Lo sapevi che sei l'infinito? Si, l'infinito, edizione limitata! Qui troverai e, spero, condividerai, tutto ciò che Dio depone nel nostro cuore!
lunedì 19 agosto 2019
sabato 17 agosto 2019
domanda e/o risposta
Lo scarto del tempo tra la domanda e la risposta: ecco lo spazio per la fiducia. E diventa spazio tanto più sacro, quanto più coltivi la memoria di questa domanda (nella logica del ricordare: ripassare dalle parti del cuore). E diventa tanto più profondo quanto più permetti che l'attesa diventi fonte di felicità nella tua vita. Perché l'attesa è già un punto d'arrivo, concepito ma non ancora nato. Si nutre di fiducia per crescere. Tu forse attendi che nasca come una risposta certa, una scelta sicura. Ma quando avrai atteso, nell'abbandono, verrà il tempo e mi dirai: non sono certo, sono felice; non sono sicuro ma il mio amore ha finalmente una forma.
sabato 1 giugno 2019
la forza delle domande
"Chiedete ed otrerrete" mi fa pensare oggi a una cosa che continuamente accade nella vita. La capacità di domandare è la virtù di chi non si sente arrivato. Quante volte ci siamo vergognati di porre le domande, quando bisognava farle? Quanti disagi a volte ne conseguirono? Quanto più semplice sarebbe la nostra vita, se non dovessimo fare sempre la figura di chi già sa. Come se porre le domande fosse una cosa che sminuisce la nostra umanità. Ebbene, chi non chiede, rischia di cadere in una specie di presunzione, delle volte senza nemmeno accorgersene. Ma un conto è presumere rispetto al propri sapere: quando ci sembra che sappiamo tanto su tanti argomenti (e può essere anche vero). Invece un'altra cosa è quando noi presumiamo di ciò che risiede nelle persone con cui entriamo in relazione. E' lì che si giocano tante cose. Si feriscono le persone, si attribuisce a loro qualcosa (o più cose) che non esistono. Si, essere capaci di domandare la ragione di ciò che l'altro, dunque diverso da me, compie, richiede coraggio... e richiede ancora più coraggio ascoltare la risposta quando arriva. Inutile porre i quesiti se si ha già dentro la risposta. Aveva ragione la grande Alda Merini quando diceva che la semplicità è la raffinatezza della profondità. Infatti, è molto più semplice e semplificante, porre le domande. Ed è frutto del desiderio di andare in profondità della vita, di ascoltare profondamente l'altro. E questo significa non essere arrivati e non sentirsi tali. Essere semplici, appunto, bisognosi di alzare la mano e chiedere. Forse per questo il Vangelo di oggi ci dice di mettersi d'accordo per strada con l'avversario... perché è più semplice e immediato che non andare da un giudice. Occorre abbandonare la vergogna di non sapere, la rigidità che risulta a volte un silenzioso giudice. Tornare come bambini, sempre desiderosi di conoscere, sempre fiduciosi, forti delle loro domande... "perché la nostra gioia sia oiena".
mercoledì 17 aprile 2019
sono proprio io
Mt 16,14-25
Se guardiamo bene la nostra vita, anche quella molto quotidiana, di solito quando succede qualcosa che "non va", e lo notiamo, senza sapere chi ne è l'artefice, la domanda che scatta immediatamente è: "chi l'ha fatto?" Come se fosse così estremamente importante trovare sempre il colpevole. Come se stessimo sempre a dire: io ho notato questa cosa fatta male e ora la faccio pagare a chi l'ha fatta. Come se nella nostra natura fosse in qualche maniera scritto in profondità, che occorre punire il "peccatore", altrimenti non si espia il peccato. E' sempre la logica dell'incapacità di separare il peccato dal peccatore. In fondo è una logica che viene superata nella Pasqua.
Forte e impressionante la domanda che oggi si pongono i discepoli riuniti nel Cenacolo.
