Dipende da quanto sono impegnati gli alunni, da quanto hanno la voglia di essere educati/formati? Tornando alla prima domanda: la stessa enfasi, la stessa alta considerazione di ciò che si vuole trasmettere... eppure risultati così differenti... Credo che ognuno di noi ha avuto modo di sperimentare la differenza tra chi educa con passione propria di quelle persone che non soltanto sanno delle cose, ma le hanno vissute, masticate e personalizzate e poi le propongono, e chi usa tante parole e non comunica una vita vissuta in quel che verbalizza. Un'enorme differenza. Un educatore che trasmette le cose attraversate dal suo vissuto, è testimone, è leader si potrebbe dire, è colui che per primo si è sporcato le mani, spesso tra fatiche e umiliazioni, per poter dopo esigere dagli altri. Al contrario quel sedicente educatore che si mette lì e chiede cose impossibili, perché un abisso separa ciò che egli esige e ciò che realmente sa definire in termini di "coerenza di vita". 
Esattamente la stessa differenza tra il dire e il fare del Vangelo di oggi. Fate quel che vi dicono ma non imitateli. Pessimi capi. Sanno comandare ma non sanno vivere. In questi casi vale appunto solo quello: saper riconoscere il valore di quello che dicono e separarlo dalla loro vita concreta. Non cadere nella trappola della ripicca: non lo fa? allora non lo faccio nemmeno io. Ricordiamoci la responsabilità per la propria vita, che ognuno ha nelle sue mani. E allora forse così si spezza la catena di incoerenze... Se io faccio invece di obiettare sempre, intanto bado a me stesso, alla mia coerenza, e poi imparo, mi faccio esperienza e posso in seguito diventare un leader, uno che trasmette davvero la vita. E' vero che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. Ma di mezzo ci può essere il camminare e l'accettare. Perché resterà sempre vero che parlare dell'incoerenza altrui, non aiuta alla nostra. Mentre concentrarci su quella nostra, può far crescere noi, gli altri, coloro a cui saremo testimoni, il mondo. Essere dunque esigenti con noi stessi, farà di noi dei possibili testimoni esigenti, che avranno successo nel trasmettere esperienze di vita, di fede... A noi il coraggio di scegliere. 

venerdì 8 aprile 2022

tra il dire e il fare

Gv 10,31-42

Siamo abituati ad affermare che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. E le nostre relazioni spesso sono condizionate da questo principio: ci lamentiamo che tutti predicano bene ma razzolano male... sicuramente abbiamo ragione! Ma... parliamone... o meglio "taciamone"! Gesù nel Vangelo di oggi pone davanti ai Giudei le proprie opere, del resto non fatte per esaltare se stesso, ma, come dice lui, da parte del Padre. Dunque, viene da pensare che non bastano nemmeno le opere a noi, umani, quando abbiamo deciso che "la persona è sbagliata" e da eliminare dalla circolazione. C'è un detto in polacco, che recita: quando vuoi percuotere il cane, il bastone te lo trovi. Cioè: non è un problema trovare il mezzo, quando il tuo obiettivo è ben centrato. Sia nel bene che, purtroppo, anche nel male. Sono alcuni giorni che la Parola ci presenta Gesù che cerca di svelare la sua identità, ancorata nella persona del Padre. Ma, appunto, affinché non sia solo una predica, Egli accompagna le sue parole con le buone opere, anzi, direi che spesso prima di parlare, lui fa e dopo eventualmente spiega. Ma in ogni caso, questo non convince coloro che trovano scandalosa la sua affermazione di identità. Ma è proprio lì che l'uomo ci casca. Perché attraverso questa capacità di raccogliere le pietre per lapidare la persona che con semplicità ci svela la propria identità (dunque: si rende vulnerabile davanti a noi, si spoglia delle maschere, e tutto ciò che l'uscire allo scoperto può comportare), noi ci qualifichiamo. Gesù conferma la sua identità di Figlio del Padre, con le sue opere di bene. I giudei con la loro bella collezione di pietre per lapidarlo, confermano la loro identità. Due conclusioni si possono trarre da questo brano, oggi. Una, è quella di cui sopra, sempre valida: meglio operare il bene in silenzio, che parlare del bene e operare altro. Il bene infatti, in silenzio, grida per se stesso. Lo stesso silenzio poi, potrebbe servirci per un'altra cosa: per valutare, se, anche laddove ci fosse una vera e propria incoerenza tra le parole e le opere, siamo capaci di cercare e trovare il bene, e vedere le persone a partire da esso? Oppure nel silenzio, che poi è apparente nel nostro cuore, raccogliamo le pietre, che, prima o poi, verranno scaricate addosso al fratello? 

