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giovedì 18 marzo 2021

in discussione=in cammino

Gv 5,31-47 



Delle volte, di fronte ad una Parola come quella di oggi, mi domando intanto che immagine di Dio ho
dentro di me. Oppure che immagini, perché magari mi aggiusto un dio per ogni circostanza. Qual è quel Dio che in generale ci sarebbe più "comodo" alla nostra vita? Delle volte le persone si nascondono dietro un insieme di regole religiose e pensano di essere a posto, ma soprattutto vivono in un'illusione di falsa sicurezza. Ma Dio mai è esattamente quello che noi pensiamo Egli sia. Se noi pensassimo ad un Dio che persiste nella sua incolumità, potremmo rimanere sorpresi, leggendo questo brano di Giovanni. Di per sé Dio non ha bisogno delle conferme dell'uomo né delle sue lodi. Eppure Gesù oggi si riferisce a una testimonianza che un altro sta dando di lui. Questo non di certo perché Egli si senta in dovere di confermarci qualcosa... piuttosto svela la bellezza di un Dio che non vuole essere un mago e che vuole insegnarci un gran bell'atteggiamento: quello di sapersi mettere in discussione. E dire: ciò che dico è verità perché non sono solo io a dirlo e a testimoniarlo, ma c'è chi, con la grazia di Dio lo vede. E poi le opere... noi viviamo in un'epoca in cui la generazione giovane rivendica le opere che vadano a conferma delle chiacchiere degli adulti. Ma anche in un'epoca in cui la fragilità umana è molto rimarcata e moltissimi vanno dietro a dei gurù che parlano molto, parlano forte, anzi, urlano, e trascinano le folle... Gesù parla con le opere del Padre. Non è presuntuoso e non pretende di trascinare le persone solo a forza di parole. Forse sarebbe questo il giusto modo di relazionarsi. Forse questi sarebbero i leader per oggi, quelli che, pur sapendo di essere capaci di trascinare, non vogliono fare da calamite, ma vogliono semplicemente stare affianco alle persone, mostrarsi uguali a loro e aiutare accompagnando, facendo vedere che per essere guide, non hanno bisogno di gridare, ma di mettersi umilmente al servizio. 

martedì 25 agosto 2020

quanto vedi?

Mt 23,23-26

In questi giorni ascoltiamo il racconto di Matteo di quanto Gesù si incavolava con i farisei e gli scribi. Bisogna ammetterlo: gliele dice proprio tutte, in faccia, e non come filosofie e come sue teorie, ma a partire dai fatti, dalle loro azioni quotidiane. Guide cieche, questo è il nome con cui li chiama. Terribile come affermazione. Perché se una guida è cieca e ha accanto a sé persone che si fidano di essa... si tratta ovviamente di una cecità strana. Non è detto che sia una totale cecità interiore. La domanda da porre loro è: quanto realmente vedi? Perché se tu non vedi te stesso e la tua incoerenza, quanto chiaramente potrai vedere nell'altro? Oppure se tu vedi in superficie, quanto sei realmente una guida? Ci viene comunque in aiuto il santo di oggi: Agostino. Avido ricercatore di Dio, dopo la conversione, inquieto ricercatore di felicità, da sempre. Questa ricerca lo porta a passare dalla superficie in profondità. In effetti, egli stesso dice: hai brillato e la tua luce ha vinto la mia cecità. Così, Agostino, quando elogia il creato, dice che la sua bellezza porta al Creatore: se ti allieta la bellezza, cosa è più bello di colui che ha fatto le creature? 
Ecco una guida che ci vede. Una guida che oltre a ciò che è in superficie, percepibile anche con gli occhi del corpo, vede Dio. Una guida che ha vissuto prima la propria trasformazione interiore, che ha accolto la Luce, per poter guidare gli altri, come sant'Agostino fa con noi fino ad oggi. Che con molte delle sue affermazioni rovescia la nostra prospettiva e fa esattamente ciò che Gesù oggi ci chiede: ci porta a guardare e controllare l'interno del bicchiere e non solo l'esterno ed, eventualmente pulirlo. 
Da ricordare che questo discorso non vale solo per le cosiddette "guide spirituali" o in generale per le persone chiamate ad essere a capo di qualcosa... tutti noi, essendo in relazione, possiamo essere per l'altro o guida o pietra d'inciampo. O portarlo in profondità o portarlo (o mantenerlo) in superficie. A noi la scelta per noi stessi che poi diventerà scelta per la qualità del nostro stare con gli altri.