Forte soprattutto proprio perché già comincia a rovesciare questa logica. All'annuncio del tradimento, i discepoli cominciano immediatamente a rivolgere la domanda a loro stessi: "sono forse io?". Quindi non più: "chi sarà?", oppure "sarà sicuramente...", ma il rovesciamento a 180°. L'ammissione della possibilità che sia proprio io quel che tradisce. E quindi, secondo la logica della legge del taglione, sono io a dover pagare. E poi la Pasqua porta un ulteriore rovesciamento: sì, sei proprio tu colui che tradisce, ma non devi pagare, perché paga il tradito. Ed è proprio per questo che puoi ammetterlo, puoi dirlo, guardando il tuo proprio riflesso e scorgendo in esso i tratti della misericordia, grazie alla quale vivi. Puoi dirlo forte a te stesso e poi anche agli altri: sì, sono proprio io. Cerco di non tradire, ma tradisco e sono perdonato. Perché anche nella notte del mio peccato, nell'oscuro sentimento di essere nudo e disprezzato per la mia debolezza, risplende un abbraccio nuovo. E il Risorto mi avvolge nella Risurrezione.
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mercoledì 10 aprile 2019
un nome, non una garanzia
Gv 8,31-42
L'appartenenza ad un gruppo sempre porta in sé una dose di senso di sicurezza, una sorta di garanzia. Questo accade per eccellenza in una famiglia. Di certo ognuno di noi ha sentito svariate volte, come si associano gli atteggiamenti, i comportamenti, le doti, i difetti ecc, ad un cognome o ad un paese. Delle volte in negativo, altre volte in positivo.
Così anche i Giudei del Vangelo di oggi. Al mimo accenno di Gesù, su una possibilità di cambiamento, la negano immediatamente a partire dall'appartenenza ad una discendenza. Essere "quelli di Abramo", significa non essere mai stati schiavi. Sono pericolose convinzioni e false sicurezze. E' vero e certo che un qualsiasi gruppo di appartenenza deve dare un certo senso di sicurezza e protezione, tuttavia un'identità individuale non si può nascondere dietro un'identità collettiva. Il "grado di schiavitù" o di libertà, non dipende dal nome che portiamo. Certamente alcuni atteggiamenti che si perpetuano nelle famiglie di generazione in generazione, possono determinare notevolmente la vita di un discendente ma mai definitivamente. Un nome non è mai una garanzia. Oppure può esserlo solo nelle circostanze molto circoscritte. Gesù ci tiene di ricordarlo. La libertà o la schiavitù si gioca dentro di noi, nelle nostre decisioni, nelle conseguenti azioni, nella capacità di cambiamento. Anche quando ci qualifichiamo come figli di Dio, non siamo automaticamente esenti dal peccato, o dalla debolezza. Piuttosto ci identifichiamo con coloro che sono stati chiamati alla libertà e, consapevoli di questo, ad essa aspirano. E proprio per questo motivo, sono in grado di accettare che tanti passi ancora restano da fare verso la vera libertà dei figli di Dio. Che non siamo mai arrivati. E che, se qualcuno ce lo fa notare, non è necessariamente per sminuirci, ma forse semplicemente per spronarci nel cammino, e scegliere di non nasconderci più dietro una responsabilità collettiva, ma assumere quella più alta e gratificante, quella personale.
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martedì 9 aprile 2019
da un'altra prospettiva
Gv 8,21-30
Continua il discorso di Gesù. Continua anche l'incredulità e l'ostinazione di chi non vuole o non può credere in Lui.
E allora scatta la considerazione sul punto di vista da cui guardare le cose. Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete...
Hai mai guardato la stessa persona prima dal basso e poi dall'alto (oppure vice versa)? O meglio ancora: mettendo ben a fuoco cosa succede quando cambiamo la posizione verso la persona, dal punto di vista fisico, pensiamo ora allo sguardo interiore. Hai mai cambiato la posizione verso qualcuno, interiormente? Ti è capitato di guardare (forse anche inconsapevolmente) qualcuno dall'alto verso il basso per un lungo tempo, con la poca voglia di avvicinarti a lui o di "degnarlo" di uno sguardo diverso rispetto al solito? Ti è mai venuto in mente che forse proprio quella persona, che guardi un po' dall'alto, magari non tanto o non solo per antipatia ma anche per la tua personale insicurezza, che non vuoi esternare (come fu nel caso di farisei che, insicuri sulla persona di Gesù, preferivano coglierlo in fallo e/o comunque ostinarsi nel non volersi avvicinare alla sua "posizione"), potrebbe essere qualcos'altro, rispetto a quello che tu pensi? Beh, se hai questa esperienza, sai allora che le parole di Gesù sono sacrosante. Solo quando cambiamo la prospettiva, quando "innalziamo" la persona, purtroppo spesso esattamente come fu fatto a Lui, messo in croce, riusciamo a vedere la sua grandezza. Questo può succedere nelle circostanze della vita o semplicemente perché anche noi ci mettiamo in croce a vicenda. Ma poi finalmente abbiamo modo di guardare l'altro dal basso, da una nuova prospettiva... forse si presenta finalmente quell'occasione in cui siamo noi quelli piccoli, quelli più indifesi o perché ci rendiamo conto che abbiamo messo in croce qualcuno, o perché vediamo una grandezza che prima non eravamo in grado di percepire. Dunque, può essere un compito interessante per questi ultimi giorni della Quaresima: cambiare la prospettiva, assumere un'altra posizione, e questo significa: permettere ai nostri occhi di vedere qualcosa, che prima non sono stati capaci di scorgere.
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lunedì 8 aprile 2019
reggersi da soli
Gv 8,12-20
Oggi mi viene da fare una riflessione "girata di 180°" rispetto a ciò che dicevamo qualche giorno fa. Osservavamo Gesù che non pretendeva che si credesse solo nella sua testimonianza, ma diceva di avere altri testimoni. Oggi punta invece sulle parole che Egli stessi dice di sé, e sul Padre, che purtroppo coloro che lo ascoltano, non vedono e non riescono a percepire. Bene, vediamo quante volte nella nostra vita, specie parlano di noi stessi, diciamo "ti giuro che..." e "puoi chiedere a...". Insomma a tutti i costi cerchiamo di convincere le persone che sono attorno a noi che una cosa, un evento, una nostra caratteristica, davvero sono come noi le presentiamo. Certamente nella vita serve delle volte farlo. E di solito lo facciamo nei confronti delle persone a cui ci teniamo. E fin qui comunque è tutto normale. Il problema comincia, quando a noi crolla il mondo solo perché le persone non ci credono. Quando d'istinto cominciamo a fare di tutto e a cercare di convincere, magari spendendo forze, tempo, energie, rincorrendo le persone a cui dobbiamo provare qualcosa... solo per avere l'approvazione. E Gesù dice: "anche se io do testimonianza a me stesso, la mia testimonianza è vera". E basta. Le frasi che pronuncia dopo, non sono per nulla volte a convincere i farisei della sua veridicità, anzi, sembra che la distanza tra lui e chi ascolta si stia anche allungando.
Eh sì. Bisogna imparare da lui a reggersi da soli. Certo, siamo esseri in relazione, abbiamo bisogno di curarle ecc. Tuttavia siamo anche soli davanti a Dio, che ci vede per quel che siamo e solo Lui ci vede nella nostra verità. Perché rincorriamo le persone e cerchiamo a tutti i costi la loro approvazione? Forse perché spesso non sappiamo reggerci in piedi da soli e cerchiamo un bastone, cioé una persona che ci regga la vita, che ci dia il ritorno del suo valore. E non ci ricordiamo più che valiamo solo perché esistiamo... Quando ci viene da giurare e da voler convincere qualcuno di qualche cosa, invece di corrergli dietro, forse potremmo fermarci, prendere un bel respiro profondo e dirci: "ma cosa mi cambia, se non mi crede?" Forse scopriremmo che in fondo non ci cambia nulla, che il nostro valore resta lo stesso perché siamo sempre amati, anche quando il rifiuto di qualcuno momentaneamente ci ferisce. Forse anche questo è un passettino verso la libertà interiore: sapere che i legami sono necessari, ma che devono essere sani e che in ogni amore ci vuole anche la giusta distanza, quel respiro appunto, che ci permetta di assaporare lo sguardo d'amore sempre rivolto su di noi al di là del fatto che riceviamo le approvazioni o meno. Questo significa in fin dei conti amare, relazionarsi, ma non essere dipendenti. Questo ci apre alle relazioni libere e all'amore di Dio.
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