giovedì 18 marzo 2021

in discussione=in cammino

Gv 5,31-47 



Delle volte, di fronte ad una Parola come quella di oggi, mi domando intanto che immagine di Dio ho
dentro di me. Oppure che immagini, perché magari mi aggiusto un dio per ogni circostanza. Qual è quel Dio che in generale ci sarebbe più "comodo" alla nostra vita? Delle volte le persone si nascondono dietro un insieme di regole religiose e pensano di essere a posto, ma soprattutto vivono in un'illusione di falsa sicurezza. Ma Dio mai è esattamente quello che noi pensiamo Egli sia. Se noi pensassimo ad un Dio che persiste nella sua incolumità, potremmo rimanere sorpresi, leggendo questo brano di Giovanni. Di per sé Dio non ha bisogno delle conferme dell'uomo né delle sue lodi. Eppure Gesù oggi si riferisce a una testimonianza che un altro sta dando di lui. Questo non di certo perché Egli si senta in dovere di confermarci qualcosa... piuttosto svela la bellezza di un Dio che non vuole essere un mago e che vuole insegnarci un gran bell'atteggiamento: quello di sapersi mettere in discussione. E dire: ciò che dico è verità perché non sono solo io a dirlo e a testimoniarlo, ma c'è chi, con la grazia di Dio lo vede. E poi le opere... noi viviamo in un'epoca in cui la generazione giovane rivendica le opere che vadano a conferma delle chiacchiere degli adulti. Ma anche in un'epoca in cui la fragilità umana è molto rimarcata e moltissimi vanno dietro a dei gurù che parlano molto, parlano forte, anzi, urlano, e trascinano le folle... Gesù parla con le opere del Padre. Non è presuntuoso e non pretende di trascinare le persone solo a forza di parole. Forse sarebbe questo il giusto modo di relazionarsi. Forse questi sarebbero i leader per oggi, quelli che, pur sapendo di essere capaci di trascinare, non vogliono fare da calamite, ma vogliono semplicemente stare affianco alle persone, mostrarsi uguali a loro e aiutare accompagnando, facendo vedere che per essere guide, non hanno bisogno di gridare, ma di mettersi umilmente al servizio. 

mercoledì 27 maggio 2020

siamo tutti collegati

Gv 17,20-26

Alla luce del Vangelo di oggi, mi sembra di poter dire che il cristiano è l'uomo con una sorta di tentacoli. Gesù infatti non prega solo per noi che ascoltiamo la sua Parola, ma anche per coloro che da noi saranno raggiunti o meglio per coloro che saranno raggiunti dalla sua Parola, attraverso di noi. Ovviamente Gesù non parla di proselitismo o di tanto chiasso da fare attorno a sé: quello riguarda coloro che sono convinti di essere loro gli artefici della salvezza del mondo e degli altri. Invece chi comprende che è semplicemente strumento e in quanto tale dà il suo contributo, ma ha bisogno di essere nelle mani del Costruttore, non pretende di fare chissà quali spettacoli. Si fida e sa, che la Parola di Dio sa agire anche senza la sua piccolezza, eppure, come disse una volta Giovanni Paolo II, Dio ha voluto aver bisogno di noi, per portare la sua Parola. Ecco che Gesù, prima di congedarsi dal mondo, prega già per tutti coloro che noi incontreremo sulla nostra strada, perché vuole entrare nella loro vita. Ma restiamo desti: sarà Lui a fare tutto, se noi ci rendiamo disponibili per Lui. Ragione per cui il cristiano non è chi urla molto, ma chi fa parlare molto Dio tramite la propria vita. Ecco, ancora una volta: opere e atteggiamenti e non parole. Con gioia e coraggio, consapevoli che Egli è con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo.